Per la moda è l’Europa a pagare il conto più salato della pandemia
Il report dell’Area Studi di Mediobanca indica per i gruppi italiani un calo del 23% del fatturato - Il ritorno ai livelli pre pandemia è atteso per il 2023 - Prometeia: in dodici mesi è cambiato l’approccio ai consumi - Le testimonianza di Vf e Dolce&Gabbana
di Giulia Crivelli
10' di lettura
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In occasione del terzo Annual Fashion Talk – quest’anno naturalmente in format digitale – l’Area Studi di Mediobanca ha presentato il nuovo report sul sistema moda che aggrega i dati finanziari di 80 multinazionali del fashion e delle 177 maggiori aziende della moda italiane. Rispetto allo scorso anno, ha spiegato Gabriele Barbaresco, responsabile dell’Area Studi di Mediobanca, «lo sguardo è stato allargato oltre l’Italia, tenendo conto del fatto che la pandemia ha avuto effetti in tutto il mondo e in ogni settore». L’indagine completa, curata dall’analista di Mediobanca Nadia Portioli, è disponibile sul sito dell’Area Studi . All’Annual Fashion Talk hanno preso parte anche Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia, che ha presentato un secondo studio, e due rappresentanti del sistema moda, Alfonso Dolce, amministratore delegato del gruppo Dolce&Gabbana, e Martino Scabbia Guerrini, executive vice president & group president del gruppo americano VF per l’area Emea, ovvero Europe, Middle East, Africa (nelle foto in alto, il negozio Dolce&Gabbana, disegnato dall’archistar Jean Nouvel e appena aperto a Seoul in Corea, e quello di Vf a Milano, che ospita tre importanti brand del gruppo, Napapijri, The North Face e Timberland).
Le multinazionali mondiali della moda post e pre Covid
I dati dei primi nove mesi del 2020 (molte aziende non hanno ancora pubblicato i dati dell’intero esercizio) segnano per i maggiori player mondiali del fashion una riduzione del giro d’affari cinque volte maggiore di quella registrata dalla grande industria. Il mercato europeo ha sofferto (-23,7%), fortemente penalizzato dal blocco dei flussi turistici, mentre quello asiatico ha visto un calo più contenuto (-10,1% escludendo il Giappone). In tutte le aree geografiche le vendite online hanno avuto un’accelerazione a doppia cifra (mediamente +60%).
Il prezzo pagato dall’Europa è altissimo
La crisi è stata più impattante sulle multinazionali europee del fashion (- 22,9% le vendite, -10,9 punti percentuali il calo dell’ebit margin) rispetto a quelle statunitensi (-19,7%, -7,3 p.p.). Non mancano però alcuni segnali positivi nell’ultimo trimestre del 2020 quando i primi dati indicano un rimbalzo del fatturato a livello aggregato (+17%), con un ritmo di ripresa differente a livello geografico e a seconda delle specialità. «L’Europa è stata l’area più in sofferenza, fortemente penalizzata dal blocco dei flussi turistici, mentre in Asia il calo è stato più contenuto (soprattutto se escludiamo il Giappone) e ha anche evidenziato una ripresa già dal secondo trimestre – ha sottolineato Nadia Portioli –. Una boccata di ossigeno giunge dall’ultimo quarter del 2020 perché proprio in questi giorni le società stanno rilasciando i primi numeri ufficiali».
La grande disruption tra 2019 e 2020 e il primato della Francia
Nel 2019 gli 80 maggiori player mondiali del fashion, con un giro d’affari superiore a 1 miliardo, hanno fatturato 471 miliardi (+26,5% sul 2015 e +4,9% sul 2018), di cui il 56% generato dai gruppi europei e il 34% dai nordamericani. Fra i 38 gruppi europei, l’Italia con le sue big 10 è il paese più rappresentato a livello numerico, ma è la Francia, con una quota del 36% del fatturato aggregato, ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari. Al primo posto per giro d’affari tra i colossi mondiali c’è Lvmh (53,7miliardi). Molto distanti Nike (33,3miliardi), Inditex (28,3miliardi), che controlla Zara, la tedesca Adidas (23,6miliardi), la svedese H&M (22,3miliardi), la giapponese Fast Retailing (18,8miliardi), che detiene il brand Uniqlo, ed EssilorLuxottica (17,4miliardi). Prima tra gli italiani Prada (3,2miliardi), al 34esimo posto in classifica.
L’impatto sul settore moda in Italia e l’analisi pre Covid
Per il settore moda italiano (società con un fatturato superiore a 100mln) la contrazione del giro d’affari per il 2020 dovrebbe attestarsi al -23%; guardando al futuro, ci sarà una ripresa a partire dal 2021 con un raggiungimento dei livelli pre-crisi previsto nel 2023. Nel 2019 il settore moda italiano ha registrato un giro d’affari totale di 71,1miliardi (+20,8% sul 2015), con una crescita media annua delle vendite nel 2015-2019 del 4,8%. Cresce anche il 2 peso del comparto sul Pil nazionale (1,2%, contro l’1,0% del 2015). Tra i settori spicca l’abbigliamento, che da solo determina il 42,9% dei ricavi aggregati, seguito dalla pelletteria (26,1%). Quanto alla crescita media annua delle vendite nel 2015-2019 si distingue, invece, la gioielleria (+10,3%) seguita dal comparto pelli, cuoio e calzature (+7,8%). Si conferma importante la presenza di gruppi stranieri nella moda italiana: 71 delle 177 aziende hanno una proprietà straniera e controllano il 37,2% del fatturato aggregato (il 17,3% è francese, fra cui Kering con il 7,3% e Lvmh con il 6,5%).


