Transizione sostenibile

Per il gas un ruolo centrale nell'industria pesante europea

In teoria il 70% dei processi industriali è elettrificabile ma per l'hard to abate, che utilizza altissime temperature, la trasformazione ha ancora grandi limiti

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Il gas continua ad avere un ruolo centrale nell’industria europea. A certificarlo ci sono i dati degli ultimi monitoraggi dell'agenzia europea Acer, acronimo di Agency for the Cooperation of Energy Regulators, secondo i quali il gas naturale rappresenta un terzo (il 33%) dell'intero consumo energetico finale dell'industria nel Vecchio Continente. Una percentuale che esprime una rigidità strutturale della domanda e dipende direttamente dalle caratteristiche termiche e chimiche dei processi manifatturieri. Non solo: i dati raccolti all'interno dei Market Monitoring Reports di Acer indicano che la domanda industriale non è distribuita in modo uniforme, dato che oltre il 40% del consumo totale di gas fa capo a tre specifici settori hard to abate. Parliamo di industria chimica e petrolchimica, dove il gas viene usato come combustibile termico ad alta temperatura e come materia prima per la sintesi dell'idrogeno e dell'ammoniaca; di siderurgia e metallurgia, dove la produzione primaria di acciaio da minerale e la lavorazione dei metalli richiedono il mantenimento di temperature costanti superiori ai 1.500 gradi; e di minerali non metallici (cemento, vetro, ceramica). E sebbene le analisi di associazioni settoriali come Eurelectric indichino che circa il 70% dei processi industriali complessivi sia teoricamente elettrificabile tramite tecnologie esistenti (concentrate principalmente nella manifattura leggera e sotto i 500 gradi), il restante 30% presenta vincoli di temperatura e requisiti chimici che limitano la sostituibilità del gas con vettori elettrici su scala commerciale. Ciò non significa che l’elettrificazione e la transizione green non debbano rappresentare le sfide a cui tendere, ma – si osserva – non si può ignorare un contesto industriale in cui la sostituzione del gas è tutto fuorchè agevole.

I tre settori chiave

Guardando nello specifico questi tre settori chiavi, spicca per volumi assoluti l'industria chimica e petrolchimica, che assorbe da sola il 22% del consumo di gas industriale complessivo dell'Ue. In questo comparto, come detto, l'uso della risorsa è duale: circa la metà dei volumi non viene bruciata per generare energia, ma viene impiegata come materia prima molecolare. La restante metà del gas viene utilizzata come combustibile termico nei forni di steam cracking, dove per spezzare le catene idrocarburiche è richiesto il mantenimento di temperature d'esercizio stabili comprese tra 750 e 875 gradi. Il secondo comparto per intensità è quello della siderurgia e della metallurgia, a cui fa capo il 10% del consumo di gas industriale totale dell'Ue. Qui il gas interviene in diverse fasi, tra cui alcune ad altissime temperature, per esempio negli altiforni tradizionali e nelle cokerie dove opera come combustibile ausiliario per sostenere le temperature di fusione del minerale di ferro, stabilmente superiori ai 1.500 gradi. Infine, c’è il comparto dei minerali non metallici, che raggruppa le filiere del cemento, del vetro e della ceramica, incidendo per il 6% sul consumo di gas industriale europeo. In questo caso il gas naturale viene preferito ad altri combustibili fossili solidi o liquidi per via della sua stabilità termica e dell'assenza di ceneri residue o impurità di combustione.

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I consumi del sistema e il nodo gas rinnovabili

Il report di Acer fa il punto anche su altri tre elementi chiave del comparto gas a livello europeo legati al comparto industriale. Innanzitutto, c’è un’analisi dei consumi, che evidenzia come la contrazione della domanda registrata durante la crisi energetica del biennio 2021-2023 non si è consolidata in un trend strutturale decrescente a lungo termine. Dopo essere scesi da 413 a 331 miliardi di metri cubi a causa di fermi impianto e riduzioni produttive forzate, i consumi complessivi di gas nell'Unione Europea si sono riattestati a quota 340 miliardi di metri cubi, con un incremento del 2% su base annua Ciò a dimostrazione che il fabbisogno di gas delle industrie pesanti tende a riallinearsi ai livelli operativi ordinari non appena i prezzi all'ingrosso mostrano una stabilizzazione.

Il secondo punto di analisi riguarda la logica di approvvigionamento dell’Unione Europea. Qui Acer evidenzia e dettaglia un trend già noto: la progressiva cessazione delle importazioni di gas russo via gasdotto ha modificato la logica di approvvigionamento dell'Unione Europea, determinando un aumento della quota di Gnl. In particolare, il gas liquefatto proveniente dagli Usa copre il 58% delle importazioni europee totali di Gnl stesso, esponendo così il sistema industriale alle dinamiche di prezzo dei mercati spot e ai rischi logistici globali, di cui – con lo stop di Hormuz – si è avuta una testimonianza concreta e tangibile. Nonostante la riduzione rispetto ai picchi del 2022, i prezzi all'ingrosso sul mercato di riferimento europeo rimangono stabilmente superiori alle medie storiche precedenti e risultano fino a tre o quattro volte più alti rispetto ai prezzi interni degli Stati Uniti. Un’asimmetria che incide sui costi di produzione fissi della manifattura europea esposta alla concorrenza internazionale. Infine, c’è il nodo dello sviluppo dei gas rinnovabili, la cui disponibilità attuale di soluzioni alternative – evidenzia Acer – resta limitata. Al proposito, il biometano può essere considerato la tecnologia di sostituzione diretta più matura per l'immissione nelle reti di trasporto esistenti. Tuttavia, la produzione complessiva nell'Unione Europea si attesta a 4,3 miliardi di metri cubi, valore che rappresenta il 2% delle immissioni totali nella rete dei gasdotti europei. Il restante 98% del fabbisogno della rete continua a essere coperto da gas naturale di origine fossile. Per quanto riguarda l'idrogeno a basse emissioni, invece, ci si trova a una fase iniziale, condizionata da elevati costi di generazione elettrolitica e dall'assenza di infrastrutture di trasporto dedicate a livello transfrontaliero.

L’analisi di Eurelectric

Per completare il quadro è utile riassumere gli ultimi rapporti analitici e i posizionamenti ufficiali di Eurelectric, l'associazione che rappresenta l'industria elettrica europea: il suo punto di vista integra i dati di Acer, analizzando lo scenario dal lato dell'offerta di energia e quantificando il potenziale di elettrificazione del tessuto industriale del Vecchio Continente.

Eurelectric, in particolare, ha analizzato il potenziale di elettrificazione diretta al 2050 dividendo il comparto manifatturiero in due macro-classi. E il risultato rispecchia di fatto quanto evidenziato in precedenza. Detto in parole povere, la temperatura fa la differenza. L’industria leggera, infatti, presenta un potenziale di elettrificazione diretta del 74%. Prova ne è che nei segmenti che richiedono calore a bassa e media temperatura (tessile, alimentare, cartario), l'adozione di pompe di calore industriali e caldaie elettriche rappresenta una soluzione commerciale già matura ed efficiente. Altro discorso, invece, per l’industria pesante, cosiddetta hard to abate, dove il tasso di elettrificazione diretta stimato scende drasticamente al 31%. Per i processi ad altissima temperatura (come la chimica di base e la produzione di acciaio primario), l'elettrificazione diretta è limitata dai costi dei macchinari e dalla complessità tecnica. In questi ambiti, Eurelectric evidenzia la necessità di ricorrere all'elettrificazione indiretta, ovvero all'uso di idrogeno rinnovabile prodotto tramite elettrolisi per sostituire il carbonio fossile. Ma qui il tema – come noto – è quello della sostenibilità economica, ancora molto lontana.

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