Per il farmaceutico toscano l’export vola a +41%
Nel 2023 vendite a quota 8,4 miliardi (erano 853 milioni quindici anni fa). Dal 2008 crescita media annua al 16,5%, contro il +9,9% nazionale
di Silvia Pieraccini
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C’è una sola industria che è cresciuta in modo potente negli ultimi anni in Toscana, sia nella lunga fase di crisi post-2008, sia durante la pandemia da Covid. Quell’industria è la farmaceutica, e il risultato della crescita esponenziale è che oggi è diventata il terzo pilastro manifatturiero della regione, accanto alla moda-gioielleria e alla meccanica, con un saldo commerciale di settore (differenza tra export e import) positivo per 2,8 miliardi di euro (era negativo per oltre 5 miliardi nel 2008).
I numeri, elaborati dalla direzione Studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, sono eloquenti. Negli ultimi 15 anni l’export toscano di farmaci - settore ad alta vocazione internazionale – si è moltiplicato per dieci, passando da 853 milioni di euro del 2008 a 8.413 milioni del 2023. Solo l’anno scorso la crescita è stata del 41%. Oggi i farmaci rappresentano il 15% delle vendite all’estero della regione (57,5 miliardi di euro l’anno scorso).
«Tra il 2008 e il 2023 – spiegano da Banca Intesa - l’export della farmaceutica toscana è cresciuto con un tasso medio annuo del 16,5%, superiore alla già ottima media nazionale che si è attestata al 9,9%; questo ha determinato un rafforzamento del ruolo nel contesto nazionale, con la Toscana che nel 2023 rappresenta la terza regione per esportazioni con una quota del 17,1% (era al 7,1% nel 2008) dopo Lazio e Lombardia».
La cavalcata parte soprattutto dalle aziende nelle province di Firenze e Siena, che assorbono rispettivamente il 51% e il 35% dell’export farmaceutico regionale, ma player operano anche a Livorno, Prato, Pisa, Lucca. Il mercato di sbocco di gran lunga più brillante è quello statunitense (assorbe il 44% dell’export), seguito da Francia, Germania, Polonia e Belgio. C’è poi un altro fattore che pone la farmaceutica tra i settori strategici, ed è la dimensione media delle aziende, decisamente superiore a quella tipica della regione: tre addetti su quattro sono occupati in realtà con più di 250 dipendenti. Ed è proprio questa maggior solidità e robustezza aziendale che può spiegare la crescita così forte vissuta dal settore.
Cosa è successo negli ultimi anni? Multinazionali come l’americana Eli Lilly hanno investito milioni di euro per rafforzare la capacità produttiva (due nuove linee per la produzione di farmaci per il diabete sono in costruzione nel campus Lilly di Sesto Fiorentino); gruppi familiari come Menarini degli Aleotti o Abiogen di Massimo Di Martino hanno acquisito aziende per rafforzare il portafoglio-prodotti (il colosso fiorentino ha comprato una biotech americana quotata al Nasdaq, Stemline, che ha sviluppato un innovativo farmaco per il tumore al seno; il gruppo pisano ha acquisito una piccola ma promettente azienda svizzera, EffRx Pharmaceuticals, per consolidare il know how sul metabolismo osseo); altri gruppi familiari hanno aperto il capitale all’ingresso di fondi d’investimento, come Kedrion della famiglia Marcucci, leader nella lavorazione del plasma, che ha ceduto la maggioranza a Permira, oppure hanno cambiato la governance per spingere la crescita, come Molteni Farmaceutici della famiglia Seghi Recli, che ha nominato per la prima volta un amministratore delegato esterno alla famiglia. Infine altre multinazionali, come Takeda e Gsk, hanno investito in ricerca e sviluppo (un laboratorio controllo qualità per il gruppo giapponese a Pisa; il Trd Smart Lab per il colosso inglese dei vaccini a Siena, col compito di sviluppare processi per passare dalla ricerca alla produzione industriale di vaccini). Per tutti l’imperativo è rafforzarsi per competere su larga scala.


