Il modello open innovation

«Per evolversi, le aziende integrino le start up nella quotidianità operativa»

Intervista a Itai Green: «L’errore più comune che i dirigenti commettono è cadere nella trappola del cosiddetto teatro dell’innovazione, come fosse una campagna di pubbliche relazioni anziché una disciplina»

di Claudio Antonelli

Itai Green

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Itai Green è uno dei massimi esperti e sponsor dell’open innovation, del sistema di integrazione dei modelli di sviluppo innovativo tra grandi aziende e start up. Nel suo recente libro Innovation or Elimination: Winning in a World of Constant Change, Greeen ha affrontato questioni spinose per l’evoluzione delle nuove tecnologie. Ha spiegato perché alcuni colossi si evolvono ed altri no. Ma soprattutto ha raccontato la compressione dei tempi di sviluppo dei progetti e delle piattaforma e ne ha disegnato un perimetro di iper accelerazione. Quali i limiti del modello di ricerca e sviluppo tutto in house, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle strategie aziendali e gli errori più comuni nei programmi di innovazione della grandi corporation. Sono i due temi cardine.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Abbiamo chiesto a Green di approfondire le due suggestioni.

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«L’intelligenza artificiale, e in particolare l’Ai generativa, sta trasformando radicalmente le strategie aziendali e i modelli operativi tradizionali. Dal punto di vista strategico, l’Ai spinge le aziende ad abbandonare i lenti cicli di pianificazione lineare pluriennale per adottare un approccio dinamico e in tempo reale. Grazie alla capacità di analizzare e sintetizzare continuamente enormi flussi di dati provenienti dai mercati globali, l’Ai riduce drasticamente i punti ciechi strategici. Ciò consente ai dirigenti di individuare in anticipo tecnologie emergenti sviluppate dalle startup e cambiamenti nei comportamenti dei consumatori, trasformando una roadmap aziendale statica in un piano d’azione vivo e altamente adattabile. In passato, uno dei principali ostacoli operativi era rappresentato dagli elevati costi tecnici ed economici necessari per integrare software aziendali legacy con nuove applicazioni sviluppate da startup. L’Ai generativa rivoluziona questo processo automatizzando la traduzione del codice, collegando istantaneamente sistemi software diversi e generando API personalizzate in tempo reale. Questo porta a un’architettura aziendale molto più fluida e modulare, consentendo anche alle unità di business non tecniche di prototipare e implementare rapidamente nuove soluzioni in autonomia. L’errore più comune che i dirigenti commettono nell’innovazione aziendale è cadere nella trappola del cosiddetto “teatro dell’innovazione”, trattando l’innovazione come una campagna di pubbliche relazioni anziché come una disciplina operativa fondamentale».

Come può la mentalità delle startup convivere con una mentalità manageriale più tradizionale?

«Per integrare con successo questi due approcci, le organizzazioni devono adottare una struttura “ambidestra”, che separi gli ambienti operativi pur mantenendo allineati gli obiettivi strategici. La mentalità manageriale tradizionale è orientata all’ottimizzazione del business esistente, alla massimizzazione dell’efficienza e alla riduzione dei rischi, al fine di garantire flussi di ricavi stabili. Al contrario, la mentalità tipica delle startup trova spazio all’interno di team agili e multidisciplinari o incubatori interni, ai quali viene concessa la libertà operativa necessaria per sviluppare rapidamente prototipi, testare idee innovative e modificare la direzione dei progetti senza essere soffocati dalla burocrazia aziendale».

Il concetto di open innovation si inserisce in un percorso di collaborazione tra aziende e start up? Come?

«Perché la collaborazione diventi un autentico motore di crescita economica, deve evolvere da una relazione di tipo cliente-fornitore a una partnership reciprocamente vantaggiosa. Le startup possiedono agilità, tecnologie all’avanguardia e velocità di esecuzione che spesso mancano alle grandi aziende. Le grandi imprese, invece, dispongono di scala, accesso al mercato, dati sui clienti e canali distributivi di cui le startup hanno fortemente bisogno. C’è da porsi una serie di domande che agevolino un flusso di lavoro. L’azienda individua un problema operativo urgente o una specifica esigenza commerciale all’interno di una determinata unità di business. Il team dedicato all’innovazione ricerca sul mercato globale una startup che abbia già sviluppato una soluzione funzionante per quel problema. Una volta raggiunti gli indicatori di performance (KPI) prestabiliti, la soluzione viene integrata nell’infrastruttura aziendale più ampia, generando un rapido vantaggio per entrambe le parti».

Dalla lettura del libro emerge che le aziende non dovrebbero sviluppare tutto internamente, ma collaborare con l’ecosistema esterno dell’innovazione. 

«Ciò richiede la creazione di canali dedicati alla collaborazione esterna, come fondi di corporate venture capital, acceleratori di startup, hackathon e partnership strategiche di co-sviluppo. Attraverso interfacce strutturate che riducono le barriere all’ingresso per gli innovatori esterni, le organizzazioni possono acquisire rapidamente tecnologie avanzate e nuove conoscenze di mercato senza sostenere interamente i rischi e i costi dello sviluppo interno».

Come funziona il modello israeliano di open innovation?

«Il modello israeliano di open innovation si basa su un ecosistema integrato e collaborativo nel quale i confini tra multinazionali, startup locali, istituzioni accademiche e fondi di venture capital sono volutamente molto permeabili. Piuttosto che replicare modelli chiusi di innovazione interna, oltre 500 grandi imprese globali presenti in Israele hanno creato hub di innovazione altamente specializzati o fondi di corporate venture capital. Queste strutture non cercano di sviluppare tutto internamente, ma agiscono come osservatori attivi e partner operativi pienamente integrati nell’ecosistema tecnologico locale. Il modello si fonda inoltre su processi di prototipazione rapidi e a basso attrito. Le aziende mettono a disposizione la propria scala globale e i propri dati operativi, collaborano con startup locali per realizzare progetti pilota in contesti reali e, una volta validate le soluzioni, le implementano a livello internazionale. Si tratta di un ecosistema costruito sulla velocità, che privilegia il time-to-market rispetto ai tradizionali cicli pluriennali di pianificazione interna».

Israele è stato descritto come un laboratorio dell’innovazione e delle startup. Questo dipende soltanto dalla mentalità imprenditoriale e dal modello operativo militare, oppure vi sono anche altri fattori?

Sebbene la particolare mentalità imprenditoriale israeliana e l’influenza del modello organizzativo militare — che favorisce leadership, gestione rapida delle crisi e formazione tecnologica avanzata — rappresentino pilastri fondamentali, non sono gli unici elementi determinanti. In particolare, interventi governativi mirati avviati negli anni Novanta, come il programma Yozma, hanno favorito la nascita di un robusto ecosistema di venture capital attraverso meccanismi di co-investimento con investitori stranieri. Oggi la Israel Innovation Authority continua a sostenere l’innovazione riducendo i rischi delle attività di ricerca e sviluppo nelle fasi iniziali mediante contributi a fondo perduto, creando un’infrastruttura pubblico-privata particolarmente resiliente. Poiché il mercato interno è relativamente piccolo, le startup israeliane sono costrette a nascere con una vocazione internazionale, progettando fin dall’inizio soluzioni scalabili e orientate ai mercati globali. Questa prospettiva è rafforzata da università di eccellenza capaci di trasformare la ricerca accademica in applicazioni commerciali. In combinazione con l’elevata concentrazione di centri di ricerca e sviluppo di multinazionali tecnologiche come Intel, Google e Microsoft, l’ecosistema beneficia di un costante afflusso di competenze, capitali e accesso ai mercati internazionali. Insomma, l’evoluzione di Israele in una Startup Nation è stata il risultato di una necessità economica e di una strategia deliberata guidata dallo Stato per trasformarsi in una potenza tecnologica.

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