CREATO PER ENI

Per il clima la cattura della CO2 diventa indispensabile. I settori non elettrificabili valgono il 5% del Pil.

Øyvind Hagen - Copyright - Equinor - Sleipner field aerials

3' di lettura

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La quantità di anidride carbonica (il principale dei gas serra responsabili del riscaldamento globale) annualmente immessa in atmosfera è raddoppiata dal 1978 ad oggi, secondo il report “Global Carbon Budget 2023”. L’anno scorso vi è stato un nuovo record, pari a 37,55 miliardi di tonnellate di CO2. Stando ai dati dell’Earth System Research Laboratories (ESRL) dell’ente statunitense National Oceanic and Atmospheric Administration , la concentrazione in atmosfera ha raggiunto le 421 parti per milione nel 2023, in costante e continuo amento a partire dagli anni ’60.


La lotta al climate change passa ovviamente da politiche per la riduzione delle emissioni alla fonte, ma non solo. Per i settori cosiddetti hard to abate, dove la tipologia di processo industriale è tale da rendere pressoché impossibile la completa decarbonizzazione, vi sono tecnologie che vengono in aiuto per raggiungere gli obiettivi di politiche ambientali.
Una di queste consiste nei processi di Carbon Capture and Storage (CSS) , che contano un numero sempre maggiore di progetti nel mondo. Si tratta di impianti che raccolgono la CO2prima della sua immissione in atmosfera, e la immagazzinano nel sottosuolo.
Secondo il Global CCS Institute , ad oggi (i dati sono di metà 2024), ci sono 41 impianti attivi nel mondo, 171 impianti in diversi stadi di realizzazione in Europa e più di 265 in Nord America, di cui la maggioranza negli Stati Uniti, dove vi è il maggiore sviluppo di queste tecnologie.


La stessa fonte, nel report “The Global Status of CCS 2023”, indicava come l’anno scorso le attività di cattura e conservazione del carbonio abbiano raggiunto la capacità di quasi 50 milioni di tonnellate. Certamente, i numeri sono ancora piuttosto modesti, e tuttavia quello della CCS è un processo dall’alto potenziale, che attira investimenti: il report “Energy Transition Investment Trends” di BloombergNEF, sottolinea come nel mondo i progetti CSS abbiano raccolto, nel 2023, 11 miliardi di dollari, più di quelli relativi all’uso dell’idrogeno come fonte energetica.


Lo scorso febbraio la Commissione Europea ha approvato l’“Industrial carbon management strategy”. Nel documento è evidenziata l’importanza strategica della CCS per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, con un elenco di target ambiziosi per l’ampliamento di infrastrutture, siti di stoccaggio e reti di trasporto.
In questo contesto l’Italia non sta certo a guardare. Già nel 2022 Eni e Snam avevano creato una joint venture con l’obiettivo di avviare lo sviluppo dell’infrastruttura di stoccaggio di CO2 in Italia attraverso il progetto “ Ravenna CCS ”. I giacimenti esausti di gas naturale del Cane a sei zampe nell’alto Mare Adriatico sono infatti luoghi ideali per la conservazione dell’anidride carbonica e la prima fase del progetto prenderà il via durante il 2024.


L’hub di Ravenna diventerà il sito di riferimento del Mediterraneo per lo stoccaggio permanente della CO2, con una capacità totale ad oggi valutata in oltre 500 milioni di tonnellate. In questo modo sarà possibile, perseguire concreti benefici in termini di decarbonizzazione, tutelando contemporaneamente livelli occupazionali, produzioni nazionali e capacità di crescita anche di settori quali ad esempio cementifici, acciaierie e chimica, oggi sotto osservazione per l’impossibilità di abbattere le emissioni di gas climalteranti attraverso l’elettrificazione dei processi produttivi.


Questi settori, detti hard-to-abate ed il loro indotto secondo lo studio “Carbon Capture and Storage: una leva strategica per la decarbonizzazione e la competitività industriale” di The European House – Ambrosetti, rappresentano 94 miliardi di euro di valore aggiunto e occupano 1,25 milioni di addetti, pari a rispettivamente circa il 5% del Pil italiano e il 4,5% della forza lavoro.


La stessa fonte stima che elettrificazione, efficienza energetica, bioenergie, idrogeno e variazione delle materie prime potranno, tutte insieme, contribuire a una riduzione di circa la metà delle emissioni dei settori hard to abate. La restante parte, che supera le 30 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, dovrà essere decarbonizzata ricorrendo a soluzioni CSS.

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