Collezionisti

Per chi è sempre in movimento, l’arte è una grande terapia

La mecenate e imprenditrice franco-vietnamita Hélène Nguyen-Ban racconta la sua passione e come usare l’intelligenza artificiale per aiutare l’arte contemporanea.

di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo

La casa di Nguyen-Ban a Parigi: da sinistra, “White Christ” (1989), di Andres Serrano; un’opera di Georg Baselitz;“Reproduction drawing III (after the Leonardo cartoon)” (2009-2010), di Jenny Saville; al centro, “The Secret Life of Plants”(2001) di Anselm Kiefer. ©Invisible Collection

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«L’arte è sempre stata la mia àncora e la mia ossessione, un modo per intrecciare i frammenti della mia identità multiculturale», mi confida Hélène Nguyen-Ban. Collezionista, mecenate e imprenditrice culturale franco-vietnamita, Hélène è cresciuta in Africa, ma ha vissuto spostandosi continuamente tra i vari continenti. Dopo una carriera nel mondo del lusso e della moda, si è dedicata alla promozione dell’arte contemporanea a livello internazionale, con particolare attenzione alle pratiche emergenti e alle narrazioni interculturali. È attiva in diversi comitati e consigli di istituzioni museali e fondazioni, contribuendo allo sviluppo di programmi espositivi e alla costruzione di piattaforme di dialogo tra artisti, curatori e pubblico globale. Negli ultimi anni ha fondato iniziative che esplorano le relazioni tra arte, nuove tecnologie e forme di collezionismo contemporaneo come DOCENT, la prima piattaforma alimentata da intelligenza artificiale, pensata per rendere la scoperta dell’arte contemporanea più accessibile e personale.

Un ritratto di Hélène Nguyen-Ban.

QUAL È STATA LA TUA PRIMA ACQUISIZIONE? E L’ULTIMA?

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Il mio primo vero incontro con l’arte contemporanea è capitato per caso nel 2001 quando, passando davanti alla galleria Enrico Navarra a Parigi, sono rimasta incantata dai ritratti di Zhang Xiaogang. Quegli sguardi impassibili, che celavano ogni emozione, risuonavano profondamente con la mia educazione asiatica, dove mostrare i sentimenti era considerato volgare. L’acquisizione più recente è un’opera dell’artista coreana Moka Lee. I suoi ritratti, stratificati ed elusivi, riecheggiano l’intensità silenziosa di Zhang Xiaogang, e allo stesso tempo parlano della nostra epoca dominata dai social media e dalle maschere, in cui l’identità oscilla continuamente tra visibilità e dissimulazione.

QUANDO E COME HAI INIZIATO A COLLEZIONARE ARTE?

Ho iniziato quasi per caso, ma presto collezionare è diventato una forma di terapia. Avendo vissuto in costante movimento tra l’Africa, l’Asia e l’Europa, inconsciamente cercavo di costruire una sorta di rifugio, circondandomi di oggetti che potessero fungere da radici. All’inizio, la mia collezione comprendeva antichità, icone e arte rituale di civiltà diverse. Dopo l’incontro casuale e fortunato con Zhang Xiaogang, la mia passione si è spostata verso l’arte contemporanea. Grazie ad artisti vietnamiti come Danh Vo, Mai-Thu Perret e Thu-Van Tran, ho approfondito le intersezioni tra patrimonio culturale asiatico e pensiero occidentale. Con il tempo, la passione si è trasformata in una sorta di vocazione: ho co-fondato una galleria che ha inaugurato con una mostra dell’artista camerunese Pascale Marthine Tayou dedicata alla diversità e al dialogo culturale. Oggi, la mia collezione riflette sia il mio percorso personale sia le profonde relazioni umane che continuo a coltivare con gli artisti di tutto il mondo.

“Partita Di Scacchi” (2022), di Jem Perucchini.

COME SELEZIONI LE OPERE DA ACQUISIRE? TI AFFIDI A GALLERISTI O CURATORI?

Non scelgo in modo razionale. Ciò che mi attrae è il mistero, la capacità di un’opera di sorprendermi giorno dopo giorno. Che accada in uno studio d’artista, a una biennale o per caso, si tratta sempre di un coup de cœur, un colpo di fulmine, un richiamo istintivo. Collezionare, per me, non è una scelta o una decisione premeditata ma un bisogno vitale, un modo per riassemblare i frammenti della mia identità in un’unità coerente.

QUALI ARTISTI EMERGENTI TIENI D’OCCHIO E QUALI ARTISTI DEL PASSATO MERITANO, A TUO AVVISO, UN NUOVO SGUARDO?

Se potessi, vivrei con il Salvator Mundi, ma ormai è un po’ tardi. Leonardo da Vinci resta, per me, l’artista-scienziato per eccellenza, capace di fondere osservazione e poesia in pura genialità. Sulla sua scia, ho riscoperto il suo allievo Giampietrino, che ha portato quella luce nel Rinascimento lombardo. Tra le voci emergenti, mi affascina l’italo-etiope Jem Perucchini: i suoi ritratti, che richiamano l’allure e la matericità di un affresco, reinventano l’iconografia sacra per reinserire i corpi neri nella storia dell’arte occidentale in un dialogo raffinato tra eredità, mito e contemporaneità.

“The phantom”(2019), di Bendt Eyckermans. ©Thea Løvstad

LA TUA COLLEZIONE SPAZIA TRA OPERE DI ARTISTI COME MARLENE DUMAS, THOMAS SCHÜTTE E LYNETTE YIADOM BOAKYE. COME AFFRONTI L’INTEGRAZIONE DELL’ARTE CONTEMPORANEA IN CONTESTI STORICI, COME LA TUA RESIDENZA A LONDRA?

L’architettura, come l’arte, custodisce memoria; ogni superficie, ogni angolo porta le tracce di chi è passato prima di noi. La mia casa vittoriana, costruita dall’accademico reale sir Ernest George nel 1884 e successivamente sede della Royal Air Force polacca, racchiude un’eredità nobile e coraggiosa, una pagina gloriosa della storia polacca, britannica ed europea. Onorare questo passato, pur dando forma al presente, mi sembra essenziale. Questo mi ha spinta, ad esempio, ad appendere a una parete un’opera dell’artista polacco ML Poznanski, le cui riflessioni su memoria, tempo e identità acquistano nuova profondità in un contesto così carico di significato. Per me, integrare l’arte contemporanea tra quelle mura è un modo per far dialogare passato e futuro, vivere la storia e, al contempo, reinventarla continuamente.

“Not going to tell you where I come from, nor where I am going to”(2005), di Marlene Dumas. ©Thea Løvstad

SEI MOLTO COINVOLTA CON ISTITUZIONI E INIZIATIVE IN FRANCIA E NEL REGNO UNITO, DALLA TATE AL CENTRE POMPIDOU, DAI FLUXUS ART PROJECTS AD AWARE. COSA GUIDA LE TUE SCELTE QUANDO SI TRATTA DI SOSTENERE MUSEI E ASSOCIAZIONI?

Il mondo dell’arte mi ha dato così tanto che per me è naturale voler restituire qualcosa. Credo nella circolazione dell’arte: tra geografie, generazioni e generi. Per esempio, Fluxus Art Projects è un programma franco-britannico fondato nel 2010 per sostenere artisti e istituzioni su entrambe le sponde della Manica, favorendo collaborazioni, mostre e scambi culturali. Dal suo avvio, ha sostenuto oltre 250 artisti e 150 istituzioni, offrendo un supporto finanziario spesso decisivo per la realizzazione di nuove esposizioni, talvolta determinando la possibilità stessa che una mostra prenda vita. Soprattutto in tempi post-Brexit, creare occasioni che aiutino gli artisti a connettersi e crescere oltre i confini nazionali è fondamentale per mantenere attivo il nostro ecosistema culturale.

AL DI LÀ DELL’ATTIVITÀ DI COLLEZIONISTA, HAI RECENTEMENTE CO-FONDATO DOCENT, UNA PIATTAFORMA CHE UTILIZZA L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER FAR CONOSCERE OPERE D’ARTE CONTEMPORANEA. IN CHE MODO VEDI LA TECNOLOGIA AMPLIARE LE POSSIBILITÀ DI SCOPERTA E COINVOLGIMENTO DI NUOVI PUBBLICI?

Il mio sogno è sempre stato quello di condividere il più possibile l’avventura del collezionare, che per me è un percorso di vita. DOCENT nasce da questo desiderio. L’ho co-fondato insieme a un brillante matematico, con l’idea di creare una piattaforma che utilizzi l’intelligenza artificiale non per proporre alle persone una conferma del proprio gusto, ma per espandere i loro orizzonti. Oggi, DOCENT mette in relazione il pubblico con oltre 2.500 artisti, provenienti da 160 gallerie in 30 Paesi e cinque continenti. La nostra ambizione è rendere la scoperta intuitiva ed emotiva, creando una connessione tra identità personale ed esplorazione artistica. Combinando l’IA conversazionale con l’esperienza umana, aiutiamo nuovi pubblici ad acquisire fiducia nel vedere, sentire e, infine, vivere l’arte.

“Bloodline Series” (2001), di Zhang Xiaogang. ©Didier Delmas

PUOI CONDIVIDERE I TUOI INDIRIZZI PREFERITI PER UN VIAGGIO A LONDRA O PARIGI?

Vivendo tra Londra e Parigi, i miei due hotel preferiti condividono un legame poetico con Oscar Wilde. A Londra, L’oscar occupa una ex chiesa battista trasformata in un santuario di arte e sensualità, dove ancora aleggiano atmosfere letterarie e teatrali che richiamano la decadenza creativa dell’età d’oro londinese, da Wilde a Whistler. A Parigi, L’Hôtel, costruito nel 1828 sul sito del Pavillon d’Amour della regina Margherita di Valois: è lì che Oscar Wilde trascorse i suoi ultimi giorni. Altri ospiti eccellenti furono Cocteau, Borges e Dalí. Nascosto in rue des Beaux-Arts, vicino a Saint-Germain-des-Prés, è un rifugio intimo, ricco di storia e fascino della città, un vero gioiello di arte e memoria.

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