Pensioni, come cambiano da gennaio: si parte da incentivi e fondi integrativi
In molti punti le posizioni dell’esecutivo non collimano con quelle dei sindacati: il tavolo in agenda il 19 gennaio 2023 dovrà necessariamente fare i conti con l’impennata della spesa pensionistica
di Marco Rogari
3' di lettura
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Arrivare a Quota 41 secca entro il 2026 al termine di un breve percorso segnato da Quote flessibili. Alleggerire la tassazione sui fondi pensione ed, eventualmente, ricorrere a una nuova fase di “silenzio-assenso” per la destinazione del Tfr alle forme integrative. Innescare un processo graduale per giungere a una separazione delle voci pensionistiche da quelle assistenziali. Calibrare alcuni incentivi per rinviare le uscite. E garantire una “copertura previdenziale” dei giovani, anche attraverso il riscatto agevolato della laurea, e bonus per le lavoratrici madri.
Ancora non è uno schema stabile, ma, seppure ancora per grandi linee, per il governo sembrano essere questi i punti di partenza del confronto con le parti per sociali sulla nuova riforma delle pensioni, che scatterà il 19 gennaio. La data è stata fissata mercoledì 7 dicembre a Palazzo Chigi al termine dell’incontro tra Giorgia Meloni e i sindacati. L’obiettivo del governo è quello di definire un piano per superare la legge Fornero entro il prossimo autunno, in tempo utile per inserire le prime misure nella prossima manovra e avviare nel 2024 la riforma per giungere al suo completamento prima della fine della legislatura.
Lo scoglio-spesa
Trovare una quadratura del cerchio non sarà però facile. E non solo perché in molti punti le posizioni dell’esecutivo non collimano con quelle dei sindacati. Il tavolo che si apre dovrà necessariamente fare i conti con l’impennata della spesa pensionistica, che, trainata dalla corsa dell’inflazione, il prossimo anno è prevista in crescita dell’8,1% (contro il 3,9% del 2022) e quello successivo del 7,5%, salendo dagli attuali 297,3 miliardi di euro, rispettivamente, a 321,3 e poi a 345,3 miliardi di euro.
Un andamento, quello delle uscite della previdenza, che, come è noto, è monitorato con molta attenzione da Bruxelles. E che il governo ne sia consapevole è confermato indirettamente dalla decisione presa con il Ddl di bilancio all’esame del Parlamento di recuperare risorse non trascurabili con una stretta su Opzione donna e, soprattutto, tagliando la rivalutazione per gli assegni pensionistici con importi superiori ai 2.100 lordi al mese.
Quota 41 e flessibilità
Il punto d’arrivo dell’intervento strutturale al quale punta il governo dovrebbe essere il pensionamento con Quota 41 “secca”, ovvero la possibilità di uscire con 41 anni di versamenti a prescindere dell’età anagrafica, su cui spinge con forza la Lega, come ha più volte ribadito anche il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Una soluzione non sgradita ai sindacati, che però insistono sulla necessità di garantire maggiore flessibilità in uscita al sistema previdenziale prevedendo anche la possibilità di pensionamento a 62 o 63 anni. E alla flessibilità sembra guardare anche il ministero del Lavoro, guidato da Marina Calderone.








