Penelope ha disfatto tutta la tela
Una raccolta poetica di voci italofone plurime e migranti e una di racconti della diaspora sfidano il mito del soggettivismo lirico e offrono al lettore una riflessione fresca e vitale sulla letteratura, sulla solidarietà e sulla nostra umanità
di Lara Ricci
3' di lettura
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C’è la Penelope di Candelaria Romero che «ha smesso di lavorare/ non intreccia/ non trama più/ snoda fili»: ora «riavvolge matasse/ protegge colori/ custodisce tesori» non cerca più di portare a casa Ulisse, ma «è tornata al mare a nuotare». O la Raperonzolo di Mia Lecomte che guarda fuori dalla finestra, ma solo per immaginare la sua casa alle spalle. O, ancora, l’Eva indomita di Brenda Porster, che scrive a chiare lettere: «Sono ancora convinta, mio caro,/ che è tutto questione di potere/ il tuo amico, Dio,/ entra di nascosto nel nostro giardino/ a spiarci quando e come gli piace,/ senza un minimo di ritegno./ Ti pone divieti assurdi/ poi si sente grande quando vede/ come tu, da bravo ragazzo ubbidiente/ gli dai retta sempre», denunciando il «patto tra uomini» che con lei non avrebbe mai funzionato. E, polemica, chiede: «Mi sai spiegare, poi,/ perché di tutti i frutti/ è la conoscenza che ci è proibita/ saper distinguere il bene dal male,/ poter scegliere il giusto?». Scagiona infine il serpente e si prende la responsabilità di aver voluto dare un taglio definitivo: «Basta/ al giardino recintato, l’aria profumata,/ delizie comandate, il sesso/ innocente, insipido, spiato./ Non riuscivo a prendere fiato./ Su, andiamocene di qua –/ là fuori c’è il mondo: diviso, mortale,/ libero».
Sono alcune delle originali voci poetiche italofone di madrelingua non italiana, o non solo italiana, che da quindici anni si riuniscono attorno all’idea di «fare della poesia un organismo collettivo, vivo, capace di superare confini culturali e autoriali». Con il nome di Compagnia delle poete, intrecciandosi, hanno dato forma a quattro spettacoli ora riuniti nel libro Ho perso la coincidenza con l’arca.
Alcune di loro sono autrici note, altre meno: sono Prisca Agustoni, Ubah Cristina Ali Farah, Livia Bazu, Anna Belozorovitch, Laure Cambau, Vera Lúcia de Oliveira, Adriana Langtry, Sarah Zuhra Lukanić, Helene Paraskeva, Barbara Pumhösel, Begonya Pozo, Melita Richter, Francisca Paz Rojas, Barbara Serdakowski, Jacqueline Spaccini, Paulina Spiechowicz, Eva Taylor, oltre alle poete già citate, e vengono (anche) da Austria, Argentina, Stati Uniti, Romania, Svizzera, Brasile, Polonia, Somalia, Francia, con percorsi che comportano anche tappe in Marocco, Québec, Svezia.
Le poesie sono scritte apposta o scelte in base al tema e ricomposte da Lecomte, che è riuscita a dare corpo a una polifonia di voci femminili fresche e ariose, a «una parola poetica che non conosce frontiere né distanze, ma supera lingue e confini per toccare il cuore dell’esistente». Parlano di «madri, matrigne, madrine», della «nausea del dominio», di case senza scale per passare da un piano all’altro, di «carni speziate di pensieri, parole, sogni», di vocaboli doppi come «le rive opposte dell’oceano», di donne a pezzettini in cui «nessun frammento saprà più degli altri», di eroine del mito che infine dicono la loro, e ragazze che supplicano: «Non disfare la mia trama, fuoco e fumo i suoi ricami».
Un esperimento artistico ma anche sociale ed etico che sfida il feticcio della personalità d’autore. Al soggettivismo si contrappone un collettivismo lirico, che fiorisce rigoglioso in un contesto di identità plurime, migranti, in divenire, che cercano sé stesse non nell’appartenenza nazionale o culturale, e nemmeno in quella linguistica, ma nel misurarsi e accordarsi con l’altro, con l’altrove, nella varietà di lingue materne e acquisite, in una solidarietà che valorizza le differenze, che sono per tutti ricchezza. Ugo Fracassa, nella premessa, cita una frase di Amelia Rosselli, poeta translingue: «Se il rapporto diventa plurale, si può parlare di un discorso ad un pubblico, se non è al plurale, tanto vale non farlo». E de Olivieira scrive una poesia-manifesto: «Aveva imparato a osservare le rondini/ sempre lì a partire sempre lì a migrare/ poi tornano non le stesse magari altre/ della stessa famiglia della stessa specie/ si trasmettono l’odore dei luoghi/ si trasmettono la dimensione delle cose/ la memoria le misure dei pieni e dei vuoti/ il ritorno era sempre una ricognizione/ come se ognuna dovesse all’altra/ la strada da fare e quella già fatta».








