Paura rossa, allora e ora
di Alexander Baunov e Thomas de Waal
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Gli Stati Uniti hanno vissuto la “paura rossa” subito dopo la Prima Guerra Mondiale. Per tre anni i russi hanno incitato rivolte e scioperi dei lavoratori come parte di una campagna orchestrata per compromettere il capitalismo americano. Allora, il 29 aprile del 1920, il procuratore generale degli Stati Uniti, A. Mitchell Palmer, avvertì che dopo due giorni, il primo maggio, i lavoratori americani sarebbero insorti per rovesciare il governo americano con la forza. Non accadde e la “paura rossa” svanì con la stessa rapidità con cui era apparsa.
Gli Usa hanno sperimentato la seconda “paura rossa” dopo la Seconda Guerra Mondiale. Lo sviluppo della bomba atomica da parte dell’Unione Sovietica, insieme alla “perdita” della Cina nelle mani di Mao Zedong e dei comunisti cinesi, hanno alimentato un terrore febbrile all’interno degli Stati Uniti che, a posteriore, sembra poco credibile. Le società americane, soprattutto gli studi cinematografici di Hollywood, crearono delle blacklist di presunti simpatizzanti comunisti, rovinando la vita di migliaia di professionisti.
A Washington DC, i procedimenti nel Congresso americano etichettavano indiscriminatamente personalità rinomate come il generale George C. Marshall e il segretario di stato Dean Acheson come tirapiedi comunisti. Il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy – il cui braccio destro, Roy Cohn, sarebbe poi diventato mentore di Donald Trump – creò un retaggio di calunnia talmente duro a morire che i suoi metodi portano ancora il suo nome: maccartismo. E ben presto alcune audizioni al Congresso e un documentario televisivo mostrarono McCarthy come un menzognere e un demagogo. Così come nel 1920, la “paura rossa” dei primi anni Cinquanta svanì con la stessa velocità con cui era comparsa.
Lo stile paranoico della cremlinologia americana
Proprio quando stiamo festeggiando il centenario dalla Rivoluzione bolscevica in Russia, una nuova “paura rossa” sembra essere in corso, legata alle rivelazioni circa l’ingerenza della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016. Con il procuratore speciale Robert S. Mueller che inizia a portare alla luce legami sostanziali tra membri della campagna presidenziale di Trump e i circoli ufficiali russi, un senso di paranoia russo-centrica inizia a farsi sentire.
Le nuove rivelazioni secondo cui centinaia di maligni troll russi sui social media sarebbero stati attivi durante le elezioni Usa, nonché la campagna per il referendum sulla Brexit, hanno contribuito a far crescere ancor di più questo timore. Mentre però quei troll certamente puntavano a deridere la democrazia occidentale, suggerire che sovvertissero in modo significativo una di quelle votazioni vuol dire dar loro fin troppo credito.








