Paul McCartney: «Vi racconto Band on the Run, la mia Africa in un concept album»
A 50 anni dall’uscita il capolavoro dei Wings torna «Underdubbed». L’ex Beatle ne ripercorre la storia. Tra il quasi scioglimento della band e l’esperienza in Nigeria che poteva finire male
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Se c’è un disco solista di Paul McCartney che può competere senza complessi d’inferiorità con il corpus beatlesiano, quel disco è sicuramente Band on the Run, il capolavoro dei Wings rimasti in tre: Macca, sua moglie Linda e il povero Denny Laine. Un disco pieno di perle - oltre alla title track che è quasi prog, ci sono Jet, Bluebird, Mrs Vanderbilt e Let me roll it una dietro l’altra - uscito alla fine del 1973 che adesso torna disponibile, per la gioia dei collezionisti, in una sontuosa 50th Anniversay Edition: doppio Lp o doppio Cd con a corredo la versione «underdubbed», ossia privata delle parti orchestrali (vecchio vizio minimalista di Macca, risalente almeno ai tempi di Let It Be... Naked). Sorpresa delle sorprese: la versione «nuda» di Band on the Run, con quegli inserti muscolari di chitarra in risalto, suona per certi versi ancora più contemporanea dell’originale, tanto che Zio Paul è pronto a scommettere che piacerà alle giovani generazioni in virtù del suo sound «più grezzo». È lo stesso McCartney ad ammetterlo, in un Q&A per la stampa internazionale ricco di sorprese che delizieranno i fan. Tra il mezzo scioglimento dei Wings, l’avventurosa trasferta in Nigeria, il furto dei demo casalinghi che poteva finire in tragedia e quel gusto per i concept album che risaliva alla maturità dei Beatles. Una bellissima chiacchierata che pubblichiamo integralmente.
McCartney, è il 50esimo anniversario di Band on the Run. Parliamo un po’ di come è nato. È il 1973 e le cose vanno alla grande per i Wings. C’è Red Rose Speedway, My Love è un successo, Live And Let Die pure. Poi avete deciso di cambiare le cose e registrare in Africa. Perché?
Era l’epoca in cui si andava a registrare nel sud della Francia - gli Stones stavano facendo Exile lì - e quindi c’era quel tipo di atmosfera del «vado a registrare in un determinato posto». Sapevo che la Emi, la nostra casa discografica, aveva molti studi. Ho chiesto: «Potreste darmi un elenco di dove avete gli studi?». Ho dato un’occhiata e l’elenco era molto interessante. Rio era una possibilità, la Cina era una possibilità. E ho visto che ne avevano uno a Lagos, in Nigeria. Ho pensato: «Wow, Lagos, l’Africa». Mi piacevano la musica e i ritmi africani.
Ho pensato: «Ok, se vado a Rio forse prenderemo un’impronta latina». Se andiamo a Lagos, prenderemo una sorta di ritmo africano. Credo di essermi spinto troppo oltre con l’idea, perché quando siamo arrivati lì poi ho fatto praticamente il disco che avevo già in mente io. Ci sono un paio di brani che hanno un po’ di influenza africana, ma forse non così tanto come credevo inizialmente. Abbiamo semplicemente fatto un disco dei Wings.
Nei giorni precedenti il vostro viaggio a Lagos, i Wings hanno dovuto fare i conti alcuni cambiamenti di line-up inaspettati. Come avete affrontato la situazione?








