Musica

Paul McCartney: «Vi racconto Band on the Run, la mia Africa in un concept album»

A 50 anni dall’uscita il capolavoro dei Wings torna «Underdubbed». L’ex Beatle ne ripercorre la storia. Tra il quasi scioglimento della band e l’esperienza in Nigeria che poteva finire male

di Francesco Prisco

Arriva "Now and then", l'ultima canzone dei Beatles

11' di lettura

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Se c’è un disco solista di Paul McCartney che può competere senza complessi d’inferiorità con il corpus beatlesiano, quel disco è sicuramente Band on the Run, il capolavoro dei Wings rimasti in tre: Macca, sua moglie Linda e il povero Denny Laine. Un disco pieno di perle - oltre alla title track che è quasi prog, ci sono Jet, Bluebird, Mrs Vanderbilt e Let me roll it una dietro l’altra - uscito alla fine del 1973 che adesso torna disponibile, per la gioia dei collezionisti, in una sontuosa 50th Anniversay Edition: doppio Lp o doppio Cd con a corredo la versione «underdubbed», ossia privata delle parti orchestrali (vecchio vizio minimalista di Macca, risalente almeno ai tempi di Let It Be... Naked). Sorpresa delle sorprese: la versione «nuda» di Band on the Run, con quegli inserti muscolari di chitarra in risalto, suona per certi versi ancora più contemporanea dell’originale, tanto che Zio Paul è pronto a scommettere che piacerà alle giovani generazioni in virtù del suo sound «più grezzo». È lo stesso McCartney ad ammetterlo, in un Q&A per la stampa internazionale ricco di sorprese che delizieranno i fan. Tra il mezzo scioglimento dei Wings, l’avventurosa trasferta in Nigeria, il furto dei demo casalinghi che poteva finire in tragedia e quel gusto per i concept album che risaliva alla maturità dei Beatles. Una bellissima chiacchierata che pubblichiamo integralmente.

McCartney, è il 50esimo anniversario di Band on the Run. Parliamo un po’ di come è nato. È il 1973 e le cose vanno alla grande per i Wings. C’è Red Rose Speedway, My Love è un successo, Live And Let Die pure. Poi avete deciso di cambiare le cose e registrare in Africa. Perché?

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Era l’epoca in cui si andava a registrare nel sud della Francia - gli Stones stavano facendo Exile lì - e quindi c’era quel tipo di atmosfera del «vado a registrare in un determinato posto». Sapevo che la Emi, la nostra casa discografica, aveva molti studi. Ho chiesto: «Potreste darmi un elenco di dove avete gli studi?». Ho dato un’occhiata e l’elenco era molto interessante. Rio era una possibilità, la Cina era una possibilità. E ho visto che ne avevano uno a Lagos, in Nigeria. Ho pensato: «Wow, Lagos, l’Africa». Mi piacevano la musica e i ritmi africani.

Ho pensato: «Ok, se vado a Rio forse prenderemo un’impronta latina». Se andiamo a Lagos, prenderemo una sorta di ritmo africano. Credo di essermi spinto troppo oltre con l’idea, perché quando siamo arrivati lì poi ho fatto praticamente il disco che avevo già in mente io. Ci sono un paio di brani che hanno un po’ di influenza africana, ma forse non così tanto come credevo inizialmente. Abbiamo semplicemente fatto un disco dei Wings.

Nei giorni precedenti il vostro viaggio a Lagos, i Wings hanno dovuto fare i conti alcuni cambiamenti di line-up inaspettati. Come avete affrontato la situazione?

Era la sera prima del volo e un paio di ragazzi mi hanno telefonato. Il nostro batterista, Denny Seiwell, e Henry McCullough, il chitarrista, mi hanno detto: «Non veniamo». Non ho mai capito bene perché. Forse pensavano che l’Africa fosse una strada lunga da percorrere.

Sono il tipo di persona che non dice: «Oh mio Dio, forse il caso che ci ripensi!». Se devo andare da qualche parte, mi piace attenermi al piano. Quindi ho pensato di fare il miglior disco che ho fatto finora, da quando ho lasciato i Beatles. Ho pensato: «Beh, abbiamo la chitarra di Denny, la voce di Linda, la voce di Denny, la mia voce e alla batteria ci penso io, perché comunque la suono molto».

È stato pazzesco. Le circostanze erano semplicemente pazzesche. Penso che chiunque altro si sarebbe arreso, perché quando siamo arrivati lo studio era costruito solo a metà. Dovevamo solo trovare una soluzione. Ma eravamo Denny, Linda e io. E Geoff Emerick che era uno dei sound engineer dei Beatles.

Altra cosa divertente: quando, dopo quell’esperienza, siamo tornati a casa c’era ad attenderci una lettera della Emi che diceva: «Caro Paul, non andare per nessun motivo a Lagos. C’è stata un’epidemia di colera in Nigeria». Ci lasciavamo passare tutto addosso! Abbiamo ricevuto quella lettera solo al ritorno, altrimenti non credo che ci saremmo andati. Ma erano tempi selvaggi.

Lo studio era costruito solo a metà?

In Africa fanno grande musica e all’epoca non erano così tecnologici come eravamo abituati. Ci aspettavamo che fosse un vero e proprio studio Emi, ma non avevano cabine per le voci. Credo che in un certo senso l’atmosfera un po’ casereccia dello studio si sia trasmessa al nostro atteggiamento. Abbiamo adattato le nostre tecniche di registrazione e ce l’abbiamo fatta!

Si arriva così in Africa. I Wings si sono sfasciati. Lo studio non è esattamente quello che pensavate sarebbe stato. E poi, come se non bastasse, venite derubati...

Eravamo andati a trovare alcuni membri della nostra crew a casa loro e qualcuno ci ha detto: «Volete un passaggio a casa?». Abbiamo risposto: «È una notte così bella, andiamo a piedi». Quando siamo arrivati in fondo alla strada ci siamo resi conto... che quello era un avvertimento, ma non lo avevamo ascoltato perché eravamo dei desperados! Camminavamo dove ci era stato detto di non camminare e io avevo macchine fotografiche, registratori, tutte le mie cassette in una borsa e poi Linda aveva l’attrezzatura fotografica. Arriva un’auto, un tizio abbassa il finestrino e automaticamente penso che ci stia offrendo un passaggio. Dico solo: «No, ascolta amico, fantastico! È molto gentile da parte tua, ma non ci serve un passaggio». Camminavamo e loro si sono allontanati, cinque o sei ragazzi del posto, sembravano un po’ perplessi. Hanno proseguito lungo la strada e io li ho salutati dicendo: “Tutto a posto?”. Poi all’improvviso la macchina si è fermata di nuovo. Questa volta sono scesi tutti. Uno dei ragazzi ha preso un coltello. Ho detto: «Porca vacca. Aspetta un attimo, non ci stanno offrendo un passaggio». Ho avuto l’illuminazione mentre il ragazzo mi puntava il coltello contro.

Abbiamo dato loro tutte le nostre cose e sono risaliti in macchina. Si allontanano. Sbagliano strada, tornano indietro e noi diciamo: «Oh no, stanno tornando. Ci finiranno!» Alla fine se ne andarono. E così Linda e io tornammo a casa a piedi. A casa nostra c’era una vecchia guardia di sicurezza con un fucile vecchissimo uscito dalla Guerra Civile, ma non sembrava che potesse fare granché per aiutarci. Ci mettemmo a letto e dicemmo: «Lasciamo perdere». E così è andata. Il giorno dopo arriviamo in studio e lo studio manager dice: «Amico, sei fortunato a essere bianco. Se foste stati neri vi avrebbero ucciso perché avrebbero temuto che li avreste riconosciuti».

Hanno preso le cassette dei provini casalinghi di Band on the Run?

Sì, hanno preso le cassette con tutti i demo casalinghi. E, naturalmente, non si rendevano conto che quella roba aveva un valore o poteva essere utile a qualcuno. Sono sicuro che ci hanno registrato sopra o le hanno buttate o le hanno vendute come cassette vuote. Così ho dovuto farmi tornare in mente l’intero album. E la cosa non rappresentava tutto questo problema, perché era una specie di regola che John e io avevamo sempre avuto: all’inizio non avevamo cassette o apparecchi per registrarci su e dovevamo sempre ricordarci le cose. Dicevamo sempre: «Se le canzoni non te le ricordi tu che le hai scritte, come farà a ricordarsele la gente che le ascolta?».

Eppure avete realizzato uno dei vostri dischi più belli di sempre. La gente dice che per fare della grande arte c’è bisogno di attriti e difficoltà. Tutta questa storia rende credibile l’affermazione?

Beh, credo di sì. Non mi è mai piaciuto questo pensiero, perché a me succede tutto facilmente. Non sono sicuro che questo fattore influisca davvero sulle cose. Beh, lo ha fatto con Band on the Run. Credo che si possa sostenere anche il contrario. Voglio dire, Live And Let Die è stata realizzata senza alcuna fatica; è uscita fuori facilmente ed è stata un grande successo. In molte cose dei Beatles non c’era grande tensione. Quando c’era tensione, non sono sicuro che ne venissero fuori brani migliori. Venivano fuori brani tesi. Forse se stai cercando di fare un brano teso, è una buona idea.

Molti pensano che Band on the Run sia concept album. Sarà perché ci sono temi musicali che si ripetono in tutto il disco? 

Sì, credo di sì. Sai, più o meno in quel periodo era un’idea che girava. Quando abbiamo iniziato, tutto era composto da tre accordi: Buddy Holly, Elvis, canzoni molto semplici. E i Beatles le registravano. Con il passare del tempo, le canzoni sono diventate un po’ più complesse e alcune di esse hanno iniziato ad avere degli strati e degli episodi. Un po’ di questo e poi un po’ di un altro. Abbiamo iniziato a usare questo trucco: eravamo soliti concludere i nostri pezzi andando da un’altra parte. Così si arriva a She’s got a ticket to ride, and, I don’t care, my baby don’t care... come fosse un’altra canzone che esce fuori dal nulla mentre facciamo il fade out. E credo che questo abbia portato alle cose da concept album. Credo soprattutto che ci piacesse il formato Lp.

Di solito c’erano 14 canzoni, 7 per lato, il che era una specie di formula simpatica perché avevi 7 canzoni, poi avevi una pausa forzata mentre giravi il disco. Quindi a volte aspettavi un attimo e poi, oh, ora il secondo lato: come la Parte 1 e la Parte 2. Questo ti portava a ragionare in questi termini e, man mano che diventavi più fantasioso, pensavi: «Beh, alla fine questo è come un finale per questo pezzo di 40 minuti... dovremmo farne qualcosa». Quindi, sì, su Sgt. Pepper abbiamo iniziato a pensare più come a un insieme e ho seguito quell’idea fino in fondo e mi è piaciuta. Non mi sembrava di averla esplorata del tutto, così con Band on the Run ho fatto un po’ di questo per dargli quella completezza che l’ha portato a essere definito un concept album.

Linda ha co-composto quasi tutte le canzoni di Band on the Run. Com’era la vostra collaborazione nella composizione?

La questione era più la presenza di Linda mentre io scrivevo. Se mi bloccavo, le chiedevo un suggerimento e così abbiamo finito per co-scrivere le canzoni. In realtà non ci siamo seduti carta e penna a scrivere pezzo per pezzo. Probabilmente la verità è che la maggior parte della composizione era mia, ma se avevo bisogno di un collaboratore, Linda era lì. Potevo dire: «Cosa ne pensi di questo? E di questo? Qual è un’altra parola per questo?» e quindi in questo modo condivideva i credits. Era divertente avere qualcuno da cui prendere spunto. Ma lei non era una autrice come John, quindi non c’era quel tipo di collaborazione. È stato solo un bene avere una buona cassa di risonanza. Ci siamo divertiti a scrivere quelle cose insieme.

Che dire delle sue parti di sintetizzatore?

La parte di sintetizzatore di Linda su Band on the Run e la sua voce su Jet sono parti integranti di quelle canzoni. Sono arrangiamenti riprodotti ancora oggi da Paul «Wix» Wickens sul palco. All’epoca era cresciuta molto come musicista, ma suonava davvero d’istinto.

Il fatto è che Linda non sapeva praticamente nulla quando abbiamo iniziato. Era tipo college band. Le abbiamo detto: «Vuoi venire in tour? Sì, certo». E non ci abbiamo pensato troppo. Abbiamo solo pensato: «Ehi, è un piccolo gruppo di amici che va a fare musica». Quando abbiamo fondato i Beatles, era più o meno tutto qui. Ci siamo inventati tutto man mano che andavamo avanti e siamo migliorati insieme. Nel caso di Linda, lei non aveva mai suonato molto la tastiera, i primi pezzi erano molto semplici. Ma io glielo facevo vedere e lei imparava in fretta. Le davo una parte vocale e lei la prendeva, magari massaggiandola un po’. Le piaceva particolarmente il Moog. Ora è tornato in voga! A lei piaceva tutta quella roba funky.

Abbiamo sempre detto che sarebbe stata un’ottima punk rocker: aveva il piglio giusto. In effetti, in quel periodo ci evavamo dati dei nomi punk rock. Lei era Vile Lynn, violino, e io Noxious Fumes. Poi non ne abbiamo mai fatto nulla. Così, man mano che andavamo avanti, lei ha imparato molto e alla fine è diventata un’ottima musicista e parte integrante della band. In Band on the Run cantava benissimo e in modo molto particolare. Ricordo che anni dopo, quando lavorai con Michael Jackson lui mi chiese: «Chi ha cantato quelle armonie?», io risposi: «Beh, fondamentalmente siamo io e Linda. E Denny in parte». Lui disse: «Oh, sono fantastiche». Man mano che andava avanti, acquistava sempre più sicurezza.

Da dove viene il titolo, Band on the Run?

L’ho pensato solo per la canzone. In quel periodo c’erano molte canzoni come Desperados e Renegades... credo che molte persone fossero in fuga. All’inizio degli anni Settanta molte persone si erano ritirate dalla società in modi diversi. Era nell’aria e l’idea di una band in fuga, mi sono detto, è fantastica. Potreste essere una banda di fratelli, una specie di fuga dalla prigione, ma una band, una banda musicale. L’ho messa insieme e ne è nata Band on the Run.

È vero che Picasso’s Last Words (Drink To Me) è stata scritta dopo che Dustin Hoffman l’ha sfidata a creare una canzone sul momento?

Picasso’s Last Words è stata una sfida. Dustin Hoffman mi disse: «Puoi scrivere una canzone su qualsiasi cosa?». Io ho risposto: «Non lo so, forse«. Lui ha detto: «Dammi un minuto» ed è corso di sopra. Torna giù con un articolo di giornale sulla morte di Picasso. E mi dice: «Vedi quali sono state le ultime parole di Picasso?». Le sue ultime parole ai suoi amici furono: «Bevete per me. Bevete alla mia salute. Sapete che non posso più bere». Allora Dustin mi ha chiesto: «Puoi scrivere una canzone su questo?». Casualmente avevo con me la chitarra. Così ho iniziato a cantare una melodia su quelle parole. Era sbalordito. Disse ad Annie, credo fosse la moglie di allora, con la quale non sta più insieme: «Annie, vieni qui, ascolta qua! Guarda qua! Gli ho appena dato il giornale e ha già la canzone!».

Dave Grohl ha eseguito Band on the Run con voi a Glastonbury 2022. Dopo tanto tempo, cosa pensa dell’eredità e dell’influenza dell’album?

Beh, per me è davvero fantastico. Il mio grande obiettivo dopo i Beatles, una volta che avevo deciso di mettere insieme una band, era quello di fare qualcosa di diverso. È stato difficile, perché per tutti quegli anni mi sono allenato in stile Beatles e non volevo continuare a fare la stessa cosa. Così ho dovuto evitare tutto ciò che suonava troppo Beatles e creare un nuovo stile, che sarebbe diventato lo stile Wings. Quando abbiamo fatto Band on the Run, sentivo che ci eravamo riusciti. Avevamo creato qualcosa che non assomigliava affatto ai Beatles. Aveva degli echi, forse inevitabilmente, perché c’ero io, ma aveva uno stile sé. Anni e anni dopo stavo facendo un’intervista con qualcuno, credo fosse di Rolling Stone. Stavamo parlando di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e mi sento dire: «Il mio Sgt. Pepper era Band on the Run».

Per la generazione che è venuta dopo quel disco è stato altrettanto importante e questo mi ha fatto sentire bene, perché è quello che ho cercato di fare: creare qualcosa che fosse importante come lo sono stati i Beatles. Dave Grohl ha fatto una grande versione di Band on the Run con me a Glastonbury. L’ha cantata benissimo e l’ha fatta con la mia band. È fantastico per me vedere che quella canzone sia cresciuta, è la conferma finale di ciò che stavamo cercando di fare all’epoca.

Durante il «Got Back Tour» avete suonato diverse canzoni di Band on the Run e tutte hanno un suono contemporaneo. Pensi che ci siano dei fan più giovani che ascoltando la nuova pubblicazione del 50ennale penseranno che si tratti di un nuovo grande album di McCartney?

Non lo so, non mi dispiacerebbe. È un po’ strano perché la musica è entrata in uno dei suoi cicli: come la moda, come qualsiasi cosa. E mentre negli anni Ottanta si è spostata verso la disco, la techno, ora la gente sta tornando alle origini. Si suonano molti strumenti diversi, si ottengono suoni più grezzi. Credo che Band on the Run si inserisca molto bene in questo contesto. Quindi sì, forse qualcuno penserà: è il suo nuovo disco, amico ed è contemporaneo!

L’edizione del 50esimo anniversario di Band on the Run contiene una versione inedita «Underdubbed» dell’intero album. Underdub in che senso?

È Band on the Run come non la avete mai sentito prima. Quando su una canzone e si sovraincidono parti di strumento aggiuntive, tipo una chitarra in più, si parla di overdub. Qui è l’opposto: un underdub.

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