Indagine

Pasta, la crescita della produzione e i rischi del climate change

Nel nel 2023 c’è stata una produzione di pasta pari a 6,2 milioni di tonnellate per un valore di 8,9 miliardi di euro. Roma e Madrid svettano, ma il climate change può ripercuotersi sulla filiera

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore, Italia), Ana Somavilla e Javier Melguizo (El Confidencial, Spagna)

4' di lettura

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In Europa cresce la produzione e il valore della pasta pasta. E in questo quadro, il principale produttore rimane l’Italia che conquista il primo posto sia nell’ambito della produzione sia in quello dell’esportazione.

I dati elaborati dall’Eurostat mettono in evidenza la peculiarità dell’Italia, seguita poi dalla Spagna e dalla Germania.

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QNel nel 2023 c’è stata una produzione di pasta pari a 6,2 milioni di tonnellate per un valore di 8,9 miliardi di euro. Rispetto al 2022, quando il volume di produzione era di 6,1 milioni di tonnellate, la crescita in termini di volumi non è stata molto elevata ma si è accompagnata un incremento del valore notevole dato che è cresciuto di 1,1 miliardi di euro.

Italia principale produttore

L’Italia è stata di gran lunga il principale produttore di pasta dell’Unione europa, con 4,2 milioni di tonnellate prodotte lo scorso anno, per un valore di 6,2 miliardi di euro. Ciò rappresenta il 68% della produzione totale dell’UE in termini di volume e il 70% in termini di valore.

Dietro l’Italia c’è la Spagna con quasi mezzo milione di tonnellate prodotte e la Germania con oltre 290.000 tonnellate prodotte.

Nello stesso periodo i paesi dell’Unione europea hanno esportato quasi 2,7 milioni di tonnellate di pasta, di cui oltre la metà, pari al 57 % è stata destinata ad altri paesi dell’Unione europea.

E al primo posto, nella classifica degli esportatori, c’è l’Italia con 2,0 milioni di tonnellate esportate nel 2023, pari al 76 % del totale. La Spagna, secondo paese esportatore, ha esportato circa 130 mila tonnellate, pari al 5% del totale.

Quanto agli importatori: al primo posto c’è la Germania con 440.773 tonnellate di pasta con una quota del 28 % delle importazioni totali degli Stati membri dell’Ue, e la Francia, che con 371.966 tonnellate di pasta importata, pari al 24 % delle importazioni.

Ci sono poi le destinazioni extra Ue. Nel 2023, 307.481 tonnellate, pari al 26% delle esportazioni extraeuropee, sono andate nel Regno Unito e 243.646 tonnellate, pari al 21% negli Stati Uniti.

L’espansione della Spagna e i rischi del climate change

La produzione di pasta in Spagna ha registrato una crescita sostenuta negli ultimi anni, trainata dall’aumento del consumo interno e dalla crescente domanda internazionale. Durante la pandemia COVID-19, il settore ha registrato una notevole ripresa a causa del cambiamento delle abitudini di consumo, con una maggiore attenzione per gli alimenti non deperibili e facili da preparare.

Di fatto, nel 2023, la Spagna era il secondo produttore di pasta di cellulosa dell’Unione Europea (UE) con un totale di 485.131 tonnellate, seconda solo all’Italia, che produceva 4,2 milioni di tonnellate, secondo i dati pubblicati da Eurostat.

Tuttavia, i cambiamenti climatici comportano rischi potenziali per questo settore. Poiché la produzione di pasta dipende direttamente dalla disponibilità di grano e altri cereali, siccità e ondate di calore prolungate in Spagna e in altri Paesi fornitori potrebbero influire sia sulla qualità che sul prezzo delle materie prime. La gestione dell’acqua è un altro fronte. Una risorsa cruciale per la produzione agricola, complicata da una disponibilità sempre minore. Queste preoccupazioni hanno portato le aziende del settore a esplorare alternative come la diversificazione dell’approvvigionamento e l’uso di colture più resistenti alle condizioni climatiche estreme per garantire la sostenibilità a lungo termine della produzione.

La siccità sta avendo un profondo impatto sui campi di cereali per la produzione di pasta in Spagna. La mancanza di precipitazioni e lo stress idrico prolungato hanno ridotto drasticamente i raccolti di grano duro, il principale cereale utilizzato in questa industria. Ad esempio, nell’ultima stagione, il Grupo Gallo ha riferito che le tonnellate di grano raccolte sono state meno della metà del solito, passando da 20.000 tonnellate a meno di 9.000 tonnellate.

Secondo gli ultimi rapporti del Ministero per la Transizione Ecologica e la Sfida Demografica (MITECO), nel 2022 è stato colpito tra il 35% e il 45% del territorio, mentre nel 2023 questa cifra è scesa al 15%-25%. Nella prima metà del 2024 si è ulteriormente ridotta a circa il 15% del Paese. Ma nonostante questa tendenza positiva, ci sono ancora vaste aree di coltivazione in cui la siccità rimane un problema.

Secondo l’Indagine sulle superfici e le rese delle colture (ESYRCE), nel 2023, il 77,8% della superficie coltivata in Spagna apparterrà a colture irrigue. Infatti, i cereali come il grano tenero rappresentano 1.792.228,99 ettari, mentre il grano duro 328.997,04 ettari. Mentre nel 2013, 10 anni fa, la percentuale di ettari coltivati in terraferma era del 79,15%. Per quanto riguarda la coltivazione del grano, il grano tenero conta 1.761.730,73 ettari e il grano duro 445.589,23 ettari.

Ebro Foods, il più grande gruppo alimentare spagnolo che ha tra i suoi azionisti il governo nazionale, vende pasta prodotta in Italia. Lo fa, in particolare, dall’aprile 2018, quando ha acquisito il 70% di Bertagni, azienda italiana nota per avere il più antico marchio di pasta ripiena del Paese transalpino. Le sue origini risalgono al 1882, quando Luigi Bertagni e i suoi fratelli idearono un modo per confezionare e conservare i tortellini freschi che producevano.

*Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore, Italia), Ana Somavilla e Javier Melguizo (El Confidencial, Spagna)

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