Passaggio generazionale, la terza via è la famiglia azionista
Vendere o lasciare le redini non sono più l’unica soluzione. Fondamentale governare il cambio
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I punti chiave
- Nelle aziende familiari i valori condivisi premessa indispensabile
- In Europa solo il 12% delle aziende ha una Family Consititution
- La responsabilità sta anche nell'azionariato
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - «Cosa vuoi fare da grande?», una domanda che non deve più essere un tabù per chi nasce in una famiglia di imprenditori. Ma che, se ben gestita, può diventare risorsa, personale quanto per il sistema Italia. Tra passaggio di padre in figlio e vendita, c’è una terza via per le imprese familiari, anche italiane. Terza via che potrebbe diventare sempre più strategica con il cambio demografico che avanza. È lo scenario che traccia Alessandro Minichilli, docente Bocconi che da anni segue il mondo delle aziende familiari.
Uno scenario che parte dall’esperienza. E da una consapevolezza: «prendere le redini dell’impresa di famiglia prevede responsabilità. Dall’azienda dipendono lavoratori, spesso interi territori, ma anche il sistema Paese. A volte in famiglia può non esserci il giusto successore. O, non esserci un imprenditore ma un futuro medico bravissimo. Dobbiamo superare l’idea che di fronte al passaggio generazionale le scelte siano solo due: lasciare le redini a qualcuno o vendere. Le famiglie possono essere una risorsa nel sistema economico anche come azionisti».
Una consapevolezza che nasce anche dai numeri, circa il 30% delle imprese familiari sopravvive con successo ai cambi generazionali. E, spesso, il problema è la mancanza di strategia. Le imprese familiari che decidono di sviluppare una Family Constitution , rileva Minichilli, sono una su due a livello globale ma solo il 12% nei contesti europei. Eppure, secondo una survey realizzata su chi lo ha fatto, i benefici di lavorare sulla strategia familiare ci sono e vanno dalla salvaguardia del futuro dell’azienda (93 %), alla gestione di una crescente complessità della famiglia (82 %), fino alla capacità di preservare la stessa solidarietà della famiglia (81 %).
«Un valore imprescindibile del sistema europeo, oltre che italiano, di impresa e famiglia insieme è quello di una solida base valoriale», dice Minichilli, «proprio per questo, quando si programma il passaggio alle generazioni successive si deve essere chiari nel porre sul tavolo se e, solo poi, quale idea ci sia per il futuro dell’azienda. In contesti come questi i valori e gli obiettivi vengono ancor prima delle regole, che pure restano fondamentali. Se si costruisce su un fraintendimento di fondo, dando per scontato che i figli vogliano o sappiano proseguire, quando arriva il momento del passaggio di mano si rischia di fallire. Con l’unica soluzione di chiudere o vendere». Una domanda, dice ancora Minichilli, «che non si può porre ad uomo o una donna di trent’anni, ma che va messo in chiaro da subito. Dagli anni della formazione, anche ben prima dell’Università». Con la consapevolezza che un no non significhi la fine della storia imprenditoriale per la famiglia, ma possa voler dire solo un percorso diverso. La terza via, appunto.
«Le famiglie sono grandi risorse per l’economia anche come azionisti. Da proprietari responsabili, scardinando l’idea che chi lavora in azienda vale di più rispetto a chi decide di non farlo. Una proprietà responsabile, governata da una Family Strategy che diventa Family Costitution conserva il valore dell’azienda familiare coniugandolo al successo imprenditoriale ed economico», anche meglio, in qualche caso, di una successione a tutti i costi. Uno scenario che potrebbe aiutare a superare lo scoglio della crisi demografica anche nell’imprenditoria familiare italiana.


