Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
di Chiara Bussi
3' di lettura
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Hanno modificato il loro statuto includendo, oltre al profitto, il beneficio comune. Sono così diventate società benefit, mettendo in atto un profondo cambiamento. E proprio le iniziative locali sono destinate a diventare il loro principale volàno di crescita, con Roma che ha fatto da apripista. Il progetto si chiama Impresa Comune ed è nato dalla collaborazione tra l’Assessorato alle politiche della sicurezza, attività produttive e pari opportunità della capitale e la regenerative design company Nativa. Ha coinvolto 100 aziende e in 40 hanno completato con successo la trasformazione. In meno di un anno l’iniziativa ha stimolato un’ulteriore crescita, rispetto a quella organica, del 15% delle società nella capitale: dalle 217 del 2023, ora le Sb sono circa 500 e si è passati alla seconda fase aperta a tutte le aziende con sede legale o operativa a Roma e provincia. «Il risultato ottenuto– sottolinea Paolo Di Cesare, co-founder di Nativa insieme a Eric Ezechieli – è significativo: il progetto ha favorito un cambiamento culturale e strategico nel tessuto produttivo locale. Le aziende coinvolte non solo contribuiscono alla crescita economica, ma diventano protagoniste di un cambiamento positivo per la collettività. Il modello Roma potrà essere esportato anche in altri centri. Al momento anche Milano e Treviso hanno mostrato interesse nel mettere in campo progetti analoghi, mentre altre città potrebbero seguire nei prossimi mesi».
L’istantanea
L’ultima istantanea è di fine 2024: le società benefit sono 4.593 secondo la Ricerca nazionale diffusa a febbraio. Elaborando i dati dell’Osservatorio sulle Sb di Camera di Commercio di Taranto-Infocamere emerge come per Milano, che guida la classifica provinciale, un ritmo di accelerazione analogo a quello romano significherebbe sfiorare le 1.200 Sb, per Treviso superare ampiamente quota 100. «Scegliere di diventare società benefit - afferma Di Cesare - è uno step evolutivo che fa emergere la vocazione di un’impresa, ovvero la sua ragione di esistenza. Grazie al modello benefit è ora possibile scolpirla davanti alle intemperie. Si pensi al momento storico che stiamo vivendo dove tutto sembra improvvisamente messo in discussione: la vocazione di un’impresa va protetta e l’Europa potrebbe sfruttare l’opportunità di diventare l’habitat naturale per le Sb». Una scelta di campo all’insegna dell’innovazione, prosegue Di Cesare, «poiché tante aziende trovano nelle società benefit un modello di governance adatto ad affrontare le sfide economiche, sociali e ambientali del XXI secolo».
Il ruolo di Nativa
La stessa Nativa è una Sb , la prima in Italia e in Europa. «Il nostro percorso – ricorda Di Cesare – è iniziato con una bocciatura da parte della Camera di Commercio nel 2012: questo statuto giuridico non c’era in Italia. Per questa ragione siamo diventati tra i principali promotori della legge, seconda al mondo dopo gli Usa, che le regolamentava». Solo quattro anni dopo, nel 2016, questo traguardo è stato raggiunto. Le società benefit devono misurare il proprio impatto ambientale e sociale e rendicontare obiettivi e risultati, pubblicandoli insieme al bilancio. Un percorso che viene attentamente monitorato. E ora Nativa aiuta altre imprese a scoprire il potenziale rigenerativo che è in loro: nel 2024 ha supportato 160 organizzazioni nel percorso di innovazione sostenibile. Nelle sedi di Milano e Roma lavorano circa 70 persone. Non a caso al posto delle business unit ci sono cinque benefit unit: Evolution, che dal 2012 supporta centinaia di imprese nel loro percorso verso la sostenibilità, Better building (con un focus sulle migliori pratiche di green building), Hot Water (agenzia creativa e di comunicazione per accelerare la trasformazione della cultura aziendale verso la sostenibilità e la rigenerazione), Campus (per accompagnare professionisti e imprese nelle sfide della sostenibilità) fino a Spaceship, piattaforma digitale di sostenibilità per Pmi e filiere.