L’intervista

Parmitano: Artemis III sarà una missione «avvincente e complessa»

Intervista all’astronauta italiano nominato pilota della prossima missione del programma lunare: due lander da agganciare manualmente in orbita, procedure ancora da scrivere e la possibilità — non esclusa — di camminare sulla Luna in futuro.

di Emilio Cozzi

Luca Parmitano   (PHOTO CREDIT:  NASA / BILL STAFFORD)

5' di lettura

English Version

5' di lettura

English Version

Luca Parmitano sarà il pilota di Artemis III. La Nasa lo ha annunciato il 9 giugno al Johnson Space Center di Houston: l’astronauta italiano dell’Agenzia spaziale europea (l’Esa), 49 anni, catanese di origine, volerà nella capsula Orion insieme con il comandante Randy Bresnik e gli specialisti di missione Frank Rubio e Andre Douglas nella prossima missione del programma lunare statunitense. È il primo europeo a ricoprire un ruolo operativo primario nel programma.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

PHOTO CREDIT: NASA / BILL STAFFORD

In orbita terrestre bassa per circa due settimane, nella seconda metà del 2027, la missione dovrà dimostrare che Orion sia in grado di eseguire manovre di prossimità, attracco e sganciamento con i due lander lunari, Blue Moon di Blue Origin e Moonship di SpaceX. Operazioni che, come Parmitano conferma, saranno in buona parte effettuate manualmente. E che costituiranno un passaggio nodale per l’allunaggio umano, previsto dalla missione Artemis IV nel 2028.

Loading...

Il quadro tecnico, però, è ricco di incognite: l’unica rampa disponibile per lanciare Blue Moon è stata compromessa da un’esplosione del razzo New Glenn pochi giorni fa. Il suo ripristino potrebbe richiedere mesi. Starship, dal canto suo, non ha ancora effettuato un volo orbitale completo. “Entrambi i lander voleranno per la prima volta su Artemis III – dice Parmitano evidenziando, senza nemmeno troppa enfasi, la complessità della missione - non c’è alternativa all’ottimismo” aggiunge, con quella calma che ormai gli è riconosciuta come cifra professionale, quella di un astronauta capace di cavarsela bene anche in momenti di estrema criticità.

Parmitano, quanto pensa abbiano contato nel selezionarla il modo in cui gestì la sua seconda attività extraveicolare – quando per un’avaria della tuta rischiò di annegare in orbita – e la sua esperienza da pilota collaudatore sperimentale dell’Aeronautica?

“Da zero a cento? Cento. Credo che la mia esperienza sia stata alla base dell’assegnazione, non solo ad Artemis III, ma del mio ruolo specifico. Non potrei esserne più felice, perché, da ben prima che sapessi di poterne far parte, parlo di Artemis III come di una delle missioni più interessanti e avvincenti dell’intero programma”.

Che cosa intende?

Lo sviluppo ingegneristico necessario per affrontarla con successo è una fase di estreme complessità e personalmente nutro un grande rispetto per chi, magari lontano dalla visibilità che uno sbarco sulla Luna garantisce, lavora in silenzio per raggiungere quell’obbiettivo. Si pensi a cosa succede nel mondo dell’aviazione: tutti conoscono i ‘Maverick’, quasi nessuno sa chi gli abbia preparato l’aereo. Per noi è e sarà la stessa cosa: tutti ricordano l’Apollo 11, ma senza l’Apollo 9 Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Micheal Collins non sarebbero andati da nessuna parte. Per questo, il mio ruolo in Artemis III, da pilota sperimentatore, per me è un privilegio”.

Eppure lei ha un curriculum da Moon-walker perfetto. Davvero non ha rammarichi?

“Nessuno; provo solo una gioia difficile da contenere. Anche perché non vedo il motivo per cui dovrei dispiacermi: la nuova avventura lunare è agli inizi e noi ne rappresentiamo solo un primo passaggio. In mancanza di altri dati, posso solo affidarmi alla storia, cioè a come gli astronauti del programma Apollo sono stati assegnati alle diverse missioni e mi rendo conto che fifty is the new thirty. Detto altrimenti, quando osservo il corpo astronautico della Nasa o dell’Esa vedo che l’esperienza ha una grande considerazione. Per di più Artemis III mi garantirà competenze e specializzazioni che non potrei acquisire altrimenti. Per carattere non ho mai posto limiti al possibile; dovrei farlo adesso?”

L’addestramento è già cominciato, conferma?

“Sì, ieri – il 10 giugno, ndr - il primo giorno ufficiale del percorso di oltre un anno che ci porterà al volo. In mattinata, nel Building 9 della Nasa, sono entrato nella capsula Orion potendola osservare in due configurazioni, per iniziare a familiarizzare con il sistema di controllo, con i display, con i comandi. Ripeterò tutto oggi stesso; ho poco tempo non solo per conoscere un’astronave da zero, ma per raggiungere un livello di familiarità che mi permetta di utilizzarla in un inviluppo operativo che ancora non esiste”.

Photo credit: NASA/Helen Arase Vargas

Non la conosce proprio la sua prossima capsula spaziale?

“È una macchina radicalmente diversa da quelle sulle quali ho volato. Ho raggiunto la Stazione spaziale internazionale grazie alle russe Sojuz, veicoli concepiti decenni fa, che anche nella versione più aggiornata rimangono una generazione e mezzo indietro rispetto alla Orion. Orion è un sistema in evoluzione costante, un cambiamento al quale mi aspetto di contribuire”.

Veniamo al lato meno brillante della medaglia: uno dei due lander cui dovrete attraccare ha perso la rampa di lancio, distrutta da un’esplosione durante un test. L’altro non ha mai effettuato un volo orbitale completo. Quanto c’è da avere fiducia?

“È una sfida industriale; le aziende coinvolte dovranno dimostrare le loro competenze. Da parte nostra, ci approcciamo a tutto questo con la volontà di essere elastici e di lavorare per ottenere qualunque risultato ci venga chiesto. Da noi ci si aspetta un lavoro collettivo per diventare un equipaggio pronto a qualsiasi tipo di missione. La sfida per le industrie è darci le macchine. Non credo ci siano alternative all’ottimismo”.

I lander voleranno in autonomia prima della vostra missione, o Artemis III sarà il loro debutto?

“Voleranno per la prima volta con noi”.

Non è un caso, il direttore di volo, Norm Knight, abbia definito Artemis III la missione più difficile che la Nasa abbia progettato. È d’accordo?

“Non si tratta solo delle difficoltà della missione in sé; anche la sua logistica andrà affrontata con rigore. Avremo tre lanci distinti, da pianificare in un arco di tempo relativamente breve per permetterci di fare tutto in due settimane. Prima partiremo noi, sulla Orion in testa allo Space Launch System, poi sarà lanciato il lander di Blue Origin, quindi quello di SpaceX. Per questo le simulazioni saranno integrate tra team e luoghi diversi e con astronavi differenti: noi occuperemo i Building 5 e 7 della Nasa, le industrie useranno i loro simulatori, con i loro specialisti in collegamento. È una cosa mai vista prima”.

 

Sembra che buona parte delle manovre di rendez-vous, docking e sganciamento saranno manuali; toccheranno a lei?

“È probabile. Proprio nelle prossime ore avrò il primo tabletop – una riunione di pianificazione operativa, ndr - con tutto il team di Artemis III, per iniziare a esplorare le procedure. È tutto in divenire e per un pilota sperimentatore è la cosa più bella che si possa immaginare. Dobbiamo ancora determinare quante fasi saranno in automatico, ma ritengo che molte di quelle critiche saranno manuali. A quel punto è il pilota a sedersi al posto di comando e a prendere il controllo dell’astronave”.

Una volta agganciati, è previsto entriate nei lander per comprovarne i sistemi?

“L’idea è che questo avvenga con il lander di Blue Origin — il Mark uno o due, dobbiamo ancora capire. Dopo l’attracco, dovremo effettuare operazioni interne. Il secondo lander, una versione modificata di Starship, ha un modulo di attracco, ma non un sistema di supporto alla vita, né di operazioni interne. In questo caso effettueremo solo un’operazione dinamica di aggancio e sgancio”.

Parmitano, la Cina punta ad arrivare sulla Luna entro il 2030. In molti, compreso l’amministratore della Nasa, Jared Isaacman, non escludono possa farlo prima. Quanto pesa questa pressione nelle scelte e nei tempi di Artemis?

“Molto, senza dubbio. L’attuale amministrazione statunitense vuole mantenere la leadership, vuole presentarsi come il sistema dominante nell’aerospazio.

E noi, da europei alleati agli Stati Uniti, vogliamo essere con loro in questa fase. Con una precisazione doverosa: la Nasa serve la volontà geopolitica americana di dimostrare preminenza tecnologica; noi, come Esa, portiamo i valori europei: collaborazione, cooperazione, apertura. È un ruolo di ponte, tecnologico e ideologico. Credo ci stia riuscendo”.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti