Giornata internazionale dei diritti delle donne

Parità di genere: un obiettivo ancora fragile ma strategico per l’economia italiana

L’aumento dell’occupazione femminile al livello maschile incrementerebbe il Pil italiano dell’11-12% e favorire l’innovazione nelle aziende familiari

di Anna Maria Tarantola

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Mi viene spesso detto che, per il percorso professionale che ho compiuto, rappresento un modello di riferimento. Ovviamente, un riconoscimento che fa piacere; ma la realtà è che non si tratta di un percorso lineare né privo di ostacoli. Ho incontrato fatiche, arretramenti, momenti in cui la carriera sembrava sospesa. Le maternità – due figlie – in un contesto istituzionale come quello della Banca d’Italia, dove il merito è un criterio rigoroso, hanno determinato una pausa nelle valutazioni annuali, rallentando inevitabilmente la progressione professionale.

Le necessità di assistere i miei genitori anziani e malati mi hanno portata a rinunciare a una promozione che comportava un trasferimento. Gli inconvenienti nei rapporti di lavoro, le condizioni che le donne spesso devono accettare, le continue domande su “Perché ti interessa?” quando era chiaro che uomini meno qualificati venivano considerati e la pressione costante di dover essere sempre preparata al massimo livello, sono elementi di un retaggio culturale che ancora condiziona profondamente le carriere femminili. Alle donne, semplicemente, non si perdona nulla.

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Il peso persistente della maternità e del lavoro di cura

Oggi posso affermare che molte delle difficoltà incontrate hanno radici strutturali. La maternità e il carico di cura continuano a pesare soprattutto sulle donne, stimato intorno al 70%, riducendo le loro opportunità di lavoro e di sviluppo professionale. La strada da percorrere è chiara: più condivisione familiare (purtroppo il ricorso maschile al congedo parentale rimane scarso), più asili nido e scuole materne accessibili, più strutture pubbliche dedicate agli anziani. Questi interventi non sono solo una questione di equità, ma di efficienza sociale ed economica.

Il retaggio culturale che frena la parità

Secondo la rilevazione Istat del 2023 sugli stereotipi di genere, sebbene vi sia un lieve miglioramento rispetto al 2018, persistono convinzioni diffuse: gli uomini sarebbero poco adatti alle cure domestiche (21,4%), le donne le principali responsabili dei figli e delle faccende domestiche (20,2%), la maternità sarebbe un dovere femminile (20,9%), e le donne meno adatte alla leadership perché più emotive. Tali stereotipi colpiscono anche i giovani: circa quattro adolescenti su dieci ritengono che spetti all’uomo mantenere la famiglia, uno su quattro che debba comandare.

Gli effetti sono tangibili: riduzione della quantità e della qualità del lavoro femminile, minori retribuzioni, progressione di carriera limitata, aumento della dipendenza economica e della vulnerabilità alla violenza di genere. L’impatto non è solo individuale, ma collettivo e culturale, per questo difficile da sradicare.

Le politiche di genere: passi avanti e limiti

Negli ultimi anni sono state introdotte alcune norme significative. A cominciare dalla certificazione di genere (L. 162/2021, PNRR), su base volontaria, per monitorare l’equilibrio interno alle aziende; la valutazione d’impatto di genere (L. 167/2025), che impone al Governo di considerare l’impatto sulle donne in ogni nuova normativa; la Legge UNI-PDR 180/2026, con KPI di equilibrio di genere nella programmazione economica e sociale delle Pubbliche Amministrazioni. E ancora prima la Legge Golfo-Mosca, che ha introdotto la quota del 40% di donne nei CDA, anche se resta molto da fare nelle aziende non quotate e nei ruoli apicali. E ricordiamo che ancora oggi solo il 6% delle società quotate ha un’amministratrice delegata, tra cui spicca Giuseppina Di Foggia, ceo di Terna.

Nonostante questi progressi normativi, la parità procede lentamente e con rischi di regressione, come dimostra l’abolizione dei principi di diversità e inclusione negli Stati Uniti. In Italia, poi, il tasso di occupazione femminile resta intorno al 52-53%, le retribuzioni il 20 per cento sotto quelle maschili e i ruoli apicali quasi esclusivamente maschili.

L’impatto economico della parità

Raggiungere la piena parità non è solo un obiettivo sociale: è un investimento economico strategico. Studi stimano che l’aumento dell’occupazione femminile al livello maschile potrebbe incrementare il PIL italiano dell’11-12%, migliorare la produttività e la solidità delle imprese (Cerved Rating Agency), favorire l’innovazione nelle aziende familiari (studio Prof. Francesco Paolone) e aumentare gettito fiscale e capitale umano. L’autonomia economica delle donne riduce inoltre la violenza di genere e amplia la capacità decisionale nelle istituzioni pubbliche e private.

Le donne esprimono una leadership inclusiva, trasparente e orientata al lungo periodo, combinando competenze operative e capacità di controllo con visione strategica. Dimostrano, nei contesti dove sono presenti, che la parità di genere non è solo un principio etico, ma un volano per la crescita economica e sociale del Paese.

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