Paris Internationale Milano, una prima edizione che convince
Tra vendite diffuse e nuove scoperte, l’appuntamento inaugura un formato sostenibile che intercetta un collezionismo attento alla scena emergente
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Quando Paris Internationale ha annunciato la sua prima edizione a Milano - dal 17 al 21 aprile - la domanda tra i fondatori era chiara: cosa ci piacerebbe vedere, oggi, in una fiera d’arte contemporanea? La risposta, a fiera conclusa, è un bilancio articolato che va oltre i numeri: accanto ai sold out di alcune gallerie, si delinea un orientamento verso una scena emergente capace di intercettare un collezionismo in cerca di nuove traiettorie.
È una lettura condivisa da Nerina Ciaccia (Ciaccia Levi, Parigi) - tra i fondatori della fiera parigina - che sottolinea “come le vendite abbiano attraversato in modo diffuso la fiera — tra chi ha venduto singole opere e chi ha raggiunto il tutto esaurito — restituendo un clima generalmente positivo, in particolare tra le gallerie internazionali, come Jocelyn Wolff, che evidenzia anche la qualità dell’accompagnamento curatoriale”.
Anche sul fronte delle gallerie italiane il riscontro è stato solido, con alcune vendite rilevanti, tra cui Francesca Minini che presentava tra gli special project le sculture in marmo, bronzo e cera d’api di Ambra Castagnetti - prezzo compreso tra 12 mila a 23 mila euro - che sono state apprezzate e alcune sono state vendute all’opening.
A emergere tra le proposte è un dato significativo: la buona tenuta di opere sotto i 15 mila euro, segnale di un mercato attento e reattivo su una fascia accessibile. A questo si aggiunge una struttura di costi relativamente accessibile: la quota di partecipazione per gli espositori varia infatti tra i 4 mila e i 13 mila euro.
E per il futuro? “Guardando al futuro - afferma Nerina Ciaccia - l’intenzione è di consolidare il formato senza alterarne l’equilibrio: la fiera tornerà nel 2027 mantenendo la stessa durata e un numero di espositori sostanzialmente stabile - 34 le gallerie presenti - ritenuto adeguato per garantire una fruizione agile e un dialogo diretto tra galleristi e visitatori. Anche la sovrapposizione con i giorni del Salone del Mobile, inizialmente osservata con cautela, sembra aver prodotto risultati incoraggianti, tra visite qualificate e ulteriori vendite. L’obiettivo, piuttosto, è quello di sedimentare nel tempo un’abitudine, affinché questo appuntamento possa progressivamente entrare nel calendario mentale della città”.
L’evento ha inoltre valorizzato il dialogo tra arte contemporanea e trasformazione urbana. La scelta della sede — Palazzo Galbani — è, infatti, parte integrante del progetto curatoriale. L’edificio storico in fase di restauro da parte dello studio Park per conto di Domo Media ha beneficiato di un allestimento che, come sempre, è stato firmato dallo studio svizzero Christ & Gantenbein in collaborazione con i designer milanesi NM3.












