Paris Hilton: tra palco e battaglie parlamentari si racconta senza maschera
In un documentario di Bruce Robertson e dal titolo “Infinite Icon: A Visual Memoir” ascese, cadute e lotte per i diritti dell’ereditiera e socialite statunitense
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I punti chiave
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Il colore rosa a dominare, qualche glitter qua e là, particelle di acqua ossigenata sospese in una stanza di Beverly Hills. Sono solo alcuni degli indizi a dirci che Paris Hilton è ineluttabilmente la star smagnetizzata degli anni Duemila, la Barbie fin troppo umana pronta a parlarci della sua redenzione, alla conquista di nuovi sogni sulle ali di MTV e Instagram. E lo fa con Infinite Icon: A Visual Memoir, un documentario diretto da Bruce Robertson, nelle sale americane dal 30 gennaio, in cui racconta il ritorno alla musica e traccia una parabola più ampia di sopravvivenza, nel solco del film “This Is Paris” (2020) e del suo memoir (2023), ma con un codice d’onore che non civetta né scintilla. Oggi, a 44 anni, Paris si riappropria della sua storia. “Per troppo tempo, la gente ha visto una versione di me che non era reale”. Ora la maschera è a terra, la voce increspata, la verità abita sulla sua lingua. “Non finirò imbalsamata su qualche tabloid dal tritacarne mediatico. Riprendo in mano Paris Hilton. Riprendo in mano Paris”.
Il documentario parte da una notte insonne del 2019. Paris Hilton si siede a letto con una telecamera puntata sul viso e disvela una storia che non aveva mai raccontato prima. Come una Pandora che si immola per il suo olandese volante, la “donna famosa per essere famosa” parla con coraggio dei collegi dove ha subito abusi psicologici e fisici. Trascinata via dal letto nel cuore della notte, sottoposta a farmaci contro la sua volontà, chiusa a chiave in isolamento. Quelle immagini, di fatto, sono il poster rovesciato della femme fatale, un progetto di riappropriazione. Da qui, l’intuizione di sgretolare quel personaggio vacuo e chiudere con l’epoca postpositivista che voleva Paris come “esperimento sociale”, una costruzione mediata.
L’ereditiera americana
Nel documentario vediamo l’ereditiera americana salire sul palco del Palladium per il suo primo vero concerto. L’impero da 26 miliardi, il lusso, le corse di cavalli sono lontanissime controrivoluzioni. “La musica mi ha salvata”, dirà. Dalle radici (e dalle polveri) nel Texas del 1919, dove Conrad Hilton trasformò un modesto albergo in un impero di innovazione e gossip hollywoodiano tra le nozze con Zsa Zsa Gabor e il breve legame con Elizabeth Taylor, la dinastia Hilton ha tracciato una parabola secolare di ascesa. Dopo decenni di espansione nei casinò e nel lusso sotto la guida di Barron, il gruppo è stato ceduto nel 2007 al fondo Blackstone per 26 miliardi di dollari, segnando l’uscita definitiva della famiglia dal vertice. Oggi, con il patrimonio ereditario devoluto quasi interamente in beneficenza, a Paris Hilton non resta che il nome come brand autonomo, trasformando il mito di un’eredità perduta in un’impresa personale di marketing globale.
Quando le viene chiesto cosa abbia scoperto di sé stessa attraverso la musica che le era sfuggito sin qua, la risposta è drittissima: “Avendo già vissuto così tanto, insieme a tutte le esperienze traumatiche che mi sono accadute, la musica è qualcosa che mi segue come un’ombra. Quando mi rinchiusero in istituti per teenager problematici, io inventavo nella mia testa dei nightclub immaginari, dove la musica era alta, assordante, e io libera. L’unica cosa che mi ha fatto andare avanti era pensare a chi volevo essere e a cosa volevo diventare una volta uscita”.
Tratto dal primo album del 2006, intitolato Paris, il singolo Stars Are Blind è entrato nella top ten di Billboard, diventando un tormentone estivo. “Eppure, da dominatrice delle classifiche, io rimanevo per tutti lo zimbello, il simbolo dell’eccesso e della vanità, l’erede di una fortuna alberghiera, la bambola diventata famosa per un video a luci rosse e un reality show”.










