Parigi vuole il ruolo lasciato dagli Usa
La transizione ecologica perno della politica economica e strumento strategico nel nuovo scacchiere internazionale
di Riccardo Sorrentino
3' di lettura
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La Francia ha un obiettivo ambizioso: fare della transizione ecologica il perno della sua politica economica. Con l’obiettivo di raggiungere davvero la neutralità carbonica entro il 2050, Parigi ha assunto la leadership nella gestione del protocollo di Kyoto, dopo l’abbandono degli Stati Uniti - una tattica sistematica, questa della sostituzione degli Usa sempre più refrattari su alcuni dossier - e ha spinto perché l’Unione europea e ciascuno dei suoi paesi membri destinassero il 30% degli investimenti finanziati con il programma Next Generation Eu (il Recovery Fund) all’economia verde.
Ha quindi destinato 30 dei 100 miliardi del suo Plan relance allo sviluppo sostenibile, che innerva in realtà - rivendica il governo - l’intero programma. Facendo, quindi, più di quanto richiesto da Bruxelles: il Recovery fund finanzia solo 40 miliardi del piano francese: Parigi avrebbe potuto, usando un criterio un po’ astratto, dedicare solo 12 miliardi a questo obiettivo per centrare le condizi0ni della Ue.
Il criterio adottato è stato invece politico, e vuole usare l’ecologia su molti fronti. La sfida degli ecologisti francesi, per esempio, che hanno conquistato diversi grandi comuni nelle ultime amministrative e contribuiscono al governo della stessa Parigi: il loro pragmatismo - in materie di conti pubblici e di difesa, ma non di nucleare - li rende un’insidia, nel magmatico panorama politico del Paese. C’è inoltre il desiderio di ottenere la leadership francese nei settori tecnologici di punta dove c’è già una presenza importante, quantomeno nella ricerca; e di mantenere il proprio peso sul mercato internazionale dell’energia:la Francia è un esportatore netto, il primo in Europa, ma il quarto nel mondo, dopo aver perso il suo primato nel 2013. Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Svizzera e Spagna i suoi principali clienti. C’è infine il desiderio di aumentare il proprio soft power, basato sull’universalismo francese (a partire dai Droits de l’homme), anche sui temi ecologici. Infine il desiderio di ridimensionare la “termosensibilità” del Paese, decisamente alta: in inverno i consumi, soprattutto elettrici aumentano in proporzione più che negli altri Paesi.
L’obiettivo, quindi, ha basi solide, e altrettanto pragmatiche. A dimostrarlo, gli investimenti nel nucleare, che non sarà abbandonato - come ha invece fatto la Germania - malgrado la progressiva obsolescenza dei cinquantasei reattori attivi (e quindici inattivi, di cui dodici in smantellamento). Allo sviluppo dei nuovi piccoli reattori, prefabbricati e poco costosi e più sicuri (gli Small modular reactors) sono stati destinati una parte dei 470 milioni, l’1,6% del programma, attribuiti all’energia atomica, la cui importanza, secondo Parigi, va al di là del settore energia.
L’elettricità prodotta con il nucleare servirà anche per la produzione di idrogeno, sulla cui filiera la Francia intende investire sette miliardi fino al 2030 (e due nel 2021-22) e creare tra 50 e 100mila posti di lavoro. Molte imprese francesi, anche in collaborazione con quelle tedesche - tra cui Opel, che però fa parte del gruppo Psa - sono già attive nel settore. Il ministro dell’economia Bruno Le Maire, nelle diverse presentazioni del piano, ha citato la Safra, che già produce un autobus elettrico,il Businova H2, in collaborazione con Michelin che ha fornito le celle a combustibile a idrogeno; la Faurecia, che produce serbatoi per l’idrogeno; la Symbio (pile all’idrogeno); la Schlumberger PcPhy (celle elettrolitiche); la Alstom e le ferrovie Sncf, che hanno un progetto di treno all’idrogeno per le linee non elettrificate.


