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Paramount alza il conto contro i 12 Stati Usa: cauzione da 1,88 miliardi

La società chiede una cauzione per coprire le perdite finanziarie mentre l’acquisto di Warner Bros Discovery è sospeso in attesa del processo

 REUTERS

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Paramount Skydance alza ancora la pressione sulla California e sugli altri undici Stati che tentano di bloccare l’acquisto di Warner Bros Discovery. Dopo aver messo in fila i via libera ottenuti in 68 giurisdizioni, David Ellison porta ora il conto davanti al giudice: chiede che i dodici Stati depositino una cauzione da 1,88 miliardi di dollari per coprire i costi del ritardo se la loro causa antitrust dovesse fallire.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Gli ok di 68 Paesi

La tesi di Paramount è costruita su un contrasto: quasi settanta autorità nel mondo hanno esaminato l’operazione senza fermarla, mentre negli Stati Uniti resta la causa della California e degli altri undici attorney general. «Siamo grati che le autorità garanti della concorrenza di quasi 70 giurisdizioni in tutto il mondo abbiano esaminato in modo indipendente e approfondito questa transazione, giungendo alla stessa conclusione: è vantaggiosa per la concorrenza, per i consumatori e per i lavoratori», ha dichiarato in un comunicato dei giorni scorsi il ceo di Paramount Skydance, David Ellison.

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Il conto del ritardo

Del resto il contenzioso americano ha un prezzo. Dall’1 ottobre scatterà la ticking fee prevista dal contratto: circa 7 milioni di dollari al giorno a favore degli azionisti Warner. Paramount calcola che, con il processo fissato a marzo e le memorie finali ad aprile, il conto possa arrivare a 1,3 miliardi; entro il primo giugno le maggiorazioni potrebbero salire a 1,7 miliardi, cui si aggiungerebbero 190 milioni di maggiori costi di finanziamento. Da qui la richiesta di una cauzione da 1,88 miliardi, destinata a coprire le perdite se il giudice desse infine il via libera alla fusione.

La mossa ha irritato il procuratore generale della California, Rob Bonta, secondo cui Paramount e Warner sapevano bene di aver inserito nel contratto una clausola costosa e ora vorrebbero scaricarne le conseguenze sugli Stati. Ma proprio questa escalation rende più chiaro il messaggio di Ellison: non tirate troppo la corda. Il deal resta finanziato, ma ogni mese in più lo rende più caro e meno inevitabile.

Le carte negoziali

«Pur rimanendo fiduciosi che la legge e i fatti siano dalla nostra parte, abbiamo offerto impegni e concessioni e restiamo aperti a collaborare in modo costruttivo con i Procuratori Generali degli Stati per trovare una soluzione nell’interesse dei nostri dipendenti e della comunità creativa in California e in tutto il mondo», ha detto Ellison nello stesso comunicato di qual che giorno fa in cui veniva evidenziato il via libera dei 68 Paesi in giro per il mondo. Fra le carte negoziali resta anche una possibile cessione di Cnn, indicata come opzione per sciogliere il nodo con la California.

La possibile uscita dalla California

Alla disponibilità a trattare si accompagna però il bastone. Dal primo ottobre Paramount potrebbe iniziare a trasferire fuori dalla California parte delle attività, primo passo di un piano quinquennale che può spostare altrove sedi, studios e posti di lavoro. Georgia, Tennessee e Texas sono fra le destinazioni. Bonta ha definito l’ipotesi un «ricatto», mentre Directors Guild e Iatse hanno chiesto alle parti di negoziare per evitare un nuovo colpo a Hollywood.

Paramount brandisce il consenso regolatorio globale come prova che le tesi antitrust dei dodici Stati siano isolate. Ma il comunicato e la richiesta di cauzione dicono qualcosa di più: Ellison vuole chiudere prima che il tempo trasformi l’affare in un salasso.

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