Quando fu scoperto il programma dell’Iran nel 2002, la comunità internazionale, guidata dagli Usa, impose al regime sanzioni economiche sempre più pesanti per costringerlo ad abbandonare l’ambizione di diventare una potenza nucleare. Alla fine, l’Iran è entrato in trattativa per il programma nucleare con i P5+1 (cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania). Le trattative furono condotte principalmente dall’amministrazione del presidente Barack Obama e culminarono nel Piano d’azione comune globale del 2015.
A conti fatti, la Repubblica islamica ha fatto bene a siglare questo Piano d’azione. Ha accettato di ridurre gli stock di uranio leggermente arricchito e di limitare la capacità di arricchire l’uranio o riprocessare il plutonio presso gli stabilimenti esistenti. In cambio, gli Usa hanno smesso di chiedere all’Iran di rinunciare al totale riprocessamento, condizione che ha segnato per quarant’anni la politica americana di non-proliferazione. Inoltre, gli Usa hanno acconsentito affinché le restrizioni del Piano d’azione comune globale scadessero dopo 10-15 anni, e ha già abolito le sanzioni più economiche sull’Iran.
L’amministrazione Obama avrebbe potuto raggiungere un risultato più favorevole per gli Usa e la comunità internazionale se avesse assunto un approccio meno accomodante nei negoziati. Di fatto, mantenere in essere le sanzioni avrebbe potuto creare seri problemi politici con il regime iraniano. Parsa ipotizza che il Green Movement alla fine si sgretolò perché non attirava il supporto dei piccolo mercanti (bazaaris) e degli operai, soprattutto dell’industria petrolifera. Questi due gruppi, osserva, sono stati elementi importanti nella coalizione che ha rovesciato gli sciiti, e non sono immuni agli effetti delle sanzioni economiche.
La logica alla base della decisione dell’amministrazione Obama di concordare il Piano d’azione comune globale, malgrado l’uso delle sanzioni e la vasta superiorità militare dell’America rispetto all’Iran, deve essere una questione di speculazione. Ma le predilezioni personali dei soggetti responsabili di tale decisione hanno certamente rivestito un ruolo. Secondo Solomon, il capo negoziatore americano, il Segretario di Stato John Kerry, avendo fallito qualsiasi tentativo di risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese, era ben disposto a raggiungere un accordo.
In modo analogo, Obama, l’autorità americana massima, è entrato alla Casa Bianca nel 2008 convinto di poter personalmente neutralizzare le ostilità tra l’America e i suoi avversari, e sembrava non aver abbandonato quest’idea neanche nel caso dell’Iran. Sebbene Obama avesse dichiarato che la propria amministrazione avrebbe considerato «tutte le opzioni» per chiudere il programma dell’Iran, divenne sempre più evidente come non avrebbe di fatto usato alcuna forza militare contro gli stabilimenti nucleari iraniani. Ciò conferì al regime iraniano un significativo vantaggio al tavolo delle trattative.
Nonostante la perdita di legittimità in patria, e malgrado o forse grazie al Piano d’azione comune globale, la Repubblica islamica persevera nell’obiettivo di diventare una potenza regionale. Restano due ostacoli sul suo percorso: l’opposizione dei Paesi vicini a maggioranza sunnita, i cui governi continuano ad affidarsi alla leadership degli Usa; e la resistenza del popolo iraniano, che ha rifiutato il regime creato dalla rivoluzione del 1979. L’esito di questi due conflitti segnerà il destino della Repubblica islamica, che a sua volta influenzerà profondamente l’orientamento di tutto il Medio Oriente.
(Traduzione di Simona Polverino)
Michael Mandelbaum è professore emerito di politica estera americana presso la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, è autore di Mission Failure: America and the World in the Post-Cold War Era.
I libri:
- Misagh Parsa, Democracy in Iran: Why It Failed and How It Might Succeed, Harvard University Press
- Jay Solomon, The Iran Wars: Spy Games, Bank Battles, and the Secret Deals that Reshaped the Middle East, Random House
Copyright: Project Syndicate, 2017.