Sanità

Accessibilità agli ospedali in Europa: la situazione delle zone rurali e urbane

L’analisi effettuata da Eurostat mettendo assieme i dati sui residenti e l’ubicazione delle sedi ospedaliere

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore) e Ieva Kniukštienė (Delfi, Lituania)

4' di lettura

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Quindici minuti d’auto per raggiungere un ospedale. Nel 2023 l’83,2% degli abitanti dei Paesi dell’Ue si trovava in questa situazione. Ossia né troppo vicini, né troppo distanti da una struttura sanitaria da raggiungere sia in caso di emergenza dove anche un minuti diventa fondamentale. Il dato arriva dal un monitoraggio di Eurostat. Nel caso in esame la statistica è stata realizzata con calcoli Eurostat «basati su TomTom Miultnet» tenendo conto della griglia della popolazione e dell’ubicazione delle sedi ospedaliere. Prove sul campo, quindi, per stabilire tempi e distanze e appurare le difficoltà degli utenti alle prese, magari, con un’emergenza o un’urgenza.

A 15 minuti dall’ospedale

Nel 2023, la percentuale della popolazione dell’UE che viveva a 15 minuti di auto da un ospedale era dell’83,2%.

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«Tra le regioni dell’UE al livello 3 della nomenclatura delle unità territoriali per le statistiche (si tratta delle piccole regioni) - si legge nella spiegazione Eurostat -, c’erano 124 regioni in cui il 100% della popolazione viveva entro quell’intervallo di 15 minuti, e 96 di queste si trovavano in Germania». Altre aree in Belgio (6), Paesi Bassi (6, tra cui la capitale Groot-Amsterdam), Grecia (4, tutte parte della capitale), Francia (4, tra cui Parigi e 3 regioni circostanti), Malta (entrambe le regioni) e Spagna, Italia e Polonia (ciascuna 2 regioni).

Le distanze si allungano

Non è comunque tutto semplice, perché, in alcuni casi, determinante diventa il sistema viario e infrastrutturale, oltre che quello delle distanze che separano i piccoli centri da quelli più grandi. Lo studio evidenzia poi 97 piccole regioni in cui meno del 50% della popolazione viveva a 15 minuti di auto da un ospedale nel 2023. Tra queste, 21 si trovano in Romania, 15 in Grecia, 9 ciascuna in Croazia e Spagna, 8 in Polonia e altre 6 ciascuna in Irlanda, Portogallo e Slovenia.

C’è anche un piccolo gruppo di 7 regioni in cui meno del 10% della popolazione vive a 15 minuti di auto da un ospedale. 4 di queste regioni sono in Grecia (Lefkada 0,0%; Lesbo, Limnos e Thesprotia, ciascuna 7,7%, e Chalkidiki 9,8%), e 3 erano in Romania (Covasna 6,9%, Tulcea 7,0% e Mehedinţi 7,2%).

Il sistema in Italia

In questo panorama c’è poi il quadro italiano dove operano 127 Asl, 568 distretti e una popolazione media per distretto pari a 103.792 persone. In 63 province italiane su 107, più dell’80% della popolazione è in grado di raggiungere entro 15 minuti un ospedale. Nella provincia di Milano e in quella di Monza e della Brianza tale percentuale raggiunge il 100%, a Lodi e Varese, il 99%. Nelle province di Nuoro e Potenza si scende a meno del 50%. In Puglia, si passa dal 97% della provincia di Bari al 73,1% di quella di Foggia.

Solo il 5,8% impiega 30 minuti

E sempre in Italia, a fornire ulteriori elementi sull’accesso al pronto soccorso e quindi alla possibilità di intervenire in tempi rapidi in casi di emergenza è il rapporto di Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) del 2023 che ricorda come, nel 2022si sono registrati 18,27 milioni di accessi negli ospedali sede di Pronto Soccorso e di Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione di primo e secondo livello con un incremento, rispetto al 2022, del 6%. I dati sull’accessibilità della Rete di emergenza-urgenza indicano come la copertura del servizio entro 30 minuti «sia pari al 94%, quota che raggiunge il 99% entro i 45 minuti». Nello studio è stato rimarcato che la popolazione non in grado di raggiungere le strutture di Pronto soccorso entro 30 minuti è pari al 5,8% della popolazione, ossia 3,4 milioni di abitanti.

Il caso della Lituania: riforma ospedaliera in corso e timori per l’accessibilità

In Lituania, la riorganizzazione del sistema ospedaliero è già in corso, ma procede a tappe e non è ancora stata pienamente attuata. Alcune regioni hanno già avviato processi di fusione e razionalizzazione dei servizi, ma il percorso resta complesso e molto dibattuto, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze nelle aree periferiche.

Un esempio emblematico è quello di Klaipėda, dove, dal 1° gennaio 2023, tre ospedali – il Klaipėda Maritime Hospital, il Klaipėda University Hospital e il Palanga Rehabilitation Hospital – sono stati unificati sotto la nuova Klaipėda University Hospital. Tuttavia, l’operazione non è stata indolore: l’ospedale ha iniziato a registrare perdite finanziarie e circa 50 medici hanno lasciato l’incarico.

Un altro caso è quello di Alytus, dove il 24 ottobre 2024 è stato firmato un accordo per la fusione tra l’ospedale S. Kudirkos e quello della contea specializzato in tubercolosi. La decisione è legata alla diminuzione dei casi di tubercolosi e all’esigenza di ottimizzare i servizi sanitari.

Il 2025 si preannuncia un anno difficile soprattutto per i reparti di ostetricia, chirurgia e pediatria nei piccoli ospedali. Le nuove regole prevedono la chiusura di questi reparti se non vengono registrati almeno 600 parti all’anno, costringendo molte donne a spostarsi anche per due ore per raggiungere la struttura più vicina.

Secondo Violeta Grigienė, direttrice dell’ospedale di cure palliative di Panevėžys, l’accentramento dei servizi in tre grandi centri di eccellenza (Kaunas, Vilnius e Klaipėda), in cinque regioni ex-contee e in due ospedali repubblicani a Šiauliai e Panevėžys, rischia di compromettere seriamente l’accessibilità per i residenti dei distretti più remoti, peggiorando anche la qualità dell’assistenza.

Un’Europa a due velocità anche nella sanità

La fotografia che emerge, tanto a livello europeo quanto nazionale, è quella di un’Europa sanitaria divisa: da un lato i centri urbani, dove la prossimità alle strutture sanitarie resta alta; dall’altro le zone rurali, sempre più marginalizzate e costrette a fare i conti con ospedali lontani, fusioni forzate e servizi che rischiano di diventare sempre meno accessibili.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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