Industria

Oltre i numeri: in Italia cambiano cultura e approccio agli animali

Crescita costante. In Italia i pet sono sei milioni in più rispetto a noi esseri umani e negli ultimi anni è aumentata non solo la spesa per cure e alimentazione, ma anche l’offerta di servizi. Resta il nodo del regime fiscale, con un’Iva al 22%, quella dei beni di lusso

di Miriam Carbone

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

Sono 65 milioni gli animali d’affezione nel nostro Paese, per 59 milioni di cittadini. Il dato che emerge dal rapporto Assalco–Zoomark 2025 (il 14 maggio uscirà l’edizione 2026) è spiazzante: indica che nelle case degli italiani ci sono più animali che persone e racconta una trasformazione ormai radicata nella nostra cultura e non più legata a una moda o all’effetto post-pandemia. Per capire davvero questo cambio di prospettiva bisogna entrare un po’ più nel dettaglio e guardare chi sono oggi gli animali con i quali conviviamo: il numero complessivo resta stabile, ma al suo interno cambia tutto. Calano pesci e uccelli, crescono cani e gatti, che insieme superano i 20 milioni. I gatti, in particolare, sfiorano i 12 milioni: più di un milione in più rispetto all’anno precedente. E c’è un altro dato che dice molto, anche se sembra secondario: i cani sono sempre più spesso di piccola taglia. Una scelta che ha a che fare con la gestione quotidiana, certo, ma anche con i costi, dalle vaccinazioni al cibo. E con lo spazio. Perché lo spazio, oggi, è una variabile decisiva. Famiglie più piccole e più anziane. Case più compatte e più costose. In questo contesto, la scelta dell’animale si adatta. Si modella sui metri quadri e soprattutto sui tempi di una vita sempre più frenetica e per questo per chi vive da solo, magari in un trilocale senza ascensore, un gatto diventa spesso la soluzione più naturale.

Se sempre più persone scelgono di non condividere la casa con un partner o di non avere figli, gli animali finiscono per occupare quello spazio. Uno spazio affettivo, prima ancora che fisico: il 96% dei proprietari li considera parte della famiglia. La statistica serve quasi solo a confermare ciò che emerge dalla quotidianità. I soldi raccontano la stessa storia, pur da un’altra angolazione. Il mercato del pet food per cani e gatti ha superato i 3,1 miliardi, con una crescita del 3,7% sull’anno precedente e un aumento medio annuo vicino al 10% dal 2021. A trainare sono i prodotti per gatto, che valgono oltre il 56% del totale. Ma più dei numeri, colpisce come si spende. Meno quantità, più qualità. Più attenzione agli ingredienti, alla salute, alla prevenzione. Un tipo di consumo che fino a pochi anni fa era di nicchia e che oggi è diventato quasi la norma. Anche qui, il parallelismo con l’alimentazione umana è evidente. Intorno al cibo cresce tutto il resto. Le visite veterinarie sono più frequenti e più sofisticate. Si moltiplicano educatori, toelettatori, pet sitter, pensioni. Nelle città, dove i ritmi lasciano poco margine, è diventato normale appoggiarsi a una rete di servizi organizzata.

Loading...

Ed è proprio dalle città che arriva uno dei segnali più interessanti. A Lucca è stata introdotta la figura dell’urban pet manager: un professionista che si occupa della convivenza tra animali e spazio urbano, tra aree dedicate, servizi e sensibilizzazione. Può sembrare un dettaglio amministrativo, ma non lo è. È il segnale che la presenza degli animali è entrata nelle politiche pubbliche. Non è più solo una questione privata.

Resta però una tensione che attraversa tutto il settore e che non si risolve facilmente. La spesa complessiva per cani e gatti in Italia sfiora i 7 miliardi l’anno, con una media di oltre 600 euro per animale tra cibo e cure. Non sono cifre astratte: il 23% delle persone rinuncia ad accogliere un animale per motivi economici e il 10% arriva a separarsene. Il tema è anche fiscale. Oggi alimenti e cure veterinarie hanno un’Iva del 22%, come beni non essenziali. Un regime fiscale sempre più criticato, anche alla luce del ruolo che gli animali hanno assunto nella vita delle persone. Secondo uno studio LAV, la presenza di un animale tra gli anziani può ridurre del 15% il ricorso alle visite mediche, con un risparmio stimato di circa 4 miliardi per il Servizio sanitario nazionale. È il tipo di dato che difficilmente entra nel dibattito economico, ma che incide in modo concreto.

Quello che emerge, alla fine, è un settore solido, capace di crescere anche in un contesto economico incerto. Ma soprattutto è uno specchio piuttosto fedele di come stanno cambiando le abitudini, le priorità, le forme della convivenza. Gli animali non riempiono semplicemente uno spazio. Lo trasformano. Entrano nelle routine, nei tempi, nelle abitudini. Spostano priorità, ridefiniscono spese, cambiano perfino il modo in cui si progettano le città. E forse è proprio questo il punto. Dentro quei numeri c’è un bisogno molto umano: quello di relazione. Qualcosa che non sempre troviamo altrove e che sempre più spesso scegliamo di costruire così.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti