Oltre gli ESG: la proposta della CEI per una finanza realmente sostenibile
di Vincenzo Pacelli*
3' di lettura
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Nel momento in cui la finanza sostenibile attraversa una stagione di crescente complessità, le nuove Linee Guida della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sugli investimenti etici e sostenibili arrivano con tempestività apprezzabile. Non perché propongano sofisticate innovazioni finanziarie (né ritengo che questo fosse il fine), ma perché spostano il focus su una domanda fondamentale che negli ultimi anni è rimasta spesso sullo sfondo: qual è il fine dell’investimento? Il capitale non è un fattore neutrale: ogni scelta di allocazione delle risorse produce conseguenze economiche, sociali e ambientali e dovrebbe quindi essere valutata anche alla luce dei suoi effetti sulla società e nel tempo.
Chiedilo al Sole
Per oltre un decennio gran parte del mondo finanziario ha identificato – in misura un po’ troppo semplicistica – la sostenibilità con l’adozione di criteri ESG. Ma la reale domanda di sostenibilità va ben oltre i criteri ESG. La proliferazione di rating differenti e non sempre trasparenti, la difficoltà di analizzare e confrontare metodologie spesso opache, l’emergere di casi di greenwashing e il conseguente progressivo irrigidimento normativo hanno alimentato una crescente diffidenza tra gli investitori e nell’opinione pubblica. E ciò ha fornito un alibi (o un movente) per quella politica troppo orientata al breve termine.
È in questo scenario che il documento della CEI assume una rilevanza che va ben oltre il perimetro ecclesiale. Le Linee Guida propongono infatti una visione nella quale il capitale non è semplicemente uno strumento per massimizzare il rendimento corretto per il rischio, ma bensì una leva in grado di indirizzare il modello di sviluppo economico e sociale. Emerge chiaro il passaggio da una logica prevalentemente difensiva a una prospettiva generativa. La finanza etica non viene ridotta all’esclusione di settori controversi, ma viene interpretata come capacità di sostenere attività che producano valore economico e, contemporaneamente, effetti positivi per la società. In altre parole, non basta chiedersi cosa evitare; occorre interrogarsi su ciò che si intende promuovere e con quale fine.
Questa impostazione appare particolarmente attuale in una fase storica segnata da sfide strutturali: la transizione energetica, il cambiamento climatico, l’invecchiamento della popolazione, il rapporto tra le generazioni, la crescita delle disuguaglianze, il fabbisogno di infrastrutture sociali e ambientali. Problemi che richiedono enormi quantità di capitale paziente e una visione di lungo periodo che i mercati finanziari, da soli, faticano spesso a esprimere. O forse non hanno tutto l’interesse a farlo. La trasformazione della consapevolezza in incentivi rimane una delle questioni più controverse della finanza responsabile. Ormai è chiara la direzione da prendere, il problema è che nel breve termine (orizzonte temporale di gran lunga prediletto dalla finanza e dalla politica) non conviene farlo.
Il messaggio che emerge dalle Linee Guida della CEI è semplice ma non scontato: la sostenibilità non può essere ridotta a un’etichetta, a un rating o a un adempimento regolamentare. Essa riguarda la destinazione del capitale e il tipo di società che attraverso quel capitale si contribuisce a costruire, anche perché la qualità di un investimento non dipende soltanto da quanto rendimento genera, ma anche dal valore che crea per la comunità e che trasferisce alle future generazioni. Ed è proprio la questione dell’equità intergenerazionale come principio autonomo di valutazione nelle scelte di investimento che avrebbe forse meritato un’attenzione maggiore nel documento della CEI, ma la strada è senza dubbio quella giusta e c’è sempre tempo per integrare.







