L’abbandono degli uliveti

Olio di oliva, la Tunisia supera l’Italia. Perché ne stiamo producendo di meno?

Secondo le stime, la produzione olivicola tunisina nella campagna 2025-26 potrebbe superare le 380-400mila tonnellate (ma le proiezioni accreditano la Tunisia di un potenziale di 500mila tonnellate) contro le circa 300mila attese in Italia

di Giorgio dell'Orefice

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

La Tunisia supera l’Italia nella produzione di olio d’oliva e diventa secondo produttore mondiale alle spalle della Spagna. La notizia è stata rilanciata dal Financial Times e fa rumore anche se non è una novità assoluta. Appena qualche tempo fa, complice l’alternanza produttiva e un’annata particolarmente scarsa, l’Italia era addirittura scivolata al quarto posto tra i principali produttori mondiali (superata da Grecia e Tunisia). Il problema semmai è che l’attuale sorpasso tunisino non è più solo episodico ma riveste i contorni del processo strutturale.

La produzione tunisina

Secondo le stime, la produzione olivicola tunisina nella campagna 2025-26 potrebbe superare le 380-400mila tonnellate (ma le proiezioni accreditano la Tunisia di un potenziale di 500mila tonnellate) contro le circa 300mila attese in Italia. Va ricordato che l’Italia fino al 2000 produceva poco meno di 800mila tonnellate. Cosa è accaduto in questo quarto di secolo?

Loading...

Da un lato la recente crescita della produzione tunisina sembra sia stata spinta dalla forte escalation dei prezzi dell’olio d’oliva attorno al 2024 quando un momentaneo crollo dell’offerta spagnola (penalizzata dalla siccità) spinse ai massimi le quotazioni internazionali dell’extravergine.

Il crollo dell’olio made in Italy

Dall’altro, il crollo dell’olio made in Italy. La produzione nazionale si è ridotta ai minimi per una serie di concause. Innanzitutto, la forte crescita di nuovi competitor a partire dalla vera e propria esplosione spagnola e in tempi più recenti di Tunisia, Turchia, Marocco, ha ridotto i margini per i produttori. Le produzioni di questi nuovi competitor sono spesso intensive, realizzate con forte ricorso alla raccolta meccanizzata e quindi con costi molto inferiori all’olivicoltura tradizionale italiana. Questo mismatch, in molti casi, anziché spingere gli olivicoltori made in Italy a rispondere investendo e ristrutturando l’olivicoltura nazionale li ha spesso dirottati verso l’abbandono e l’uscita dal settore.

Il meccanismo degli aiuti Ue

Un ruolo non marginale, in negativo, è stato svolto anche dal devastante meccanismo comunitario del disaccoppiamento degli aiuti Ue introdotto nel 2003. In sostanza, Bruxelles assicura agli olivicoltori italiani un monte aiuti proporzionale alla propria produzione storica anche nel caso in cui avessero smesso di produrre. L’effetto combinato di questi elementi è stata la corsa all’abbandono. In Italia si stima, in via prudenziale, che negli ultimi 20 anni siano stati abbandonati circa 300mila ettari di uliveti su un patrimonio di 1,1 milioni di ettari.

Deficit oleario

Di qui uno scenario di consolidato deficit oleario che è bene ricordare: l’Italia ha un fabbisogno annuo di olio d’oliva di un milione di tonnellate, di queste circa 300mila ancora le produce, 600mila le consuma, 400mila le esporta. Di fatto, tutto ciò che non produce, è costretta a importarlo altrimenti non potrebbe garantire i consumi interni e – soprattutto – rinunciare all’importante business dell’export oleario realizzato soprattutto con miscele di olio italiano e prodotto d’importazione.

Il progetto di Monini

Esistono contromisure o possibilità di correre ai ripari? Qualcosa si sta muovendo. A parte le sempre più diffuse iniziative imprenditoriali come quella avviata dall’industriale umbro Monini che con il proprio progetto “Bosco Monini” punta a piantare entro il 2030 un milione di alberi di ulivo (e mille ettari).

La politica passa al contrattacco

Ma – finalmente – anche la politica ha deciso di passare al contrattacco. Il ministero dell’Agricoltura su input del ministro Lollobrigida ma con il coinvolgimento diretto del sottosegretario Patrizio La Pietra ha avviato un lungo confronto con i rappresentanti della filiera olivicola olearia per arrivare alla definizione di un Piano Olivicolo Nazionale che consenta di invertire la tendenza. Ambizioso l’obiettivo annunciato: aumentare la produzione nazionale di un 25% in 7-10 anni. Unica controindicazione: il piano inizialmente doveva partire nel 2024, il negoziato ha richiesto l’intero 2025, la partenza era annunciata per inizio 2026 e ad oggi ancora non si hanno notizie certe.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti