Oggettivamente iconico
Il design, ovvero quando un oggetto trascende la funzione per cui è nato e diventa storia di una generazione, di un momento, di un habitus, ma anche ricordo intimo, capace di riaccendere il passato e renderlo presente
di Antonella Lattanzi
4' di lettura
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Il 27 marzo 2020, in piena pandemia, Stephen King pubblica un tweet. Solo una foto, niente didascalia. Ci sono un pugno di case, erba, un marciapiede, una strada e, piantato nella strada, un tombino. Dal tombino spunta un filo bianco a cui è attaccato un palloncino rosso. Accanto al palloncino c'è un rotolo di carta igienica. Il tweet viene rilanciato in tutto il mondo. Diventa – usare, dopo la pandemia, questa parola suona un po' sinistro – virale.
Dentro questa icona – il famoso palloncino rosso del pagliaccio Pennywise, figura orrenda e fascinosissima del romanzo più famoso di King, It – il suo creatore immette un'altra icona, ipercontemporanea: la carta igienica. Bene, chissà perché, saccheggiato per primo in questi giorni assurdi. Accostando due icone King ne crea una terza. Un'immagine perfetta. Orrorifica e divertente. Non c'è bisogno di parole. Vediamo la foto e ci si scatena un mondo dentro, e ci pare di veder occhieggiare, da quel tombino, nel buio, la mano guantata di bianco, le unghie come artigli, i denti da belva di quel mostro a cui King ha dato un volto e un nome, ma che ognuno di noi custodisce dentro di sé. Il male.
Non tutti ricorderanno che Madame Bovary, capolavoro di Gustave Flaubert, non inizia con la comparsa della nostra amata Emma. Inizia con un “noi” mai più usato da Flaubert. Un “noi” che è un'intera generazione, ma anche un ponte fulmineo tra autore e lettore. Questo “noi” racconta che un giorno, mentre «eravamo nell'aula studio», entra in classe un ragazzotto più grande degli altri, senza divisa, impacciato, coi capelli «tagliati a scodella, come un chierico di paese».
Il ragazzo tiene in mano un cappello. Si siede tenendo il berretto sulle ginocchia. Flaubert dedica pagine e pagine alla descrizione e al racconto del cappello. È un cappello orribile, buffo, insieme bombetta, berretto di pelliccia, ciapska, berretto di cotone e calotta di lontra: «Uno di quei poveri oggetti, insomma», scrive Flaubert, «la cui muta laidezza possiede l'espressività profonda del volto di un imbecille».
Il professore lo fa alzare. Al ragazzo cade il cappello. La classe scoppia a ridere. A partire dal cappello, alunni e maestro cominciano a deridere il ragazzotto. «Mi dica il suo nome», intima il maestro. Il ragazzo ci prova e riprova, ma nessuno lo capisce. Alla fine gli vien fuori tutto d'un fiato: Charbovarì. Charles Bovary, che diventerà il marito tanto odiato e tradito da Emma, il simbolo dell'inconsistenza, dell'imbecillità – ma pure dell'amore cieco –, ha così il suo momento di notorietà nell'incipit di uno dei romanzi più famosi al mondo. Ed è tutto in un oggetto. Quel cappello che è tutto e niente: l'icona di un essere umano. Non di un solo essere umano. Di un aspetto che tutti noi possediamo e di cui vogliamo liberarci: l'inettitudine a stare al mondo. Il design è un po' quel cappello: qualcosa che è anche un transfer della personalità, o una sua proiezione. Gli oggetti non sono cose.








