La notte, però, ero io a finire in guerra. Era impossibile snidare i fantasmi della paura. Così, nel cerchio infuocato della notte, iniziavo a tremare. Appena spegnevo la luce biancastra della stanza d’ospedale, qualcuno, al piano di sopra, iniziava a camminare. Era una percussione lenta e ritmata.
La guerra era tra il fantasticare nero e l’andare nel sonno. Sprofondare in quel ritmo di spavento o riuscire a scalciarlo via. La paura della morte in veglia, e la paura della morte in sonno. Quei passi, sopra di me, non generavano, dentro di me, solo la paura della morte: piuttosto la certezza che, a camminare, lassù, a pochi metri da me, ci fosse proprio la morte in persona.
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Quando la paura raggiungeva picchi troppo alti, accendevo la luce, e mi mettevo a leggere l’unico documento di cui disponevo, a parte qualche numero di Topolino. Era una mappa del Molise. Me l’aveva portata mio padre, non so da dove l’avesse presa. In quelle notti, era la mia salvezza.
A luce accesa, l’intensità dei passi sembrava calare. A volte sospettavo che quel rumore fosse solo dentro di me: era lo scatenato elefante della mia mente a produrlo? Altre volte, semplicemente mi mettevo a memorizzare i nomi più strani della mappa del Molise: Pietracupa, Castelbottaccio, Roccapipirozzi, Lupara, Ripabottoni. E così, pian piano, scivolavo in un tornado di relitti fonici, e chiudendo gli occhi, senza neanche accorgermene, mi addormentavo, fino a risvegliarmi all’alba: finalmente il cerchio infuocato della notte era alle spalle.