Mappe emozionali

Odissea molisana con i camminatori di Ripabottoni

Tre mesi trascorsi in ospedale, sentendo la morte molto vicina. E nella notte insonne, la salvezza è una carta geografica con gli improbabili nomi dei paesini e qualche parola col signor Mario

 (Illustrazione di Chiara Morra)

4' di lettura

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La prima volta che ho visto la morte in faccia non l’ho vista: l’ho sentita. Era una percussione lenta, e sapeva di cenere. Un ritmo di piedi che cammina al piano di sopra, nel buio più buio della notte.

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Da bambino, ho passato tre mesi in ospedale per un problema di salute. L’ospedale era quello sgarrupato della mia città: Isernia, Molise.

Di giorno, come tutti i bambini, mettevo in scena, nella mia mente, le scintillanti sceneggiature della mia fantasia. Così, il letto poteva essere un sottomarino, per perlustrare barriere coralline di panna e cioccolato; una mongolfiera, per spostare, a una a una, tutte le nuvole del cielo a mano, per evitare i temporali; uno scorpione imperatore, per salirci in groppa, e pungere tutti coloro che fanno la guerra. Salvare, dal mio pungiglione feroce, solo coloro che sono per la pace.

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La notte, però, ero io a finire in guerra. Era impossibile snidare i fantasmi della paura. Così, nel cerchio infuocato della notte, iniziavo a tremare. Appena spegnevo la luce biancastra della stanza d’ospedale, qualcuno, al piano di sopra, iniziava a camminare. Era una percussione lenta e ritmata.

La guerra era tra il fantasticare nero e l’andare nel sonno. Sprofondare in quel ritmo di spavento o riuscire a scalciarlo via. La paura della morte in veglia, e la paura della morte in sonno. Quei passi, sopra di me, non generavano, dentro di me, solo la paura della morte: piuttosto la certezza che, a camminare, lassù, a pochi metri da me, ci fosse proprio la morte in persona.

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Quando la paura raggiungeva picchi troppo alti, accendevo la luce, e mi mettevo a leggere l’unico documento di cui disponevo, a parte qualche numero di Topolino. Era una mappa del Molise. Me l’aveva portata mio padre, non so da dove l’avesse presa. In quelle notti, era la mia salvezza.

A luce accesa, l’intensità dei passi sembrava calare. A volte sospettavo che quel rumore fosse solo dentro di me: era lo scatenato elefante della mia mente a produrlo? Altre volte, semplicemente mi mettevo a memorizzare i nomi più strani della mappa del Molise: Pietracupa, Castelbottaccio, Roccapipirozzi, Lupara, Ripabottoni. E così, pian piano, scivolavo in un tornado di relitti fonici, e chiudendo gli occhi, senza neanche accorgermene, mi addormentavo, fino a risvegliarmi all’alba: finalmente il cerchio infuocato della notte era alle spalle.

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Una notte però mi sembrava che i passi fossero troppo forti. Troppo neri. Troppo furibondi. Neanche Roccapipirozzi poteva salvarmi. Ricordo allora una sensazione mai più provata: un’energia sotterranea, invisibile, si fa viva dentro di me, prende le redini del corpo, lo spazza via e lo conduce nel corridoio. A guidare la macchina non sono io, ma neanche qualcun altro: è una parte di un me stesso più profondo, che non conoscevo. È lei a condurmi lì. A farmi sedere su una sedia nel corridoio buio, dove baluginano fioche solo le luci di emergenza.

Ed è stando lì per qualche minuto che comparve, nella mia vita, il signor Mario. Un uomo in pigiama, capelli bianchi e barba mal curata, che cammina lungo il corridoio ospedaliero, in piena insonnia. “Neanche tu riesci a dormire?” mi chiese.

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Fu solo l’inizio di una lunga mitologia interiore.

Il “signor Mario” – continuerò a chiamarlo così per tutta la vita – era stranissimo. Parlava un forsennato dialetto, che alternava a frasi auliche, come quella che mi disse quella sera: “Il vespro non mi è congeniale”. Sapeva discettare della diffusione del pomodoro in Europa, di Leopardi e di come si cucina alla perfezione una frittata, con lo stesso livello di intensità. Non so come accadde, ma dopo pochi minuti insieme riuscii a chiedergli ciò che mi sembrava impossibile: “Puoi venire con me in quella stanza? Puoi dirmi se quei passi dal piano di sopra li senti anche tu?”.

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Sì, li sentiva anche lui. Ma non c’era da temere. Secondo lui, era semplicemente un insonne, come noi. “È solo un camminatore” mi disse.

Da quella volta, per qualche notte, ci incontrammo in corridoio, in una specie di routine mai annunciata. Ogni sera mi chiedeva: “Come va con il camminatore?”.

Io sorridevo perché la verità è che, da quando c’era lui, quei passi mi facevano meno paura.

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Poi una sera, il Signor Mario mi disse che quella sarebbe stata la sua ultima notte in ospedale. Finalmente poteva tornare a casa. Mi diede il suo numero di telefono e il suo indirizzo. “Vienimi a trovare con tua mamma o il tuo papà. Io sono di Ripabottoni”.

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Uscì dalla mia vita, come fanno i terrestri. Non andai mai a trovarlo, e non lo vidi mai più, ma restò sempre nella mia geografia emotiva.

Fino a che, un giorno, molti anni dopo, mi misi a studiare gli scrittori molisani e scoprii uno che era di Ripabottoni: si chiamava Arturo Giovannitti. Intorno ai vent’anni, Arturo si era trasferito in America e, con altri, era finito in carcere, accusato ingiustamente di omicidio. Con grande clamore della stampa, il suo era stato un caso Sacco e Vanzetti, con esiti diversi, prima di Sacco e Vanzetti.

Così, una sera di molti anni dopo, mi metto a leggere Giovannitti e scopro il suo poema «The Walker». Colui che cammina. Il camminatore.

In carcere, Arturo, aveva vissuto la mia stessa esperienza: quella percussione lenta venire dal soffitto.

«Al di sopra del mio capo, odo il rumore dei passi, tutta la notte» leggevo. «Un’eternità nei quattro passi che vanno; un’eternità nei quattro passi che tornano». E mentre leggevo pensavo al Signor Mario e sprofondavo nella mia cartografia interiore che è anche la sua: di passi nella notte, e di amicizie scritte nelle stelle.

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