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Occupazione femminile in Italia: sfida culturale e infrastrutturale. I numeri

Il gender gap italiano è tra i più alti in Europa, con molte donne costrette a part-time per ragioni familiari

di Lab24

(Adobe Stock)

3' di lettura

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Negli ultimi mesi in Italia si stanno registrando nuovi record di occupazione. Anche il tasso di disoccupazione ha toccato i minimi degli ultimi vent’anni e, come ha sottolineato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un post pubblicato in occasione dell’8 marzo, “l’occupazione femminile ha raggiunto il livello più alto di sempre”. Tuttavia, dietro questi segnali positivi si cela una realtà ben più complessa per le lavoratrici italiane. Il nostro Paese continua a occupare le ultime posizioni in Europa per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Un dato su tutti: nel 2024, solo il 53% delle donne italiane tra i 15 e i 64 anni risulta occupato, contro una media UE del 66%. Peggio di noi, nessuno tra gli Stati membri. Anche Paesi candidati all’ingresso nell’Unione, come la Serbia, fanno meglio.

Non solo siamo (molto) indietro rispetto al resto d’Europa ma miglioriamo anche più lentamente: negli ultimi quindici anni il tasso di occupazione femminile è aumentato di 6 punti percentuali a fronte di un incremento medio di 9 punti nella UE. Il divario è ancora più marcato nel Mezzogiorno, dove lavora appena il 37% delle donne in età lavorativa. Il risultato è un gender gap tra i più ampi d’Europa: in Italia, mediamente, la percentuale di uomini occupati supera quella delle donne di ben 19 punti percentuali, un dato secondo solo alla Grecia.

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IL GAP DI GENERE NEL MERCATO DEL LAVORO EUROPEO

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Le donne che lavorano lo fanno per meno ore. Nel 2024 le occupate in Italia sono state retribuite in media per il 15% di ore in meno al mese rispetto agli uomini. Tra le principali cause spicca il più ampio ricorso a modalità di lavoro part-time. Sono tre milioni le donne che lavorano part-time, contro un milione di uomini. Spesso non è una scelta. La iniqua distribuzione delle responsabilità familiari è il principale fattore dietro a questa differenza. Più del 35% dei part time femminili in Italia sono dovuti a ragioni familiari o di assistenza a bambini o parenti fragili. Motivazioni che spingono al part-time solo il 5% delle controparti maschili. La difficile conciliazione tra vita lavorativa e familiare porta ancora oggi molte donne a lasciare il proprio impiego o a ridurre il monte ore lavorate. Non sorprende che il tasso di occupazione delle madri che vivono in coppia sia di 12 punti percentuali inferiore rispetto a quello delle donne single senza figli. Tra le altre cause frenanti la partecipazione femminile al mercato del lavoro, Banca d’Italia cita la scelta di percorsi scolastici associati a rendimenti inferiori in termini di occupazione.

Da un lato, si registra una maggiore propensione femminile a conseguire un titolo di studio di livello terziario. Allo stesso tempo, però, le studentesse prediligono percorsi di stampo umanistico piuttosto che nelle materie STEM (Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica).

In Italia la percentuale di donne tra i 25 e i 34 anni laureate in tali discipline è infatti meno della metà di quella riscontrata tra gli uomini (16% vs 37%).

In un Paese che invecchia e fatica a trovare occupati, numeri come quelli sopra presentati hanno un peso economico ancora maggiore. Il lavoro delle donne non rappresenta solo una questione di equità, ma una leva strategica per la produttività e la competitività.

Non a caso, sul piano politico, nel corso degli anni non sono mancate le iniziative volte a incentivare la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Tra queste, il bonus asilo nido, introdotto nel 2016 per sostenere le famiglie nel pagamento delle rette di iscrizione; il bonus assunzione donne, contenuto nel decreto Coesione dello scorso anno, che garantisce l’esenzione dai contributi previdenziali alle aziende che assumono donne con contratto a tempo indeterminato; e, più recentemente, il bonus mamme, inserito nella legge finanziaria del 2024 e successivamente aggiornato con il decreto-legge del 30 giugno 2025, che prevede agevolazioni contributive o una somma una tantum per le madri con almeno due figli.

Tuttavia, oltre alla dimensione socioeconomica, la bassa occupazione femminile ha radici culturali (come gli stereotipi di genere) e infrastrutturali (come la carenza di asili nido), che non possono essere risolte a colpi di bonus, ma richiedono una strategia organica e concertata.

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