Innovazione

Nvidia mette l’intelligenza artificiale al volante: il ceo Jensen Huang vuole anche l’automotive

Il progetto chiave si chiama Alpamayo e le ricadue sull’auto

di Luca Tremolada

La nuova Classe S di Mercedes  che collabora con Nivida

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Jensen Huang entra sempre in scena come se stesse per salire sul palco di un concerto. Giacca di pelle nera, sorriso da rockstar della Silicon Valley, battuta pronta. Ai prime di genneaio, Las Vegas, al Ces ai primi di gennaio, saluta il pubblico come Elvis a Memphis e poi ti dice che sta per arrivare «il momento ChatGPT dell’intelligenza artificiale fisica». Traduzione: non solo chatbot, ma macchine che capiscono il mondo reale. Non male, per uno che ha costruito un impero vendendo schede grafiche ai gamer.

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Il protagonista è Jensen Huang, fondatore e ceo di Nvidia, che oggi vuole prendersi anche il volante dell’industria automobilistica. Dopo aver colonizzato data center, AI generativa e supercomputer da scrivania, Huang ora punta alla “Physical AI”: intelligenze artificiali che non si limitano a generare testo o immagini, ma devono guidare, muoversi, evitare ostacoli, non investire pedoni.

Il progetto chiave si chiama Alpamayo. Nome da montagna andina, ambizione da Everest tecnologico. È una famiglia open source di modelli, simulatori e dataset pensati per addestrare veicoli autonomi e robot. Il cuore è Alpamayo 1, un modello VLA (vision, language, action) da 10 miliardi di parametri: vede la strada, interpreta ciò che succede, ragiona per passi e poi decide cosa fare. Non reagisce soltanto: pianifica. È la famosa “chain of thought”, ma applicata al traffico. Qui la strategia di Nvidia è chiara: diventare il sistema nervoso dell’automotive. Non vendere solo chip, ma l’intera infrastruttura cognitiva delle auto del futuro. Huang lo ripete da anni con una certa ossessione zen: «La simulazione è quello che Nvidia fa». E infatti Alpamayo non nasce per girare direttamente sull’auto, ma come “cervello didattico” da cui i costruttori possono derivare versioni più leggere e integrate nei loro stack software.

Il vero salto concettuale però è un altro, e ha un nome ancora più ambizioso: World Foundation Models. Se gli LLM imparano correlazioni tra parole, questi modelli imparano le leggi del mondo. Spazio, gravità, collisioni, causa-effetto. Non rispondono a domande, ma prevedono cosa succede se agisci. È un’AI che pensa in tre dimensioni. Nvidia lo chiama Cosmo: un modello che non nasce per chattare, ma per simulare il reale dentro ambienti virtuali fotorealistici costruiti in Omniverse. Milioni di incidenti finti per evitare uno vero.

Attorno a tutto questo c’è l’ecosistema: AlpaSim, simulatore open source per testare politiche di guida; e dataset aperti con oltre 1.700 ore di guida reale, pioggia, sole, città, periferie, casi limite. Materiale grezzo per insegnare alle macchine che il mondo non è pulito come una demo, ma sporco, ambiguo e pieno di imprevisti.

La mossa di Huang è industriale prima che tecnologica. Vuole posizionare Nvidia come standard de facto dell’autonomia: chiunque faccia auto, robot o droni dovrà passare dai suoi modelli, simulatori e GPU. Open source oggi, business domani. Un po’ come Android per gli smartphone, ma con il rischio aggiuntivo di schiantarsi contro un semaforo.

In fondo è la solita strategia Nvidia, solo portata fuori dallo schermo: costruire l’infrastruttura invisibile su cui girano i sogni altrui. Prima i videogiochi, poi l’AI generativa, ora le macchine che guidano. Huang non vende auto. Vende cervelli. E spera che, questa volta, sappiano davvero dove stanno andando.

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  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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