Regole

Nuovo stop alle politiche di Trump: il Senato blocca la legge sulle cripto

Fallisce la corsa contro il tempo sul Clarity Act, prima dello stop per il voto. Anche quattro senatori Repubblicani votano contro la norma voluta da Trump

Normative e mercati. Lo stop al Clarity Act.  (REUTERS/Dado Ruvic/Illustration/File Photo)

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Il Clarity Act si è fermato al Senato degli Stati Uniti. Il voto procedurale sulla norma - il cui scopo è regolamentare in modo ampio il settore delle criptovalute - ha raccolto 50 consensi e 49 contrari, senza raggiungere la soglia di 60 necessaria per proseguire l’esame.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Tutti i democratici e quattro senatori repubblicani (Susan Collins, Josh Hawley, Jerry Moran e Thom Tillis) hanno votato contro, infliggendo una pesante battuta d’arresto al progetto sostenuto in prima persona dal presidente Donald Trump.

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Il timing del rifiuto, quando mancano meno di due mesi alle elezioni del mid-term, non gioca a favore del presidente Usa, legato al mondo cripto almeno su due livelli.

Il primo è privato. La famiglia Trump è particolarmente esposta al settore attraverso diverse iniziative. Nell’ultima dichiarazione finanziaria il presidente ha indicato circa 700 milioni di dollari di proventi legati alle cripto attività. Proprio questo intreccio è stato uno dei maggiori motivi di frizione con i democratici. Le disposizioni in materia di etica introdotte all’ultimo momento non sono state sufficienti a ottenere il sostegno bipartisan.

Stablecoin e debito Usa

Il secondo livello riguarda l’enorme livello di debito pubblico statunitense che, a suon di deficit fuori scala (ormai da anni stabilmente nell’orbita del 6% del Pil) ha recentemente superato la soglia monstre dei 40mila miliardi di dollari. In un contesto globale in cui si è ridotto il peso relativo di alcuni grandi compratori esteri di Treasury, a partire dalla Cina, le stablecoin offrono una nuova potenziale fonte di domanda.

L’amministrazione Trump ha individuato questa possibilità e l’ha regolamentata lo scorso anno attraverso il Genius Act. La legge, già operativa, regola le stablecon di pagamento, token progettati per mantenere un valore stabile rispetto al dollaro. Stabilisce chi può emetterle, impone riserve liquide (tra cui contanti, depositi bancari e Treasury con scadenza residua non superiore a 93 giorni) almeno pari al 100% dei token in circolazione e introduce obblighi di trasparenza, rimborso e antiriciclaggio. La relazione è semplice: più stablecoin vengono emesse, maggiori devono essere le riserve e più elevata può diventare la domanda di T-Bill. Questo meccanismo deriva direttamente dal Genius Act.

La cornice del Clarity Act

Il Clarity Act - arenatosi in Senato - avrebbe dovuto completare la cornice favorendo una maggiore adozione del settore, dando di conseguenza un maggiore impulso anche alle stablecoin. Più nel dettaglio, il provvedimento stabilisce quando un token debba essere considerato una security, e quindi essere sottoposto alla Sec, e quando debba essere trattato come una commodity digitale, e quindi cadere sotto la vigilanza della Cftc. Regola inoltre il funzionamento di exchange, broker, mercati spot, custodia degli asset e separazione dei fondi dei clienti, materie già disciplinate in Europa dal regolamento MiCA.

Il nodo delle banche

Sul negoziato ha pesato anche la pressione delle banche, preoccupate che le ricompense offerte sulle stablecoin possano trasformarle in concorrenti diretti dei depositi. Il Genius Act vieta agli emittenti di stablecoin di pagare interessi, ma non chiude completamente la porta ai premi riconosciuti da exchange e piattaforme. Il tentativo di limitare queste forme di remunerazione è diventato uno dei punti più controversi del Clarity Act.

«Il mancato avanzamento del Clarity Act rappresenta senza dubbio una battuta d’arresto per il settore degli asset digitali negli Stati Uniti, ma sembra trattarsi più di un ulteriore rinvio che di uno stop definitivo - spiega James Butterfill, a capo della ricerca di CoinShares -. L’elemento più critico è che gli ostacoli ancora da superare sembrano ormai essere soprattutto di natura politica, più che tecnica, nonostante gli importanti sforzi compiuti per raggiungere un compromesso condiviso tra democratici e repubblicani».

Il fallimento sottrae a Trump una vittoria legislativa sulla quale si era speso direttamente, proprio mentre la campagna elettorale sta per assorbire l’attività del Congresso. Con il Clarity Act destinato a passare in secondo piano, il presidente perde la possibilità di occupare l’agenda con un risultato favorevole e lascia maggiore spazio a temi più scomodi, a partire dalle nuove iniziative congressuali legate agli Epstein files.

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