Il pregiudizio

Nuovo stigma per le persone obese: se i farmaci diventano la “scorciatoia” per dimagrire

La società fatica ad accettare che dimagrire con un aiuto farmacologico rappresenti un successo legittimo, alla stessa stregua di tanti altri.

PESO SOVRAPPESO INGRASSAMENTO

OBESITA' IMAGOECONOMICA

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Sullo stigma che circonda le persone con obesità si sono versati fiumi d'inchiostro. Ma non è finita. L'arrivo dei farmaci basati sulle incretine (GLP-1 e similari) sta facendo emergere, in maniera sempre più evidente, una nuova declinazione di questo pregiudizio, che paradossalmente cresce di pari passo con il successo clamoroso di questi farmaci. I farmaci basati sulle incretine sono infatti additati sempre di più come “scorciatoie” alla perdita di peso e si punta il dito contro la mancanza di impegno e di volontà delle persone che ne fanno uso. Un biasimo sociale crescente che gli esperti avvertono potrebbe arrivare a minarne l'efficacia, proprio nel momento in cui milioni di persone iniziano a usarli. E non si tratta soltanto del classico stigma legato all'eccesso di peso corporeo, quello che da sempre colpisce queste persone. È qualcosa di diverso e, secondo una nuova analisi pubblicata su International Journal of Obesity, di potenzialmente più insidioso: si tratta di uno stigma specifico, rivolto a chi perde peso con l'aiuto di un farmaco, anziché con la sola “forza di volontà”.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La condanna silenziosa per chi dimagrisce “senza fatica”

A tracciarne il perimetro è Stacy M. Post che, in un suo recente intervento su International Journal of Obesity, fa appello alla chiarezza concettuale e descrive un fenomeno ormai difficile da ignorare: la percezione diffusa, anche in ambito medico, che dimagrire grazie a semaglutide, tirzepatide e molecole simili equivalga a “prendere una scorciatoia”, rispetto agli strumenti canonici della dieta e dell'esercizio fisico. Una narrazione che si nutre di un'idea antica, quanto radicata nella cultura occidentale, e cioè quella secondo cui il valore di un risultato dipende dalla “fatica” fatta per ottenerlo. E che, nel caso della perdita di peso, oggi si scontra con le performance di una classe di farmaci, che producono nel giro di poche settimane risultati che decenni di raccomandazioni comportamentali non erano mai riusciti a garantire su larga scala.

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E sono i numeri a raccontare il successo sul campo di questi farmaci tanto attesi: si stima che circa un americano su quattro li abbia usati almeno una volta e che oltre 100 milioni di persone nei soli Stati Uniti avrebbero l'indicazione a iniziare il trattamento. Eppure, secondo un sondaggio citato nell'articolo, ben il 76% di chi li usa riferisce di aver sperimentato sulla propria pelle una forma di stigma, legata proprio alla scelta di usarli, più che al peso di per sé.

Chi usa questi farmaci per dimagrire è “giudicato” come persona

Anche uno studio sperimentale pubblicato sulla stessa rivista e firmato da Erin C. Standen, Sean M. Phelan e A. Janet Tomiyama parla del pregiudizio che circonda questi farmaci. I ricercatori hanno chiesto a centinaia di partecipanti di valutare persone immaginarie, dimagrite grazie a un GLP-1, oppure con dieta ed esercizio o rimaste dello stesso peso. Il risultato è eloquente: chi perdeva peso con il farmaco veniva giudicato più severamente e considerato meno “attraente” come eventuale persona da frequentare, rispetto a chi aveva ottenuto lo stesso risultato con i metodi tradizionali e addirittura anche rispetto a chi non aveva perso peso. Un secondo esperimento, focalizzato su chi interrompeva la terapia e riprendeva i chili persi, evidenzia che in quel caso lo stigma colpisce allo stesso modo sia chi aveva usato il farmaco, che chi era dimagrito grazie a dieta ed esercizio; entrambi i gruppi venivano inoltre valutati peggio di chi invece era riuscito a mantenere il peso raggiunto.

Le ricadute cliniche e le prospettive di ricerca contro questo nuovo stigma

Il punto sollevato dalla Post è che questa forma di pregiudizio non si limita a intaccare l'autostima di chi lo subisce, ma può avere ricadute cliniche importanti. “Questa forma composita di stigma – scrive l'autrice – può esacerbare gli effetti negativi sulla salute fisica e mentale e influire sull'aderenza al trattamento con GLP-1 in misura maggiore rispetto a quanto avviene con il solo stigma legato al peso, creando potenzialmente nuove barriere a un trattamento efficace dell'obesità”.

In altre parole, la vergogna “anticipata” può scoraggiare una persona dall'iniziare la terapia, mentre lo stigma già sperimentato durante il trattamento può minarne l'aderenza. Un fenomeno d'altronde già osservato in altre condizioni stigmatizzate, dall'HIV ai disturbi psichiatrici. La Post osserva inoltre che le criticità più diffuse riguardano proprio la sfera morale, quando l'impiego del farmaco viene apostrofato come “prendere la scorciatoia, rispetto gli interventi tradizionali sullo stile di vita, come dieta ed esercizio fisico ”. Un giudizio negativo che si va ad aggiungere, senza sostituirlo, al tradizionale stigma sul peso.

Di fronte a un fenomeno che cresce di pari passo con la diffusione dei farmaci, l'autrice non si limita a descrivere il problema ma indica dei nuovi obiettivi di ricerca: definire una cornice concettuale chiara che distingua lo stigma “da trattamento”, da quello legato al peso, validare strumenti di misurazione, in grado di registrare sia il giudizio esterno, che il senso di colpa interiorizzato dal paziente; organizzare studi longitudinali che seguano nel tempo popolazioni diverse, per capire l'impatto reale dello stigma su aderenza alla terapia, alimentazione e salute mentale.

Insomma, siamo di fronte ad un vero paradosso: proprio quando la medicina mette finalmente a disposizione strumenti in grado di cambiare la storia clinica dell'obesità, la società fatica ad accettare che dimagrire con un aiuto farmacologico rappresenti un successo legittimo, alla stessa stregua di tanti altri. E finché questo giudizio continuerà a diffondersi capillarmente e in silenzio - avverte la ricercatrice - potrebbe tenere lontano dalle cure proprio le persone che più ne avrebbero bisogno.

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