Battaglia legale e politica

Nuovo schiaffo a Trump sul commercio: bocciati i dazi globali del 10%

Un tribunale federale ha annullato le misure di febbraio, la Corte Suprema aveva già invalidato le tariffe reciproche. Il presidente: faremo ricorso contro «i giudici di estrema sinistra»

di Luca Veronese

Importazioni. Una nave cargo nel porto di Oakland in California REUTERS

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Anche i dazi universali e temporanei del 10% imposti da Donald Trump a febbraio sono stati considerati «illegittimi» e quindi sono stati bocciati dalla Corte del Commercio internazionale. L’agenda economica dell’amministrazione repubblicana subisce così un nuovo, grave colpo, dopo che, sempre a febbraio, la Corte Suprema aveva annullato le tariffe reciproche sull’import, basate su una presunta emergenza nazionale. E mentre il presidente Usa sta preparando la missione in Cina di metà mese, per discutere con Xi Jinping anche di tariffe e scambi commerciali.

L’amministrazione repubblicana ha annunciato che farà ricorso. «Niente mi sorprende più con i tribunali», ha commentato Trump attribuendo la decisione a «due giudici di estrema sinistra che hanno votato contro».

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La decisione dei giudici del Commercio

Un collegio di tre giudici della Corte del Commercio internazionale a New York, il tribunale federale che ha giurisdizione in materia di scambi con l’estero, ha stabilito che il presidente non aveva l’autorità per far scattare nuovi dazi generalizzati sulla base della Section 122 del Trade Act del 1974: questa legge consente di introdurre tariffe sulle importazioni per un periodo massimo di 150 giorni (e per un massimo del 15% anche se Trump si era fino a qui limitato al 10%), in risposta a gravi e persistenti squilibri nella bilancia dei pagamenti. La Corte del Commercio - con due voti a favore e uno contrario - ha respinto questa motivazione, ha quindi deciso che anche il decreto sui dazi, firmato da Trump a febbraio, «non è valido» e che le «tariffe imposte non sono autorizzate dalla legge».

La Corte del Commercio ha accolto la richiesta di un gruppo di piccole imprese e di 24 Stati americani, per lo più a guida democratica. Ma il tribunale ha bloccato immediatamente l’applicazione dei dazi da parte dell’amministrazione solo nei confronti delle due imprese - la produttrice di giocattoli Basic Fun! e l’importatore di spezie Burlap & Barrel - che hanno intentato causa, e dello Stato di Washington, chiarendo di non aver emesso una «ingiunzione universale». Il collegio ha ritenuto che gli altri Stati non avessero titolo ad agire in quanto non sono importatori diretti.

Nelle intenzioni di Trump, i dazi appena bocciati dalla Corte del Commercio - legati agli squilibri della bilancia dei pagamenti - avrebbero dovuto sostituire i dazi cosiddetti reciproci, introdotti nel 2025 ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977: misure queste ultime azzerate dalla Corte Suprema che non ha ravvisato le condizioni di emergenza nazionale e quindi la necessità di ricorrere a poter speciali da parte della Casa Bianca.

La Casa Banca studia altre vie ma arrivano i ricorsi

«Sarà forse necessario un ulteriore esame in appello e poi alla Corte Suprema», ha spiegato Dave Townsend, dello studio legale Dorsey & Whitney, aggiungendo che «probabilmente altri importatori chiederanno ora di essere rimborsati», si calcola per oltre 10 miliardi di euro. Mentre per le tariffe annullate già a febbraio è stato avviato il procedimento di rimborso per un totale di 166 miliardi di dollari alle aziende importatrici.

Se la nuova sconfitta politica è indubbia, dal punto di vista pratico le conseguenze della sentenza potrebbero non essere molto rilevanti: i dazi erano in scadenza a luglio e l’amministrazione intende sostituirli con azioni basate su una diversa normativa, la Section 301 del Trade Act del 1974, considerata più solida: prevede dazi in risposta a pratiche commerciali sleali e discriminatorie, ma richiede mesi di indagini per arrivare a sanzionare i Paesi partner in situazioni come l’eccesso di capacità produttiva o lo sfruttamento dei lavoratori.

Restano inoltre in vigore sanzioni di settore, come quelle sui metalli e sull’auto. La Casa Bianca ha anche raggiunto accordi commerciali che spesso prevedono dazi più alti, come il 15% nel caso dell’Unione europea. E continuano le minacce di Trump che utilizza i dazi come strumenti per punire i governi non allineati ai suoi ordini: sull’auto europea la tariffa - ha affermato il presidente Usa - potrebbe salire al 25% a partire da luglio.

La battaglia di Trump sui dazi

Appena tornato alla Casa Bianca, all’inizio del 2025, Trump colpisce l’import da Cina, Messico e Canada con misure durissime. Poi firmerà accordi più concilianti e raggiungerà una tregua con Pechino.

Il 2 aprile del 2025 Trump proclama il giorno della liberazione dai Paesi che sfruttano gli Stati Uniti. E introduce dazi cosiddetti reciproci - dal 10 al 50% - contro i partner commerciali «sleali».

Trump continua a minacciare i Paesi di tutto il mondo con i dazi. Impone accordi e muove le tariffe sull’import di vari settori: dai farmaci ai metalli, alle automobili, fino alle produzioni tech.

Nel febbraio del 2026 i giudici della Corte Suprema affermano che l’International Emergency Economic Powers Act del 1977, invocato da Trump, non si può applicare: non c’è un’emergenza nazionale, non sono necessari poteri speciali. I dazi non sono validi.

Trump reagisce con nuovi dazi temporanei del 10%. Anche questi vengono bocciati: per la Corte del Commercio non ci sono gli squilibri nella bilancia dei pagamenti richiesti dalla Section 122 del Trade Act del 1974.

Trump annuncia ricorso e studia nuovi dazi. Restano in vigore sanzioni di settore. E contro la Ue la minaccia di dazi al 25% sull’auto.

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