Stupefacenti

Droga, Norvegia e Svezia hanno due modelli opposti per combatterla

In Norvegia, la lotta alla droga e alla microcriminalità urbana si basa su prevenzione, inclusione e intervento sociale capillare, mentre in Svezia cresce l’allarme per la violenza legata alle gang e al narcotraffico giovanile. Due modelli opposti che sollevano interrogativi anche in Italia, dove le politiche repressive faticano a risolvere problemi strutturali

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), Emma Louise Stenholm (Føljeton.dk, Danimarca) e Bianca Blei (Norvegia)

4' di lettura

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In un angolo d’Europa che siamo abituati a immaginare pacifico, ordinato e socialmente avanzato, si stanno giocando due strategie radicalmente diverse sul fronte della lotta alla droga e alla microcriminalità urbana. Da un lato la Norvegia, che ha scelto la via della prevenzione sociale, dell’ascolto e dell’inclusione. Dall’altro la Svezia, dove l’aumento del traffico di stupefacenti e la crescita delle gang giovanili hanno già acceso l’allarme sicurezza, con episodi di violenza da cronaca nera quotidiana.

A Oslo, capitale norvegese, si è deciso di investire in operatori sociali invece che in più pattuglie armate. Nel mentre, in Svezia – di preciso a Uppsala – tre adolescenti sono stati uccisi a colpi di pistola in tre episodi separati nel giro di pochi mesi: un drammatico segnale di un tessuto sociale che si sta sfaldando. Mentre l’Europa osserva, i due modelli si confrontano con risultati che aprono interrogativi anche in Italia, dove la retorica repressiva fatica ad arginare problemi strutturali.

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Il modello norvegese: prevenzione e contatto umano

«Quando chiediamo ai ragazzi di strada di cosa hanno bisogno, la risposta è sempre la stessa: un tetto e un lavoro». A parlare è Stine Marit Sundsbø, una delle tre figure chiave del “Servizio Esterno” del Comune di Oslo. Insieme a Børge Erdal e Nana Mensah, lavora instancabilmente ogni giorno – dalle 8 del mattino fino a mezzanotte – nei quartieri dove il consumo di sostanze è più diffuso.

Stine, Børge e Nana non indossano divise, non portano armi, non hanno toni autoritari. Sono operatori sociali, presenti sul territorio tutto l’anno, nei luoghi dove altri servizi non arrivano: sotto i ponti del fiume Akerselva, nei pressi delle stazioni, nei vicoli dove si vende la droghe.

Il loro approccio è radicalmente umano: conoscere le persone per nome, ricordarsi delle loro storie, offrire ascolto e alternative. Un modello che funziona perché riduce l’isolamento, lavora sui fattori di rischio e ricostruisce legami sociali.

Le due Oslo: giovani in cerca di futuro, anziani segnati dalla dipendenza

La capitale è divisa in due scene. A nord, nei pressi del quartiere Vaterland, si concentrano i giovani: maschi sotto i 30 anni che usano e vendono cannabis. A sud, nella zona di Storgata, si trovano invece consumatori più anziani, spesso tossicodipendenti cronici legati all’eroina e agli oppiacei sintetici.

Gli operatori raccontano che qui si può ancora intervenire: «Chi è caduto nella dipendenza ha bisogno di un accompagnamento terapeutico, mentre chi è solo a rischio può ancora essere salvato – spiega Erdal –. E l’aiuto deve essere sempre raggiungibile, concreto, presente nella vita quotidiana delle persone».

Il caso svedese: escalation di violenza e risposte tardive

Pochi chilometri più a est, il panorama cambia drasticamente. In Svezia, e in parte anche in Danimarca, i tassi di criminalità legati al traffico di droga sono in netto aumento. Sparatorie, omicidi, reclutamento giovanile. A Uppsala, l’epicentro della crisi attuale, si spara anche in pieno giorno. Le bande si contendono il territorio, i social media amplificano il senso di impunità e il disagio sociale si trasforma in rabbia.

Il governo danese ha reagito con un piano di sicurezza da milioni di corone e pattuglie speciali per intercettare le bande digitali. La Svezia è corsa ai ripari rafforzando i controlli alle frontiere, mentre in Norvegia cresce la preoccupazione per il possibile “contagio” criminale.

Secondo i dati della polizia di Oslo, la delinquenza giovanile complessiva è in calo, ma i reati gravi sono in crescita. «Alcuni atti violenti tra adolescenti – spiegano le autorità – sono collegati al narcotraffico o al desiderio di emulazione». Come avverte Sundsbø: «Se i giovani sentono che gli altri portano un coltello per difendersi, finiranno per fare lo stesso. Basta un attimo perché nasca una tragedia».

Immigrazione e lavoro: l’inclusione funziona davvero?

Una delle chiavi del successo norvegese, secondo gli esperti, è la gestione dell’integrazione. A differenza della Svezia, la Norvegia ha investito risorse reali in programmi di inserimento, formazione e accesso al mercato del lavoro per i migranti e per i giovani a rischio.

«La pena non sempre scoraggia – spiega Mensah – ma un contratto di lavoro può cambiare una vita». Anche per questo, la linea del governo norvegese è ancora orientata al sociale, nonostante le pressioni dei partiti di destra.

Il Partito del Progresso (FRP) propone oggi di abbassare a 14 anni l’età della responsabilità penale. I Conservatori (Høyre) vogliono dotare stabilmente la polizia di armi da fuoco, misura oggi possibile solo in caso di allerta terrorismo. Ma la maggioranza dei norvegesi continua a preferire la linea dei socialdemocratici, che puntano su una risposta equilibrata: pene proporzionate, sì, ma anche politiche capaci di prevenire prima di punire.

Una lezione utile anche per l’Italia?

Nel nostro Paese, il dibattito sulle droghe resta polarizzato. A fronte di una retorica spesso securitaria, le esperienze locali di prevenzione e riduzione del danno sono limitate e sottofinanziate. Eppure, la lezione norvegese è chiara: quando si investe sulla dignità, sul lavoro e sulla presenza quotidiana nei territori, anche le zone più difficili possono cambiare.

«Mentre in Europa si cerca altrove il modello da seguire – conclude Erdal – qui a Oslo abbiamo creato qualcosa che funziona. E che vale la pena difendere.»

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