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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo oradi Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), Emma Louise Stenholm (Føljeton.dk, Danimarca) e Bianca Blei (Norvegia)
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In un angolo d’Europa che siamo abituati a immaginare pacifico, ordinato e socialmente avanzato, si stanno giocando due strategie radicalmente diverse sul fronte della lotta alla droga e alla microcriminalità urbana. Da un lato la Norvegia, che ha scelto la via della prevenzione sociale, dell’ascolto e dell’inclusione. Dall’altro la Svezia, dove l’aumento del traffico di stupefacenti e la crescita delle gang giovanili hanno già acceso l’allarme sicurezza, con episodi di violenza da cronaca nera quotidiana.
A Oslo, capitale norvegese, si è deciso di investire in operatori sociali invece che in più pattuglie armate. Nel mentre, in Svezia – di preciso a Uppsala – tre adolescenti sono stati uccisi a colpi di pistola in tre episodi separati nel giro di pochi mesi: un drammatico segnale di un tessuto sociale che si sta sfaldando. Mentre l’Europa osserva, i due modelli si confrontano con risultati che aprono interrogativi anche in Italia, dove la retorica repressiva fatica ad arginare problemi strutturali.
«Quando chiediamo ai ragazzi di strada di cosa hanno bisogno, la risposta è sempre la stessa: un tetto e un lavoro». A parlare è Stine Marit Sundsbø, una delle tre figure chiave del “Servizio Esterno” del Comune di Oslo. Insieme a Børge Erdal e Nana Mensah, lavora instancabilmente ogni giorno – dalle 8 del mattino fino a mezzanotte – nei quartieri dove il consumo di sostanze è più diffuso.
Stine, Børge e Nana non indossano divise, non portano armi, non hanno toni autoritari. Sono operatori sociali, presenti sul territorio tutto l’anno, nei luoghi dove altri servizi non arrivano: sotto i ponti del fiume Akerselva, nei pressi delle stazioni, nei vicoli dove si vende la droghe.
Il loro approccio è radicalmente umano: conoscere le persone per nome, ricordarsi delle loro storie, offrire ascolto e alternative. Un modello che funziona perché riduce l’isolamento, lavora sui fattori di rischio e ricostruisce legami sociali.