No alcol e low alcol alla conquista del mercato più giovane
3' di lettura
3' di lettura
L’apertura è generale, anche se non tutti i produttori triveneti potranno imboccare la strada della riduzione del grado alcolico dei loro vini o della dealcolazione totale, vista la diffusa produzione di Dop sul territorio. Già a dicembre, alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto dealcolati, licenziato dal ministero dell’Agricoltura e della sovranità alimentare (Masaf), atto dovuto e conseguenziale alla Pac (la politica agricola comune) del 2021, il mondo enoico ha cominciato a valutare le opportunità che si venivano a creare. Il cambio di rotta è forte nel Paese principale produttore al mondo e culla della “dieta mediterranea”: fino a dicembre, in Italia, non si poteva chiamare “vino” una bevanda con un tenore alcolico inferiore agli 8,5 gradi. Restano paletti stringenti da rispettare: la dealcolazione totale si ottiene quando il contenuto alcolico viene portato sotto il mezzo grado. In questo caso il prodotto derivante deve riportare in etichetta il termine minimo di conservazione. Il trattamento deve essere condotto sotto la responsabilità di un enologo o tecnico specializzato. E’ vietata l’aggiunta di acqua e aromi durante la lavorazione. Nulla cambia per i vini a denominazione certificata: in Italia il processo di dealcolazione, totale o parziale, non potrà essere eseguito su Dop e Igp.
Ragion per cui i low alcol rappresentano una via più percorribile per le cantine venete. Ad anticipare tutti sui tempi il Consorzio Pinot Grigio Delle Venezie, primo vino bianco fermo italiano per volumi di produzione la cui filiera produttiva è composta da 6.141 viticoltori di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia di Trento, 575 aziende di vinificazione e 371 aziende di imbottigliamento. A dicembre, l’assemblea dei soci ha approvato all’unanimità la proposta di modifica del disciplinare di produzione che, coerentemente con gli orientamenti dei nuovi modelli di consumo andrà a inserire una tipologia di Pinot Grigio Delle Venezie a bassa gradazione alcolica (da 9 a 11 gradi), ottenuta a partire da una vendemmia anticipata delle uve e senza ulteriori interventi in cantina. “È fondamentale – afferma, infatti il presidente, Albino Armani - rispondere alle sfide poste dal mercato”.
Il dibattito ha interessato anche il mondo del Prosecco. “L’introduzione dei vini dealcolati o low alcool consentirà di valorizzare anche tecniche e impianti delle aziende di distillazione che nel territorio veneto sono presenti con elevati livelli di eccellenza”, osserva Stefano Bottega, presidente del Gruppo Vinicolo di Confindustria Veneto Est. “La dealcolazione può diventare una opportunità, partendo da un’unica materia prima, cioè dall’uva: con la possibilità di destinare una piccola parte della produzione a una nicchia di mercato in crescita costante. Serve mettere a punto impianti e sperimentare tecniche di distillazione ad hoc”, aggiunge, sottolineando che in Veneto si stima un fatturato compreso tra 30 e 50 milioni di euro per questo segmento, vale a dire circa il 2% o 3% dell’attuale giro d’affari del vino. Come detto le cantine venete si stanno orientando soprattutto sui low alcol dotandosi di impianti più o meno grandi, ma mediamente intorno al milione di euro, a seconda delle relative potenzialità commerciali.
Cavalcando la nuova tendenza anche Vinitaly, che aprirà i battenti a Veronafiere dal 6 al 9 aprile, dedicherà per la prima volta uno spazio ai vini Nolo (no o low alcol), che si preannunciano tra i temi portanti della rassegna. “Wine Paris ha dedicato due padiglioni a queste nuove produzioni, che avranno un corner nello spazio Mixology allestito a Verona, dove presenteremo anche focus sulla possibilità di degustarli”, afferma il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti.
Intanto le grandi aziende italiane che producevano dealcolati all’estero, dopo la pubblicazione del decreto, progettano di attrezzarsi per perfezionare il passaggio nel Belpaese. Schenk Italia fino ad oggi ha prodotto tra le 50 e le 80 mila bottiglie di dealcolati in Spagna, vendute per il 25% in Italia. Ora per la vitivinicola alto atesina si apre una nuova era. “Alcuni mercati, come Danimarca, Belgio, Germania, Francia e Paesi Bassi, dimostrano una crescente attenzione verso i prodotti a zero o a bassa gradazione alcolica, con un forte interesse a produrli localmente per essere più competitivi”, spiega l’ad, Daniele Simoni. Per l’Italia la necessità di esportare il vino per la dealcolazione e poi reimportarlo ha comportato costi e complessità. “Poter produrre in casa, apre a economie di scala, che ci permetteranno di investire di più sui mercati per promuovere i no-low alcol”, conclude.


