Neurologia, così l’AI dà una manoper cure su misura e diagnosi precoce
L’intelligenza artificiale potrà incidere sulla neurologia solo se sapremo governarla, validarla e inserirla in un modello in cui tecnologia e responsabilità clinica procedano insieme
di Tommaso Bocci *
3' di lettura
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Sono trascorsi diversi secoli da quando Omero nell’Iliade suggerì una brillante definizione ante litteram di intelligenza artificiale e “machine learning”, raccontando nel libro di esseri umanoidi costruiti da Efesto per servire gli dèi, capaci di imparare, prendere decisioni e correggere errori interni.
Da allora molto è cambiato. Le basi computazionali dell’intelligenza artificiale sono presenti dalla seconda metà del Novecento, ciò che oggi rende l’IA centrale è la necessità di organizzare, sistematizzare e comprendere una mole di dati non sempre interpretabile con strumenti tradizionali. Con lo sviluppo delle neuroimmagini, il cervello è diventato leggibile attraverso milioni di pixel, byte e segnali.
Il ruolo dell’AI
Perché l’intelligenza artificiale è così importante in neurologia? Da alcuni anni, soprattutto per malattie come Parkinson e Alzheimer, assistiamo a uno scenario auspicabile e complesso: abbiamo più informazioni, ma non sempre siamo in grado di gestirle. L’IA può leggere grandi quantità di dati, riconoscere pattern, monitorare i pazienti attraverso sensori indossabili e costruire modelli predittivi utili alle decisioni cliniche. Ma pone anche una domanda: come usare questi strumenti senza indebolire la responsabilità del medico e la relazione con il paziente?
Possibilità e sfide attorno a cui si è sviluppata, al 65° Congresso nazionale SNO – Scienze Neurologiche Ospedaliere, la sessione “Intelligenza artificiale nelle neuroscienze”, all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Clinici, ricercatori ed esperti di etica hanno discusso il passaggio dell’AI “dal letto al cloud”, dalla pratica neurologica quotidiana alle grandi reti cooperative di analisi dei dati.
Il “caso” Parkinson
Per il Parkinson ad esempio negli ultimi anni tre innovazioni hanno trasformato la stimolazione cerebrale profonda, o Deep Brain Stimulation: gli elettrodi direzionali, il Brain Sensing e la stimolazione cerebrale adattativa. La DBS consiste nello stimolare elettricamente un piccolo nucleo, il subtalamo, centrale nella complessa circuiteria che genera e sostiene la malattia.







