Medici e tecnologia

Neurologia, così l’AI dà una manoper cure su misura e diagnosi precoce

L’intelligenza artificiale potrà incidere sulla neurologia solo se sapremo governarla, validarla e inserirla in un modello in cui tecnologia e responsabilità clinica procedano insieme

di Tommaso Bocci *

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Sono trascorsi diversi secoli da quando Omero nell’Iliade suggerì una brillante definizione ante litteram di intelligenza artificiale e “machine learning”, raccontando nel libro di esseri umanoidi costruiti da Efesto per servire gli dèi, capaci di imparare, prendere decisioni e correggere errori interni.

Da allora molto è cambiato. Le basi computazionali dell’intelligenza artificiale sono presenti dalla seconda metà del Novecento, ciò che oggi rende l’IA centrale è la necessità di organizzare, sistematizzare e comprendere una mole di dati non sempre interpretabile con strumenti tradizionali. Con lo sviluppo delle neuroimmagini, il cervello è diventato leggibile attraverso milioni di pixel, byte e segnali.

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Il ruolo dell’AI

Perché l’intelligenza artificiale è così importante in neurologia? Da alcuni anni, soprattutto per malattie come Parkinson e Alzheimer, assistiamo a uno scenario auspicabile e complesso: abbiamo più informazioni, ma non sempre siamo in grado di gestirle. L’IA può leggere grandi quantità di dati, riconoscere pattern, monitorare i pazienti attraverso sensori indossabili e costruire modelli predittivi utili alle decisioni cliniche. Ma pone anche una domanda: come usare questi strumenti senza indebolire la responsabilità del medico e la relazione con il paziente?

Possibilità e sfide attorno a cui si è sviluppata, al 65° Congresso nazionale SNO – Scienze Neurologiche Ospedaliere, la sessione “Intelligenza artificiale nelle neuroscienze”, all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Clinici, ricercatori ed esperti di etica hanno discusso il passaggio dell’AI “dal letto al cloud”, dalla pratica neurologica quotidiana alle grandi reti cooperative di analisi dei dati.

Il “caso” Parkinson

Per il Parkinson ad esempio negli ultimi anni tre innovazioni hanno trasformato la stimolazione cerebrale profonda, o Deep Brain Stimulation: gli elettrodi direzionali, il Brain Sensing e la stimolazione cerebrale adattativa. La DBS consiste nello stimolare elettricamente un piccolo nucleo, il subtalamo, centrale nella complessa circuiteria che genera e sostiene la malattia.

Gli elettrodi oggi sono sempre più sofisticati: i contatti di stimolazione, più piccoli e numerosi, permettono di orientare meglio la corrente, risparmiare batteria e ridurre eventi avversi. Ma una maggiore precisione moltiplica anche le possibili combinazioni. Spesso, le seppur accurate conoscenze mediche e anatomiche del neurologo e del neurochirurgo non bastano per individuare i parametri migliori per il singolo paziente.

Il Brain Sensing ha aggiunto un ulteriore livello di complessità: dopo anni di sperimentazioni, siamo riusciti a registrare la “voce” del subtalamo e di altri attori della malattia, identificando frequenze cerebrali correlate ai sintomi. Questo ha aperto la strada a dispositivi capaci di suggerire quali contatti attivare o, nella stimolazione adattativa, di modificare in tempo reale alcuni parametri in base alla contingenza.

Tutto ciò ha migliorato il nostro lavoro? Solo in parte. Perché all’aumentare delle informazioni aumenta anche l’entropia del sistema: non sempre sappiamo se ciò che registriamo sia rumore, causa o effetto della malattia, o un epifenomeno di processi che ancora sfuggono alla nostra comprensione. Studi recenti mostrano che le frequenze specifiche di malattia non sono presenti ovunque, non compaiono in tutti i pazienti e i due emisferi cerebrali possono rispondere in modo differente.

I dispositivi indossabili

A questi dati si aggiungono quelli dei dispositivi indossabili, che registrano velocità e ampiezza dei movimenti, e quelli ottenibili con tecniche meno invasive, come l’elettroencefalogramma di superficie. In prospettiva, sensori e segnali cerebrali potranno contribuire a diagnosi più precoci e trattamenti sempre più personalizzati, ritagliati sul singolo paziente come una camicia di sartoria.

Alla base di un corretto impiego dell’intelligenza artificiale resta però la conoscenza del mezzo. La formazione è indispensabile: per questo a Milano abbiamo introdotto, tra i primi in Italia, un corso specifico sull’intelligenza artificiale nelle professioni sanitarie. Innovazioni di questa portata devono essere accessibili e comprese, non riservate a pochi.

Il controllo delle informazioni prodotte dall’IA deve sempre prevedere un passaggio umano. L’intelligenza artificiale potrà incidere sulla neurologia, ma solo se sapremo governarla, validarla e inserirla in un modello di cura in cui tecnologia e responsabilità clinica procedano insieme.

* Neurologo SNO, Dirigente Medico ASST Santi Paolo e Carlo, Professore Associato in Neurologia presso Università degli Studi di Milano Statale

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