25 novembre

Nella violenza di genere la narrazione dei media cambia in funzione delle vittime

Nell'indagine dell'Osservatorio STEP l'analisi di oltre 1.100 articoli. Il mito del «femminicidio altruistico» se la donna è malata o con disabilità

di Chiara Di Cristofaro

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Uomini che uccidono le mogli malate o con disabilità raccontati come mariti disperati, «distrutti dal dolore», vittime anch’essi di un destino crudele. Padri e patrigni che violentano o picchiano le figlie che vengono definiti «orchi», «mostri», carnefici privi di attenuanti. Due narrazioni totalmente diverse sui media italiani, per una violenza che è la stessa. Violenza di uomini sulle donne, mogli, compagne e figlie. Due narrazioni che dimostrano quanto stereotipi, pregiudizi e bias culturali condizionino il racconto nei media italiani.

Ad accendere un faro su questo tema è l’analisi condotta dall’Osservatorio STEP dell’Università La Sapienza di Roma, guidato dalla professoressa Flaminia Saccà, che nella sua nuova ampia indagine ha esaminato 1.144 articoli di cronaca pubblicati tra il 2020 e il 2024 sulla violenza contro donne malate o con disabilità (194 articoli) e sulla violenza agita da padri e patrigni (995 articoli). L’obiettivo: capire come cambia la rappresentazione mediatica in funzione della vittima. E sottolineare che il modo in cui i media raccontano un femminicidio può modellare la percezione pubblica, spostare l’empatia, alterare la responsabilità morale.

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Il mito del «femminicidio altruistico»

Nei casi che riguardano donne anziane, con disabilità o non autosufficienti, i quotidiani italiani ricorrono spesso a cornici narrative che trasformano l’uomo violento in un protagonista tragico, fragile, quasi compassionevole. La parola “raptus”, uno dei più controversi escamotage retorici, compare nel 34% degli articoli che trattano questi femminicidi, contro una media nazionale intorno al 4%: quando la donna è percepita come «malata», «sofferente», «a carico», il gesto dell’uomo viene reinterpretato come un colpo di follia guidato dall’esasperazione.

La forma di violenza più citata da queste tipologie di articoli è quella domestica (69%), seguita dal femminicidio (49%) e dalle lesioni personali (44%). Nel 95% dei casi vittima e offender si conoscono, e nel 79% l’uomo appartiene al nucleo familiare; di questi, nell’87% si tratta del partner o ex partner. E quasi la metà dei pezzi (50%) attribuisce implicitamente il movente alla «prevaricazione/dominio», mentre il 15% parla apertamente di disperazione o esasperazione.

Il passo successivo è ancora più insidioso: la violenza come atto d’amore. Molti articoli parlano esplicitamente di «femminicidio altruistico»: lui che «non ce la fa più a vederla soffrire», lui che «la libera dal dolore», lui che «pone fine a un’esistenza non più degna». La sofferenza femminile, filtrata attraverso lo sguardo maschile, viene così trasformata in una sorta di giustificazione. In questa narrazione, l’attenzione si concentra sull’uomo: le sue emozioni, la sua fragilità, la fatica di assistere la moglie malata. La donna, invece, viene ridotta alla malattia che la definisce. Nel racconto, infatti, la donna spesso scompare: non più soggetto, ma cornice, definita dalla sua malattia. È proprio la sua malattia – non la violenza dell’uomo – a spiegare il resto.

Quando l’offender è il padre: la narrazione torna lucida

Il quadro cambia radicalmente - dice il rapporto - quando a commettere l’atto violento è un padre o patrigno. In questi casi, la stampa sembra improvvisamente ritrovare uno sguardo netto, privo di indulgenze: nei 995 articoli esaminati, gli uomini sono definiti «padri-padrone», «orchi», «mostri»; i fatti vengono descritti in modo diretto, crudo ed emerge chiaramente la sofferenza della vittima. Non troviamo più i frame giustificazionisti basati su raptus, disperazione, fragilità. La forma di violenza più citata è quella sessuale (45%), seguita dalle lesioni personali (31,2%) e dal femminicidio (27,2%). Nell'86% dei casi a commettere l’abuso è il padre biologico, nel 14% il patrigno. Il raptus appare solo nel 7% degli articoli. Il movente più citato è il dominio (70%). La narrazione giornalistica sembra più attenta, più severa, meno disposta a minimizzare. I quotidiani danno voce alle vittime, citano le loro testimonianze, ricostruiscono con precisione i contesti familiari violenti, senza concedere attenuanti.

Due pesi e due misure: cosa dicono davvero queste narrazioni

Il focus della più ampia ricerca dell'Osservatorio STEP che sarà presentata il 25 e il 27 novembre 20225 mostra che la rappresentazione mediatica non è neutrale, anzi: tende a riflettere e amplificare stereotipi radicati nella società. Quando la vittima è una donna fragile, malata o anziana, il racconto si sposta sul carnefice, sugli anni trascorsi insieme, sulla sofferenza dell’uomo, sul peso dell’assistenza. Si insinua – spesso senza dichiararlo – che forse, in fondo, «non poteva essere evitato». Quando invece la vittima è una figlia, una ragazza, una bambina, la cornice cambia: qui la società non è disposta a tollerare indulgenze. Il colpevole è un «mostro», non un uomo «distrutto dalla situazione». Di fatto, la violenza contro donne malate o disabili è raccontata come più comprensibile, più umana, persino più giustificabile, mentre la violenza contro figlie e minori è narrata come aberrante, intollerabile, priva di attenuanti.

Il lavoro dell'Osservatorio STEP ricorda quanto le parole che vengono usate nella narrazione della violenza siano importanti e quanto possano nascondere il rischio di normalizzare - in una cultura che tanto ha bisogno di essere cambiata - quello che normale non è: un femminicidio.

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