Nella violenza di genere la narrazione dei media cambia in funzione delle vittime
Nell'indagine dell'Osservatorio STEP l'analisi di oltre 1.100 articoli. Il mito del «femminicidio altruistico» se la donna è malata o con disabilità
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I punti chiave
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Uomini che uccidono le mogli malate o con disabilità raccontati come mariti disperati, «distrutti dal dolore», vittime anch’essi di un destino crudele. Padri e patrigni che violentano o picchiano le figlie che vengono definiti «orchi», «mostri», carnefici privi di attenuanti. Due narrazioni totalmente diverse sui media italiani, per una violenza che è la stessa. Violenza di uomini sulle donne, mogli, compagne e figlie. Due narrazioni che dimostrano quanto stereotipi, pregiudizi e bias culturali condizionino il racconto nei media italiani.
Ad accendere un faro su questo tema è l’analisi condotta dall’Osservatorio STEP dell’Università La Sapienza di Roma, guidato dalla professoressa Flaminia Saccà, che nella sua nuova ampia indagine ha esaminato 1.144 articoli di cronaca pubblicati tra il 2020 e il 2024 sulla violenza contro donne malate o con disabilità (194 articoli) e sulla violenza agita da padri e patrigni (995 articoli). L’obiettivo: capire come cambia la rappresentazione mediatica in funzione della vittima. E sottolineare che il modo in cui i media raccontano un femminicidio può modellare la percezione pubblica, spostare l’empatia, alterare la responsabilità morale.
Il mito del «femminicidio altruistico»
Nei casi che riguardano donne anziane, con disabilità o non autosufficienti, i quotidiani italiani ricorrono spesso a cornici narrative che trasformano l’uomo violento in un protagonista tragico, fragile, quasi compassionevole. La parola “raptus”, uno dei più controversi escamotage retorici, compare nel 34% degli articoli che trattano questi femminicidi, contro una media nazionale intorno al 4%: quando la donna è percepita come «malata», «sofferente», «a carico», il gesto dell’uomo viene reinterpretato come un colpo di follia guidato dall’esasperazione.
La forma di violenza più citata da queste tipologie di articoli è quella domestica (69%), seguita dal femminicidio (49%) e dalle lesioni personali (44%). Nel 95% dei casi vittima e offender si conoscono, e nel 79% l’uomo appartiene al nucleo familiare; di questi, nell’87% si tratta del partner o ex partner. E quasi la metà dei pezzi (50%) attribuisce implicitamente il movente alla «prevaricazione/dominio», mentre il 15% parla apertamente di disperazione o esasperazione.
Il passo successivo è ancora più insidioso: la violenza come atto d’amore. Molti articoli parlano esplicitamente di «femminicidio altruistico»: lui che «non ce la fa più a vederla soffrire», lui che «la libera dal dolore», lui che «pone fine a un’esistenza non più degna». La sofferenza femminile, filtrata attraverso lo sguardo maschile, viene così trasformata in una sorta di giustificazione. In questa narrazione, l’attenzione si concentra sull’uomo: le sue emozioni, la sua fragilità, la fatica di assistere la moglie malata. La donna, invece, viene ridotta alla malattia che la definisce. Nel racconto, infatti, la donna spesso scompare: non più soggetto, ma cornice, definita dalla sua malattia. È proprio la sua malattia – non la violenza dell’uomo – a spiegare il resto.



