Nella storia degli abiti la storia della società
2' di lettura
2' di lettura
Se si dice “l’abito non fa il monaco” è anche perché per secoli si è voluto pensare che davvero gli indumenti potessero (e dovessero) riflettere il carattere interiore di chi li indossava. L’ultimo libro di Giulia Calvi, specialista dell’Europa moderna e a lungo nel direttivo della Società Italiana delle Storiche, ritorna su un capitolo importante di questa illusione opprimente, di cui ancora non ci siamo liberati.
Lo fa sulla scorta di un genere letterario che fiorì nel Cinquecento, i libri di costumi, in cui la tradizione delle leggi suntuarie si innestò su quella sempre più in voga delle relazioni di viaggio, della cartografia e del collezionismo. Questi album divennero così lo specchio dell’espansione geografica e delle conquiste territoriali europee e al tempo stesso strumenti di disciplinamento proto-razzista, capaci di forgiare un immaginario in cui i corpi – nudi e vestiti – esprimevano gerarchie e valori simbolici.
Il più monumentale di queste opere si deve a un lontano cugino di Tiziano, Cesare Vecellio. Pittore, incisore e stampatore, nel 1590 diede alle stampe De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo, ricco di ben 428 illustrazioni, che divennero 503 nell’edizione successiva (1598). Tra le informazioni di seconda o terza mano cui attinse Vecellio, Calvi identifica una storia della Scandinavia e della Lapponia stilata da Olaus Magnus (1490-1557), arcivescovo cattolico di Uppsala, che ben si prestava a rappresentare gli abitanti di quelle regioni in chiave anti-protestante.
Nel dipingere le vesti di uomini e donne andaluse, Vecellio si affidò invece all’artista tedesco Christoph Weiditz. La presenza di una nutrita popolazione di moriscos (musulmani convertiti a forza al cattolicesimo) e l’abitudine anche delle donne cristiane di coprirsi il volto suscitavano particolare fascino. Calvi ammette che “non possiamo ricostruire la percezione soggettiva” di coloro che andavano velate, ma ricorda il timore, citato nella normativa con cui la pratica fu vietata, che ciò garantisse alle donne un anonimato destabilizzante dell’ordine sociale. Al di là di questo esempio permane nel libro una tensione irrisolta tra il desiderio di rintracciare in alcune immagini forme di resistenza (agency) e il dovuto insistere sull’uso delle raffigurazioni come dispositivo di governo coloniale (Bernard Cohn).
Grazie ad alcuni felici ritrovamenti presso gli archivi e le biblioteche di Firenze e di Berkeley, Calvi allarga lo sguardo agli album di costumi ottomani e giapponesi del Sei e Settecento, abbozzando un’analisi delle forme di circolazione di questo genere attraverso lingue, continenti e culture visive. Non si trattò dunque di una produzione esclusivamente europea, ma le contaminazioni reciproche, le specificità e gli adattamenti andranno ulteriormente indagati.








