Viaggi da una volta nella vita

Nella natura incontaminata della Namibia, fra ghepardi e gemme di mare

Ricalibrare lo sguardo sull’essenziale. La potenza della luce, l’orizzonte inciso fra cielo e bush, gli animali selvatici salvati dal bracconaggio e poche tracce umane.

di Barbara Sgarzi

La riserva dello Zannier Omaanda Lodge, poco lontano da Windhoek. (© pierre mouton)

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È una presenza costante, quasi fisica, che impone una disciplina: qui nulla può essere superfluo, perché tutto viene messo a nudo. È un Paese che lavora per sottrazione, riduce all’essenziale e costringe a rallentare. Le linee sono nette, gli orizzonti assoluti. Non è un’estetica accomodante, ma un linguaggio quasi severo, che richiede attenzione.

Qui, dopo il safari, ci si ferma ad ammirare il tramonto e si cena con i tavoli apparecchiati nel bush. (© BARBARA SGARZI)

DOVE GLI ALBERI SI FANNO PIETRA

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Lo capiamo muovendoci verso il primo appuntamento. Viaggiare, qui, significa entrare in un mondo in cui anche lo spostamento è parte dell’esperienza. Le distanze non sono mai neutre: si attraversano lentamente, spesso dall’alto, e servono a ricalibrare lo sguardo. Come nel volo che ci porta verso la duna di Sossusvlei, nel Parco Nazionale Namib-Naukluft, con i suoi 50mila chilometri quadrati di superficie una delle più grandi aree di conservazione al mondo, una teoria infinita di dune mobili dall’ocra al rosso, che si interrompono per incontrare l’oceano Atlantico. Niente è per caso: la parola Namib significa vasto nella lingua locale. Dall’aeroporto di Windhoek, lo stesso dove siamo atterrati all’arrivo, sorvoliamo per un’ora circa una distesa di terra rossa dall’apparenza vellutata, appena incisa dal bianco delle strade e piste e interrotta a tratti da cumuli di rocce scure, che sembra di toccare, tanto sono vicini alla carlinga dell’aereo; rari cespugli, ancora più rari alberi. L’assenza di tracce umane fa pensare alla densità abitativa del Paese, una delle più basse al mondo: due milioni di persone sparsi in una superficie di 825mila chilometri quadrati, circa tre volte l’Italia. Da lassù il deserto sembra immobile, ma basta atterrare perché tutto torni instabile, cedevole, vivo. Come gli improvvisi pendii curvilinei che si innalzano fino a 300 metri delle immense dune di sabbia ocra di Sossusvlei, uno degli spettacoli più sorprendenti al mondo, anche per chi è avvezzo ai deserti. Dopo il volo, ci si arriva con un’ora di jeep, con la luce che taglia a metà il paesaggio – il rosso della terra, il blu del cielo – per iniziare a salire in silenzio sulla duna chiamata 45, come la temperatura dell’aria quando ci arriviamo, stemperata però da un vento secco che porta sollievo. In cima, il silenzio è irreale: una foresta di neri alberi pietrificati emerge da un’antica palude salina prosciugata, con il fondo frastagliato e le crepe che brillano al sole. Tutto intorno, un oceano di onde di sabbia rossa a perdita d’occhio restituisce almeno in parte la dimensione del deserto del Namib, il più antico del mondo, con un’età stimata di 55 88 milioni di anni. Nessuno parla: a questa vista di linee rosse e blu del cielo che s’intersecano con il nero dei tronchi diventati pietra, non c’è davvero nulla da aggiungere.

TERRA D’ISPIRAZIONE CREATIVA

È in questa luce radicale che si innesta il legame della Namibia con la maison parigina di alta gioielleria Messika, che ci porta alla sua scoperta in un viaggio per celebrare vent’anni trascorsi seguendo il filo di un’altra luce purissima, quella dei diamanti. «La Namibia ha un’estetica molto pura, minimalista. È natura all’ennesima potenza, forza primigenia, ispiratrice», riassume Valérie Messika, padrona di casa insieme ai fratelli Ilan e Ben. Fondata a Parigi nel 2005 da Valérie, direttrice artistica, con il padre André Messika, storico diamond dealer, a rappresentarne la memoria tecnica e commerciale, la maison è oggi uno dei nomi più riconoscibili della gioielleria contemporanea. Oltre novanta boutique nel mondo, una sede centrale a Parigi, una struttura familiare perfettamente organizzata. E un’identità chiara: montature essenziali, pietre protagoniste, un’idea di lusso che privilegia il movimento e la precisione rispetto all’ornamento, come nella ormai iconica collezione Move. Di un’eleganza naturale, cosmopolita come tutta la famiglia e genuinamente appassionata di questi paesaggi, anche Valérie è luminosa, in continuo movimento. «La Namibia entra nelle mie collezioni non in forma figurativa, ma come atmosfera di luce, pura essenza. Ho raccolto colori, sfumature, forme di animali, che però non disegno puntualmente, ma evoco. Lavoro per sottrazione, come se questa terra la volessi distillare». Mentre chiacchieriamo, il lusso tranquillo dello Zannier Omaanda Lodge è un’oasi di calma. Architetture lineari, materiali grezzi, volumi bassi che sembrano emergere dalla terra e una cura del dettaglio maniacale, che si ritrova nelle materie prime, nel servizio puntuale, ma amichevole e nelle ampie camere con finestre spalancate sul bush, dove la luce entra a fiotti e la vasca da bagno vintage regala vibrazioni in stile La mia Africa. Ed è facile vedere passare gli animali a due passi dal vetro.

Ancora più vicini li vediamo durante il safari al tramonto. Nella riserva naturale di Omaanda, leonesse, zebre, giraffe, elefanti, rinoceronti appaiono quasi all’improvviso senza coreografie, senza inseguimenti o eccessiva enfasi. È il paesaggio a decidere la distanza, e non il desiderio di vedere tutto, subito. Immagini che si stampano nella memoria, da ripensare durante la cena nel bush, a base di piatti tipici e vini sudafricani, dove alla fine non manca mai un bicchiere di Amarula, il cremoso liquore prodotto dall’albero icona del Sud dell’Africa, quella Marula chiamata anche albero degli elefanti. Se la luce del mattino definisce i profili e quella del pomeriggio li ammorbidisce, la sera li dissolve. Al tramonto il bush cambia ritmo e una cena all’aperto diventa un gioco di chiaroscuri: fiamme basse, ombre lunghe, tavole essenziali vestite tutte di bianco. Dopo il tramonto e prima delle stelle, il cielo torna di un azzurro quasi elettrico, infinito, da togliere il fiato.

UN ECOSISTEMA DA PROTEGGERE

Una natura apparentemente così forte, che s’impone sul paesaggio. E allo stesso tempo fragile e bisognosa di protezione. «Festeggiamo ogni giorno passato senza episodi di bracconaggio. Ma, per farlo, serve un controllo costante», esordisce Rudie van Vuuren, fondatore con la moglie Marlice della Na’ankuse Foundation, della quale è direttore. Avverte di essere pronto a rispondere a ogni domanda, tranne a quella sul numero dei rinoceronti bianchi che vivono nella riserva; top secret, per poterli proteggere. Nel suo emozionante racconto, ripercorre le tappe di quella che è oggi una realtà solida della conservazione in Namibia. Nata intorno a una clinica – van Vuuren, un medico, ha sentito forte l’esigenza di dare alla popolazione San, i Boscimani, popolo indigeno del Kalahari che vive fra Sudafrica, Namibia e Botswana, cure mediche gratuite – è diventata negli anni un centro di recupero e cura di animali feriti o resi orfani dal bracconaggio. Oggi conta tre riserve naturali, un lodge nel bush, un hotel in città e una scuola per i figli di dipendenti e volontari. Grazie anche alle donazioni di numerosi sostenitori nel mondo, tra i quali Angelina Jolie, innamorata della Namibia al punto da far nascere qui la figlia Shiloh; uno dei tre Wildlife Sanctuary di Na’ankuse oggi porta il suo nome.

Bolt, uno dei due giovani ghepardi salvati nel 2016 a una settimana dalla nascita e ospitato, con il fratello Flash, dal Na’ankuse Foundation Wildlife Sanctuary, a un’ora circa dalla capitale namibiana. (© pierre mouton)

PASSEGGIARE CON I GHEPARDI

Difficile, in un viaggio così, scegliere un’attività preferita. Certo è che, a livello di emozioni, poche cose si avvicinano ad accompagnare due ghepardi nella loro passeggiata quotidiana nel bush. Prima di rendercene conto, un cancello si apre e ci troviamo a seguire, trattenendo il fiato, Bolt e Flash, due giovani maschi ospiti della riserva. Lontani dall’essere domestici, certo, ma abbastanza abituati alla presenza dell’uomo per concedersi ai nostri sguardi adoranti mentre trotterellano, giocano, s’arrampicano su un’acacia namibiana, con la loro eleganza e nonchalance felina nemmeno lontanamente scalfite da una selva di cellulari che scattano a ripetizione. «Per colpa dell’uomo sono rimasti orfani, senza poter ricevere dalla madre gli insegnamenti per sopravvivere in natura», spiega la nostra guida, mentre a turno ci accoccoliamo per una foto vicino a queste meraviglie, abbastanza vicino da sentirne le fusa. Con queste immagini negli occhi, la sciamo la Namibia, che ci ha insegnato a guardare la sua luce. E ora sarà difficile smettere di farlo.

Collier Incandescence con diamante giallo da 20 carati, dalla collezione Terres d’Instinct di alta gioielleria disegnata da Valérie Messika e ispirata ai paesaggi namibiani. (© Yoann & Marco)

GEMME DI MARE

Regali che arrivano dall’acqua. I diamanti namibiani non sono estratti dalla terra, ma recuperati dal mare, dragando la sabbia fino a 140 metri di profondità. Di origine alluvionale, trasportati dal fiume Orange fino all’oceano e modellati per migliaia di anni dalle correnti: «Solo i più resistenti sopravvivono, ed è questa selezione naturale a determinarne la qualità eccezionale, il minor scarto, il colore migliore», spiega Ilan Messika che, sulle orme del padre, lavora nella selezione e commercio delle gemme e seleziona anche le pietre per le creazioni della sorella Valérie. Diamanti etici, essenziali nello sviluppo del Paese. La Namibia Diamond Trading Company (Ndtc), joint venture tra il governo namibiano e il gruppo De Beers, supervisiona e valorizza le pietre locali. Nella sede di Windhoek seguiamo il loro viaggio, dopo aver mostrato le scarpe in entrata e in uscita, per controllare che una pietra caduta non si sia infilata nelle suole. Le gemme passano poi al laboratorio di taglio e polishing André Messika Diamonds. Se il territorio racconta la luce grezza, il taglio, in un centro di altissima tecnologia, ne mostra la trasformazione. Secondo il protocollo Sarine, ogni pietra viene sottoposta a scansioni che diventano un’impronta digitale, garantendo provenienza, qualità e tracciabilità completa, dal diamante grezzo a quello lavorato. Grazie a una mappatura 3D, gli artigiani pianificano il taglio ottimale, preservando purezza e bellezza di ogni pietra. Parallelamente, viene misurato l’impatto ambientale del processo, in particolare l’impronta di carbonio. Nelle fasi finali entrano in gioco i gemmologi che identificano, valutano e certificano ogni pietra prima dell’invio al Gia (Gemological Institute of America), dove la loro qualità è valutata secondo le famose 4C: Carat, Color, Clarity e Cut. Altrettanto importante è l’impatto sociale: nel laboratorio è stata quasi raggiunta la parità di genere; il 95 per cento di chi ci lavora è namibiano e i dipendenti detengono il 25 per cento delle quote societarie. Prima di visitarlo, vengono insegnati i rudimenti della lingua dei segni, la Lis. Per volontà di André Messika, circa la metà dei lavoratori è disabile, spesso ipoudente, ed è stato assunto un interprete Lis per facilitare la comunicazione.

Dettaglio dal tavolo di selezione, la prima scrematura dei diamanti prima dell’invio al laboratorio ANDRÉ MESSIKA DIAMONDS. (© pierre mouton)

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