Nella natura incontaminata della Namibia, fra ghepardi e gemme di mare
Ricalibrare lo sguardo sull’essenziale. La potenza della luce, l’orizzonte inciso fra cielo e bush, gli animali selvatici salvati dal bracconaggio e poche tracce umane.
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È una presenza costante, quasi fisica, che impone una disciplina: qui nulla può essere superfluo, perché tutto viene messo a nudo. È un Paese che lavora per sottrazione, riduce all’essenziale e costringe a rallentare. Le linee sono nette, gli orizzonti assoluti. Non è un’estetica accomodante, ma un linguaggio quasi severo, che richiede attenzione.
DOVE GLI ALBERI SI FANNO PIETRA
Lo capiamo muovendoci verso il primo appuntamento. Viaggiare, qui, significa entrare in un mondo in cui anche lo spostamento è parte dell’esperienza. Le distanze non sono mai neutre: si attraversano lentamente, spesso dall’alto, e servono a ricalibrare lo sguardo. Come nel volo che ci porta verso la duna di Sossusvlei, nel Parco Nazionale Namib-Naukluft, con i suoi 50mila chilometri quadrati di superficie una delle più grandi aree di conservazione al mondo, una teoria infinita di dune mobili dall’ocra al rosso, che si interrompono per incontrare l’oceano Atlantico. Niente è per caso: la parola Namib significa vasto nella lingua locale. Dall’aeroporto di Windhoek, lo stesso dove siamo atterrati all’arrivo, sorvoliamo per un’ora circa una distesa di terra rossa dall’apparenza vellutata, appena incisa dal bianco delle strade e piste e interrotta a tratti da cumuli di rocce scure, che sembra di toccare, tanto sono vicini alla carlinga dell’aereo; rari cespugli, ancora più rari alberi. L’assenza di tracce umane fa pensare alla densità abitativa del Paese, una delle più basse al mondo: due milioni di persone sparsi in una superficie di 825mila chilometri quadrati, circa tre volte l’Italia. Da lassù il deserto sembra immobile, ma basta atterrare perché tutto torni instabile, cedevole, vivo. Come gli improvvisi pendii curvilinei che si innalzano fino a 300 metri delle immense dune di sabbia ocra di Sossusvlei, uno degli spettacoli più sorprendenti al mondo, anche per chi è avvezzo ai deserti. Dopo il volo, ci si arriva con un’ora di jeep, con la luce che taglia a metà il paesaggio – il rosso della terra, il blu del cielo – per iniziare a salire in silenzio sulla duna chiamata 45, come la temperatura dell’aria quando ci arriviamo, stemperata però da un vento secco che porta sollievo. In cima, il silenzio è irreale: una foresta di neri alberi pietrificati emerge da un’antica palude salina prosciugata, con il fondo frastagliato e le crepe che brillano al sole. Tutto intorno, un oceano di onde di sabbia rossa a perdita d’occhio restituisce almeno in parte la dimensione del deserto del Namib, il più antico del mondo, con un’età stimata di 55 88 milioni di anni. Nessuno parla: a questa vista di linee rosse e blu del cielo che s’intersecano con il nero dei tronchi diventati pietra, non c’è davvero nulla da aggiungere.
TERRA D’ISPIRAZIONE CREATIVA
È in questa luce radicale che si innesta il legame della Namibia con la maison parigina di alta gioielleria Messika, che ci porta alla sua scoperta in un viaggio per celebrare vent’anni trascorsi seguendo il filo di un’altra luce purissima, quella dei diamanti. «La Namibia ha un’estetica molto pura, minimalista. È natura all’ennesima potenza, forza primigenia, ispiratrice», riassume Valérie Messika, padrona di casa insieme ai fratelli Ilan e Ben. Fondata a Parigi nel 2005 da Valérie, direttrice artistica, con il padre André Messika, storico diamond dealer, a rappresentarne la memoria tecnica e commerciale, la maison è oggi uno dei nomi più riconoscibili della gioielleria contemporanea. Oltre novanta boutique nel mondo, una sede centrale a Parigi, una struttura familiare perfettamente organizzata. E un’identità chiara: montature essenziali, pietre protagoniste, un’idea di lusso che privilegia il movimento e la precisione rispetto all’ornamento, come nella ormai iconica collezione Move. Di un’eleganza naturale, cosmopolita come tutta la famiglia e genuinamente appassionata di questi paesaggi, anche Valérie è luminosa, in continuo movimento. «La Namibia entra nelle mie collezioni non in forma figurativa, ma come atmosfera di luce, pura essenza. Ho raccolto colori, sfumature, forme di animali, che però non disegno puntualmente, ma evoco. Lavoro per sottrazione, come se questa terra la volessi distillare». Mentre chiacchieriamo, il lusso tranquillo dello Zannier Omaanda Lodge è un’oasi di calma. Architetture lineari, materiali grezzi, volumi bassi che sembrano emergere dalla terra e una cura del dettaglio maniacale, che si ritrova nelle materie prime, nel servizio puntuale, ma amichevole e nelle ampie camere con finestre spalancate sul bush, dove la luce entra a fiotti e la vasca da bagno vintage regala vibrazioni in stile La mia Africa. Ed è facile vedere passare gli animali a due passi dal vetro.










