Nella città di pietra un racconto colto e insieme popolare
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Alle porte dell’abitato, un cartello allerta il viaggiatore: «Gubbio, la più bella città medievale». Di fronte a un orgoglio così esibito, qualcuno sorride. Qualcun altro, almeno in parte, prova a dissentire. E in fretta e furia inizia a scovare nella propria memoria visiva almeno un’altra mezza dozzina di città nelle quali il Medioevo ha lasciato i segni indelebili di una bellezza grande e sorprendente. Ma Gubbio, come ama ricordare lo storico Franco Cardini, somiglia ad una bella signora che non ha fatto ricorso alla chirurgia estetica, a differenza di tanti altri affascinanti centri della penisola, percepiti nella coscienza comune come “medievali” ma che in realtà sono stati in gran parte ricostruiti, spesso con grande maestria, soltanto nella prima metà del secolo scorso.
Nella trecentesca e verticale “Città di Pietra” la storia si respira davanti a ogni portone, tra vie, slarghi e palazzi. Fino alla Piazza Grande, nel cuore dell’acropoli. Nel vasto spazio pensile sorretto da grandi arconi, si fronteggiano il Palazzo dei Consoli e il Palazzo del Comune. Lo scrittore Hermann Hesse descrisse in poche parole, ricche di emozione, lo stupore che prova ogni viaggiatore: «Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale e bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra».
Non è un caso quindi che a Gubbio il racconto dell’età medievale riviva ogni anno, alla fine dell’estate con il Festival del Medioevo, un appuntamento culturale che raduna in Umbria migliaia di appassionati provenienti da tutte le regioni d’Italia.
Non è una delle tante feste medievali in abito storico che animano ogni angolo della penisola. E nemmeno un convegno riservato solo agli studiosi. Il Festival del Medioevo (24-28 settembre 2025) mette la storia in piazza. In senso letterale. Più di cento medievisti, archeologi, scrittori, saggisti, scienziati, filosofi, architetti, storici dell’arte, giornalisti e professionisti dei beni culturali affrontano una vera e propria sfida culturale: quella di una divulgazione che unisca il rigore scientifico con la chiarezza espositiva. Una manifestazione colta e insieme popolare. Quasi una lente posata sul passato per provare a mettere a fuoco e capire meglio le grandi questioni della società contemporanea. Ma anche per scoprire con occhi nuovi un’epoca vilipesa e spesso liquidata in modo frettoloso attraverso stereotipi, frasi fatte e cliché buoni per ogni uso e in ogni occasione pubblica. Così in tv, sui giornali sul web e nelle discussioni private, impazza il luogo comune di un’epoca “oscura”, arretrata, grondante sangue, fanatismi e misteri.
Il tema scelto per l’edizione 2025 “Il viaggio. Pellegrini, viandanti, esploratori” affronta un altro cliché duro a morire: quello di un’epoca statica, immobile, rinchiusa dentro il proprio orizzonte culturale. Una infinità di fonti storiche, studi e ricerche dimostrano il contrario: il viaggio e la strada sono i veri protagonisti dell’età medievale. Un continuo movimento di merci e idee. Basta pensare alle grandi migrazioni dei popoli, alle fiere, alle corti itineranti, alle marce continue degli eserciti e alle esperienze temerarie di mercanti e esploratori. Si viaggiava in ogni stagione. Per terra e per mare. In mezzo a pericoli di ogni genere. E lo facevano tutti: pastori e pellegrini, fuorilegge e giullari, clerici vagantes e intellettuali. Nel Medioevo la vita stessa è un viaggio. Un cammino che diventa metafora dell’esistenza: dalla nascita alla morte, fino alla vita eterna. Tanto che Sant’Agostino, maestro di inquietudine, amava ricordare: «Il mondo è un libro, e coloro che non viaggiano leggono solo una pagina».

