Nel giardino del re: viaggio in Scozia alla scoperta di Dumfries House
Nella sala del camino ad ascoltare le leggende di una moderna cantastorie. Fra tremila esemplari di rose, guidati dalla giardiniera reale. È qui che nasce una collezione di gioielli ispirata alla natura.
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Questa storia ha due narratrici. La prima è una storyteller professionista: un mestiere che in Scozia ha un preciso percorso di studi e che prepara funamboli della parola, incantatori di leggende e folklore. Si chiama Beverley Bryant e la sua arte è riconosciuta come patrimonio dell’Unesco. Entra nella sala del camino di Crossbasket Castle, a Blantyre, poco lontano da Glasgow. Fuori si vedono solo muschio, boschi, e una nebbia leggera di pioggia, dentro velluti e tepore, tè e scones. Lo spettacolo comincia subito ed è tutto nell’immaginazione di chi ascolta. Beverley usa solo la voce, ma parla «occhi negli occhi e cuore a cuore», intesse miti, poesie, racconti popolari, dosa emozione e suspense, noir e fiaba. Ci porta davanti a un grande unicorno bianco, creatura magica dal potere illimitato quanto la sua libertà. S’inchina bianco, solenne, lento e da quel momento, tutto precipita: scongiuriamo l’incontro con il mostro di Loch Ness, solo per affogare negli abissi al galoppo di un kelpie, viaggiamo dentro laghi riempiti dalle lacrime di bellissime fanciulle, apriamo forzieri di perle e rubini protetti dalle sirene e seguiamo i fairies, il piccolo popolo fatato che di foglia, in corteccia, in grotta, fa di ogni angolo verde un teatro segreto. In due ore navighiamo dalle Highlands battute dal vento all’isola di Skye, camminiamo, incantati e trafelati, dalla foresta di Argyll fino a Edimburgo.
La nostra seconda storyteller è la giardiniera del re, ma prima che ci prenda per mano, dobbiamo trasferirci a Dumfries House, nell’Ayrshire, e qui divagare dentro una storia nella storia. Nel 1752, William Crichton-Dalrymple, quinto conte di Dumfries, fu nominato membro del più antico e nobile Ordine del Cardo, un privilegio che solo il re poteva conferire. Vuoi per onorare la sua investitura, vuoi per aristocratico narcisismo, vuoi per il sogno di una lunga discendenza, decise di farsi costruire una dimora all’altezza del titolo. Convocò i migliori architetti dell’epoca e per gli arredi si recò personalmente dall’ebanista Thomas Chippendale per commissionargli seggiole, mobili, librerie e un letto a baldacchino in quel suo squisito ornato rococò, un po’ orientaleggiante e un po’ gotico, venato di esotismo. Il conte morì senza il figlio che tanto desiderava e che aveva cercato inutilmente con la prima e poi con la seconda moglie. La tenuta-gioiello, circondata da più di duemila acri di verde, passò di erede in erede e di secolo in secolo, fino al 2007, quando fu messa all’asta.
Si dice che sarebbe diventata un campo da golf se non fosse intervenuto sua altezza reale, allora principe di Galles, Carlo: fu lui che salvò la casa, il parco e una delle più importanti collezioni di mobili georgiani, scozzesi e inglesi della nazione. Da quel momento, la storia di Dumfries House diventa anche la storia della monarchia inglese e soprattutto lo specchio della King’s Foundation e del suo impegno nel campo della sostenibilità e nella conservazione e trasmissione delle attività artigianali tradizionali. E qui entra in scena Melissa Simpson, la donna a cui il re ecologista affida la cura delle sue amate rose e dei suoi due luoghi del cuore, Highgrove e, appunto, Dumfries House.
«Quando il re viene in visita passa due o tre ore girando per i giardini e dando le sue indicazioni. Ha le idee molto chiare e qui tutto riflette la sua visione», racconta. «Anche il modo in cui sono disposti i filari di Delphinium!». Sono tra i fiori preferiti da Sua Maestà: spettacolari spighe di petali colorati dal blu intenso fino al viola, perfetti per questi climi. Col passo misurato e deciso della giardiniera, costeggiamo una lunga bordura, alta e compatta, che digrada dalle sfumature più tenui ai toni profondi. Mentre parla, l’head gardener stacca una foglia secca, corregge un ramo troppo inclinato, fissa con la coda dell’occhio una rete allentata e disallineata. Questo giardino sembra lo specchio dei suoi modi, un misto di ordine e naturalezza. La parata di Delphinium sull’attenti, morbidamente variopinti e mobili, parla di una cura testarda e una fiducia impavida nel fare e rifare, piantare e potare, assecondare e correggere il corso della natura. «Credetemi, con il vento che soffia da queste parti, farli rimanere dritti è il mio primo pensiero».
Le priorità non sono solo estetiche, benché «re Carlo abbia uno spiccato senso del design e dell’armonia», Dumfries promuove la biodiversità e le migliori pratiche biologiche. La distribuzione delle piante è pensata in funzione del suolo, delle temperature, dell’umidità, ma anche di api, insetti, farfalle. Ogni corolla ha la sua forma e dunque il suo impollinatore d’elezione e la disposizione delle specie tiene in considerazione le rotte di questi microscopici voli. Il sottobosco di fate e folletti invisibili di Beverley Bryant, in fondo, non è molto distante dal sottosuolo verde di Melissa Simpson dove ogni seme è una costellazione di traiettorie.








