La versione del Canada

Neil Young, McLuhan e i film di «Dune»: ma quanto Canada c’è nella cultura Usa!

Trump gioca coi dazi a Ottawa e la boutade del 51esimo stato, ma più di una volta il Canada ha conquistato gli Usa. Con musica, letteratura e cinema

di Francesco Prisco

Joni Mitchell e Neil Young, due «icone» della popular music canadese, ospiti di The Band sul palco di «The Last Waltz»

6' di lettura

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Dai la cera, togli la cera. Metti i dazi, togli i dazi. Poi mettili di nuovo, poi ancora via: ci vorrebbe il maestro Miyagi di Karate Kid per rintracciare un briciolo d’equilibrio nelle politiche commerciali di Trump nei confronti del Canada. O forse una robusta dose di litio, lo stabilizzatore dell’umore più amato dalle casalinghe disperate d’America. Ma il concetto che, tra il serio e il faceto, «The Donald» vuol far passare in fondo è semplice, semplicissimo: cari canadesi, o vi unite a noi e diventate il 51esimo degli Stati Uniti d’America o sarà guerra commerciale totale, a colpi di tariffe.

C’è dietro un po’ della dottrina del Destino manifesto, che nell’Ottocento voleva gli americani destinati a espandersi esportando i propri valori in tutto il Nuovo Mondo, un po’ del becero coro da stadio «I più forti siamo noi/ ma chi c... siete voi». C’è un po’ della spocchia di chi considera il proprio vicino di casa una specie di parente povero che, se avrà mai l’onore di essere invitato a cena, farà bene a mettersi l’abito migliore e a dare il meglio di sé. Eppure.

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Eppure la cosa che Trump non sa o finge di non sapere è che la cultura dei suoi tanto amati Stati Uniti è profondamente in debito con il Canada; che la bandiera con la foglia d’acero ha dato all’industria culturale americana alcune delle sue menti migliori; che il soft power canadese ha più di una volta conquistato gli Usa. Con la musica, il cinema, la letteratura. Guardiamoci dentro.

The Band, i «ragazzi» di Bob Dylan

Obbligatorio partire dalla popular music, il primo ambito artistico in cui gli Stati Uniti abbiano dimostrato la propria eccezionalità al mondo. C’è un solo artista musicale nella storia ad aver vinto il Nobel per la letteratura: è Bob Dylan, ebreo di Duluth, Minnesota. Ma quella che per un decennio abbondante è stata la sua band - o meglio: The Band, un po’ come se si trattasse della band per eccellenza - era per quattro quinti composta da cittadini canadesi: Rick Danko, Garth Hudson, Richard Manuel e ovviamente l’immenso Robbie Robertson. Senza di lui non avremmo, per esempio, avuto quel capolavoro che si chiama The Night they drove old Dixie Down, la più bella canzone sulla Guerra di secessione mai scritta. Scritta dal punto di vista dei sudisti, per la precisione, particolare che a tanti elettori di Trump pure dovrebbe stare a cuore.

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Un gigante chiamato Leonard Cohen

Abbiamo detto Bob Dylan, ma anche il Canada ha avuto il suo Bob Dylan: Leonard Cohen, romanziere prestato alla canzone d’autore. Anche lui ebreo, ma di Montreal, Quebec, attitudine cosmopolita, personale e politico che si fondono insieme, la fede buddista che vince su tutto. Portano la sua firma ballate struggenti come Suzanne e So Long Marianne, per non dire di Hallelujah, canzone che ormai ai matrimoni viene eseguita più spesso dell’Ave Maria di Schubert.

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Per colpa della cover di Jeff Buckley (americano) e della colonna sonora del film Shrek (americano), dove a cantarla era un altro artista canadese, Rufus Wainwright. In quanto a cover di Hallelujah, a dire il vero, c’è l’imbarazzo della scelta: ne esistono più di 180 versioni. Qualcuno, quando diedero il Nobel a Dylan, malignò che Cohen lo avrebbe meritato ancora di più. Cohen rispose difendendo l’amico americano: «Non scherziamo, il Nobel a Bob è come dare una medaglia all’Everest». Gran poeta e gran signore.

Canadesi che non ti aspetti

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Joni Mitchell, una Signora tra folk e jazz

Anche grande amatore, a dirla tutta. Tra i suoi amori, ci fu per esempio Joni Mitchell, tra le maggiori icone mondiali della canzone d’autore, nativa di Fort MacLeod, Alberta, negli anni Sessanta e Settanta organica della scena di Laurel Canyon. L’unica artista a essere passata indisturbata tra folk, rock e jazz, osannata dalla critica, amata dal pubblico e riamata da innumerevoli illustri colleghi (oltre a Cohen anche Graham Nash, David Crosby, James Taylor e Jackson Browne a stare stretti). C’è chi sostiene che, se fosse stata uomo, con la grandezza delle sue canzoni avrebbe fatto ombra a Dylan. E non ha tutti i torti. Provare Blue (1971) ed Hejira (1976) per credere.

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Old Neil Young

Il più noto e trasversale tra i musicisti canadesi di quella generazione è sicuramente Neil Young. Uno che a cavallo tra i due confini, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha fatto e disfatto: fondando band e superband (Buffalo Springfield, Crazy Horse, Crosby Stills Nash & Young), pubblicando pietre miliari (After the Gold Rush, Harvest, Rust Never Sleeps), attivandosi sul fronte politico. Quelli come Trump li conosce e li evita: contro i suprematisti bianchi in tempi non sospetti scrisse Alabama e Southern Man, contro gli anti vaccinisti - e Joe Rogan in particolare - per due anni ha tolto le sue canzoni da Spotify. Contro Trump in persona, cinque anni fa, sporse addirittura denuncia, dal momento che per la campagna elettorale si appropriò dell’inno Rockin’ in the Free World. A novembre farà 80 anni, ma non molla di un centimetro: in questi giorni ha per esempio annunciato che aprirà il suo prossimo tour europeo con un concerto gratuito in Ucraina.

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In territorio mainstream troviamo poi l’icona natalizia Michael Bublé, teen idol anni Novanta (Alanis Morrisette di Ottawa), Duemila (Avril Lavigne di Belleville, Ontario) e Duemiladieci (Justin Bieber di London, Ontario), mentre il mondo indie del Nuovo millennio deve molto agli Arcade Fire che hanno base a Montreal. Tra i bestseller pop di tutti i tempi trova domicilio Céline Dion (di Charlemagne, Quebec), mentre l’urban e l’R&B contemporaneo possono contare su Drake e The Weeknd, entrambi di Toronto. A proposito di jazz: difficile immaginare qualcosa di più autenticamente americano di Gonna Fly Now, lo strombazzante tema della colonna sonora della saga di Rocky. La scrisse l’italoamericano Bill Conti, ma a suonare la tromba c’era un certo Maynard Ferguson di Verdun, Quebec. Uno degli acutisti più prodigiosi di tutti i tempi.

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«Dune» secondo Villeneuve

Se ci spostiamo sul cinema, il Canada annovera registi tutt’altro che banali, gente del calibro di Atom Egoyan (bellissimo Il dolce domani), la buonanima di Jean-Marc Vallée (C.R.A.Z.Y. e Dallas Buyers Club i suoi must) e Jason Reitman, maestro del politicamente scorretto con commedie effervescenti come Thank you for Smoking e Juno, ma il più quotato è senza dubbio Denis Villeneuve, specialista in re-boot fantascientifici. Per dire: dopo Blade Runner 2049, per Warner Bros ha messo la firma sui due capitoli della nuova trasposizione cinematografica del ciclo di Dune, tratta dai romanzi di Frank Herbert. Anche in questo caso viene difficile immaginare qualcosa di più genuinamente americano. Considerando i tempi turbolenti che stiamo attraversando, consigliatissima è anche la tetralogia a lento rilascio di Denys Arcand (di Montreal, classe 1941) che unisce i film Il declino dell’impero americano (1986), Le invasioni barbariche (2003), L’età barbarica (2007) e La caduta dell’impero americano (2018). Si ride, si piange e il personale diventa puntualmente politico.

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La versione di Richler e quella di Trump

Terra di maestri della narrazione, il Canada ha dato i natali ai premi Nobel per la Letteratura Saul Bellow, ebreo di Lachine, Quebec, autore del monumentale Herzog, e Alice Munro, cui dobbiamo un titolo che restituisce plasticamente la situazione che stiamo attraversando: Uscirne vivi. Il più noto tra i romanzieri canadesi in Italia è senza dubbio Mordecai Richler, ancora un ebreo del Quebec (di Montreal, per la precisione) che ci ha regalato perle di tagliente ironia come La versione di Barney e il sottovalutato Solomon Gursky è stato qui.

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I canadesi ci hanno poi aiutato a comprendere meglio questo pazzo, pazzo mondo: prendete Marshall McLuhan, il sociologo de La galassia Gutenberg e Gli strumenti del comunicare, il primo a studiare in maniera organica l’impatto sull’uomo dei mass media, l’inventore di espressioni fondamentali come «villaggio globale», uno così pop da ritrovarsi reclutato da Woody Allen per un cameo in Io e Annie. Uno che aveva già intuito le dinamiche del fenomeno Trump pur essendo morto 37 anni prima che si insediasse alla Casa Bianca per il primo mandato. Ma forse a Trump stanno più a cuore altri di lui concittadini. Tipo John Tenta, un cattivone di 209 chili per un metro e 96 di altezza, nome di battaglia Terremoto Canadese. Perché in fondo anche il wrestling è a suo modo cultura.

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