Neil Young, McLuhan e i film di «Dune»: ma quanto Canada c’è nella cultura Usa!
Trump gioca coi dazi a Ottawa e la boutade del 51esimo stato, ma più di una volta il Canada ha conquistato gli Usa. Con musica, letteratura e cinema
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Dai la cera, togli la cera. Metti i dazi, togli i dazi. Poi mettili di nuovo, poi ancora via: ci vorrebbe il maestro Miyagi di Karate Kid per rintracciare un briciolo d’equilibrio nelle politiche commerciali di Trump nei confronti del Canada. O forse una robusta dose di litio, lo stabilizzatore dell’umore più amato dalle casalinghe disperate d’America. Ma il concetto che, tra il serio e il faceto, «The Donald» vuol far passare in fondo è semplice, semplicissimo: cari canadesi, o vi unite a noi e diventate il 51esimo degli Stati Uniti d’America o sarà guerra commerciale totale, a colpi di tariffe.
C’è dietro un po’ della dottrina del Destino manifesto, che nell’Ottocento voleva gli americani destinati a espandersi esportando i propri valori in tutto il Nuovo Mondo, un po’ del becero coro da stadio «I più forti siamo noi/ ma chi c... siete voi». C’è un po’ della spocchia di chi considera il proprio vicino di casa una specie di parente povero che, se avrà mai l’onore di essere invitato a cena, farà bene a mettersi l’abito migliore e a dare il meglio di sé. Eppure.
Eppure la cosa che Trump non sa o finge di non sapere è che la cultura dei suoi tanto amati Stati Uniti è profondamente in debito con il Canada; che la bandiera con la foglia d’acero ha dato all’industria culturale americana alcune delle sue menti migliori; che il soft power canadese ha più di una volta conquistato gli Usa. Con la musica, il cinema, la letteratura. Guardiamoci dentro.
The Band, i «ragazzi» di Bob Dylan
Obbligatorio partire dalla popular music, il primo ambito artistico in cui gli Stati Uniti abbiano dimostrato la propria eccezionalità al mondo. C’è un solo artista musicale nella storia ad aver vinto il Nobel per la letteratura: è Bob Dylan, ebreo di Duluth, Minnesota. Ma quella che per un decennio abbondante è stata la sua band - o meglio: The Band, un po’ come se si trattasse della band per eccellenza - era per quattro quinti composta da cittadini canadesi: Rick Danko, Garth Hudson, Richard Manuel e ovviamente l’immenso Robbie Robertson. Senza di lui non avremmo, per esempio, avuto quel capolavoro che si chiama The Night they drove old Dixie Down, la più bella canzone sulla Guerra di secessione mai scritta. Scritta dal punto di vista dei sudisti, per la precisione, particolare che a tanti elettori di Trump pure dovrebbe stare a cuore.
Un gigante chiamato Leonard Cohen
Abbiamo detto Bob Dylan, ma anche il Canada ha avuto il suo Bob Dylan: Leonard Cohen, romanziere prestato alla canzone d’autore. Anche lui ebreo, ma di Montreal, Quebec, attitudine cosmopolita, personale e politico che si fondono insieme, la fede buddista che vince su tutto. Portano la sua firma ballate struggenti come Suzanne e So Long Marianne, per non dire di Hallelujah, canzone che ormai ai matrimoni viene eseguita più spesso dell’Ave Maria di Schubert.








