Muti, il corifeo che unisce voci e amicizie
Le vie dei canti. Il maestro, pontiere tra culture diverse, dirige il 1° e 2 giugno compagini corali da tutta l’Italia in tre pagine verdiane. Spazio poi ai repertori liturgici, laici e al rock dei Pink Floyd
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Spetta a una manifestazione in grande stile il compito di rendere esplicito, anzi inequivocabile, il messaggio morale e artistico di questa XXXVI edizione del Ravenna Festival. Irradia infatti un intenso fascio di luce sull’intero programma la due giorni collocata in apertura dal titolo Cantare amantis est, viaggio nella coralità affidato alla guida sicura di Riccardo Muti. Il 1° e 2 giugno sono convocate al Pala de André di Ravenna compagini corali dall’intera Penisola che il Maestro dirigerà in una serie di sessioni di prove aperte al pubblico. Il progetto, curato da Anna Leonardi e Michele Marco Rossi, saluta l’approdo a Ravenna del “Viaggio dell’Amicizia”, prosecuzione della preziosa esperienza itinerante delle “Vie dell’Amicizia” che Muti ha ostinatamente portato, per oltre un quarto di secolo (fin dal 1997), da Sarajevo a New York, da Gerusalemme a Kiev, come richiamo costante e vibrante della risonanza musicale a una fratellanza universale il cui bisogno non accenna purtroppo a declinare. Iniziativa che assume il valore di «una chiamata, un appello rivolto a tutte e a tutti».
Da sempre pontiere tra culture diverse, «in questo momento drammatico, in cui il mondo è una polveriera accesa», Muti è convinto che «cantare e far musica insieme sia l’esempio più vivo di una società che attraverso l’armonia e la bellezza tende al bene comune»; infatti, proprio «il canto è espressione della nostra anima e delle differenze che abitano in ognuno di noi». Il titolo stesso della manifestazione viene da lontano. Ha attraversato oltre 1600 anni di cultura occidentale l’intuizione di Sant’Agostino che “il canto è proprio di coloro che amano”, manifestazione spontanea e naturale dell’amore. Osservazione che, parallela a quella per cui chi canta prega due volte (bis orat qui cantat), testimonia la profondità della ricerca di Agostino d’Ippona attorno all’esperienza musicale, individuata come via privilegiata all’interiorità.
Un progetto popolare incentrato sul coro non poteva – non soltanto perché la direzione è affidata a un verdiano doc – se non riferirsi a Giuseppe Verdi, l’operista che forse più di qualsiasi altro alla compagine corale ha dedicato cura costante e invenzione formidabile. Quanti capolavori di Mozart o di Rossini possono contare cori tanto memorabili quanto quelli verdiani? Tre di questi, non a caso tra i più risonanti di implicazioni politiche universali, saranno la materia su cui si accorderanno le voci dei tanti cori amatoriali e professionali, voci di esperti e di principianti, di qualsiasi età e tessitura (sono già oltre 2000 le adesioni), che converranno a Ravenna per intonare insieme il “Va’ pensiero” dal Nabucco, “Patria oppressa!” dal Macbeth e “Jerusalem!... Jerusalem!” dai Lombardi alla prima crociata.
La due giorni Cantare amantis est non esaurisce peraltro la presenza della coralità, protagonista in diversi altri appuntamenti da segnarsi in agenda. Il Festival celebra i 500 anni dalla nascita di Giovanni Pierluigi da Palestrina in quelle sedi mozzafiato che sono le basiliche ravennati, tra cui quelle bizantine Patrimonio Unesco. Dopo essersi fatti ascoltare a Sant’Apollinare in Classe all’interno della liturgia in un progetto speciale per quest’anno giubilare, i Tallis Scholars diretti da Peter Phillips intrecciano le voci del Palestrina e di Arvo Pärt (il maestro estone farà novant’anni a settembre) a San Vitale, dove l’Ensemble vocale Odhecaton guidato da Paolo Da Col proporrà invece, a specchio, il princeps musicae e il contrappunto più moderno (ma sempre osservato) di Alessandro Scarlatti, dopo aver accompagnato con la Missa Papae Marcelli la liturgia, sempre di Sant’Apollinare in Classe, la più antica basilica giubilare cittadina; se si considera anche l’apporto del Gruppo Vocale Heinrich Schütz diretto da Roberto Bonato, risulteranno così presidiate tutte le principali feste (Ascensione, Pentecoste e Trinità) del periodo liturgico.
La coralità contribuisce anche a due racconti sacri, biblici entrambi ma ben distanti per genesi. Il capolavoro oratoriale di Dietrich Buxtehude Membra Jesu Nostri (1680) risuonerà nella Basilica di Sant’Agata Maggiore affidato al Coro & Ensemble 1685 del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Ravenna diretti da Antonio Greco, con visual project di docenti e allievi dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna. È invece una novità assoluta, commissione del Festival, la sacra rappresentazione Rut in programma alla Basilica di San Giovanni Evangelista, musica di Marianna Acito su libretto di Francesca Masi: i solisti Laura Zecchini, Daniela Pini e Angelo Testori, l’ensemble La Corelli e il Gruppo Vocale Heinrich Schütz saranno diretti da Mattia Dattolo. Un’eco di questa coralità oratoriale si prolungherà fino a novembre, quando Ottavio Dantone eseguirà, alla testa dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e del Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini” preparato da Lorenzo Donati, il Messiah di Handel.


