Cultura e digitale

Museo del Risorgimento, un manifesto per l’AI

Il direttore Bollo: «Gli istituti culturali hanno il compito di allenare e stimolare al pensiero critico da applicare alla complessità del presente»

di Simone Arcagni

Torino. Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano Foto Politecnico di Torino

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C’è un momento in cui l’intelligenza artificiale smette di essere futuro e diventa pratica ordinaria: una didascalia generata più rapidamente, un archivio interrogato meglio, una visita ripensata per diversi gradi di accessibilità. È così che la tecnologia entra davvero in una struttura culturale come un museo. Non come ornamento. Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano affronta questo passaggio con un Manifesto per l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, primo documento etico dedicato all’AI adottato da un museo in Italia.

La cultura è verifica, interpretazione, scelta

Il Manifesto, che nasce in collaborazione con Sineglossa e Scuola Nazionale del Patrimonio e delle Attività Culturali, non è un regolamento difensivo, né una celebrazione dell’innovazione bensì una mappa di orientamento, nove punti per dire che l’AI può trovare domicilio nei musei senza sostituire giudizio, competenza e responsabilità.

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 L’intelligenza artificiale viene indicata come supporto alla ricerca, alla progettazione, alla comunicazione, alla gestione dei dati e alla redazione di contenuti, mai come delega. In un tempo in cui l’automazione promette efficienza, il museo ricorda che la cultura è verifica, interpretazione, scelta. Secondo Alessandro Bollo, direttore del Museo, «dopo il Covid-19 tra gli addetti ai lavori si è fatta strada una diffusa consapevolezza dell’importanza delle tecnologie digitali nel produrre maggiori impatti e crescente rilevanza sociale e culturale».

Ma questa consapevolezza è rimasta spesso incompiuta, l’uso delle tecnologie è stato passivo e reattivo, senza una reale capacità di metterne a fuoco potenzialità e limiti. Il punto decisivo non è l’acquisto di strumenti, ma la costruzione di competenze. Non basta usare l’AI, bisogna saperla interrogare, capire come funzionano i modelli, quali dati mobilitano, quali bias possono riprodurre e quali responsabilità attivano.

Bollo: «Stimolare il pensiero critico»

 In fin dei conti, ricorda Bollo, «gli istituti culturali hanno per mandato quello di allenare e stimolare al pensiero critico da applicare alla complessità del presente». L’AI literacy diventa così una alfabetizzazione istituzionale. Bollo osserva che nei musei convivono oggi atteggiamenti contraddittori, alcuni si sono lanciati nella sperimentazione «con curiosità e slancio, talvolta in modo istintivo e non sempre sufficientemente ponderato. È già accaduto con Second Life, metaverso, Nft… entusiasmi improvvisi, seguiti da rapide disillusioni».

In altri casi sono prevalsi «spaesamento e incertezza nel tentativo di cercare di allineare i tempi dell’evoluzione tecnologica (sempre più veloci) con quelli del cambiamento delle istituzioni che dovrebbero sempre rimanere ancorate a una visione human centric». È questo scarto di velocità a rendere urgente il Manifesto. L’AI non entra nei musei solo come strumento di comunicazione o marketing. Si insinua negli archivi, nella catalogazione, nelle banche dati, nella produzione di contenuti, nella relazione con i visitatori. Tocca il modo in cui il passato viene ordinato, raccontato, reso accessibile, trasformato in esperienza pubblica.

Museo come luogo di conoscenza aumentata

Per questo il documento insiste su temi come accuratezza, verifica, deontologia professionale, privacy, sicurezza delle piattaforme, trasparenza. Ogni contenuto generato o assistito dall’intelligenza artificiale deve rientrare in una catena di controllo umano, e quindi all’interno di una cornice scientifica e di una struttura editoriale. L’AI può ampliare accessi, costruire mediazioni personalizzate, rendere interrogabili patrimoni complessi. Può aiutare il museo a diventare ambiente di conoscenza aumentata, a condizione a condizione di evitare la piatta semplificazione o la sostituzione della relazione diretta con le opere. E per quanto riguarda le competenze? Per Bollo il sistema museale ha bisogno di professionalità capaci di attraversare e sovraintendere tutti gli ambiti con cui un museo si deve confrontare, dalla comunicazione alla conservazione fino alla produzione di contenuti, accessibilità e trasferimento della conoscenza. Ma servono «leadership capaci di interpretare il cambiamento come un vettore di opportunità affrontandolo con visione critica e strategica, problematizzandone le sfide e trasformandole esse stesse in materia di riflessione e di animazione del discorso culturale pubblico».

Per il Manifesto l’AI deve essere una scelta ponderata. Sperimentare, ma sapendo perché. Innovare, avendo ben presente per chi. Automatizzare, dove serve. Il museo del futuro non sarà quello che userà più AI, ma quello che saprà darle un senso. Non quello che inseguirà ogni moda tecnologica, ma quello che trasformerà la tecnologia in domanda culturale. Perché il compito del museo, oggi, non è solo conservare il passato, è progettare le condizioni perché continui a essere verificabile, discutibile e soprattutto condiviso. Anche nell’epoca degli algoritmi

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