Munari, Mannucci e la Fulvia 14: una leggenda da conservare pura
Cinquant’anni fa, con la Lancia Fulvia HF numero 14, i due campioni firmavano una delle più incredibili imprese nella storia dell’automobilismo
di Mattia Losi
5' di lettura
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Nella vita ci sono cose facili e difficili, cose che si possono fare e altre che sono impossibili, sogni che si realizzano oppure che sono destinati a rimanere tali, refrattari al trascorrere inesorabile del tempo. Alla partenza del Montecarlo 1972, all’ombra della grande Cattedrale di Almeria, Sandro Munari e Mario Mannucci erano considerati vittime sacrificali sull’altare delle Alpine padrone di casa: destinate, o per meglio dire predestinate, a contendersi la vittoria finale nella competizione più importante del rallysmo mondiale. Poco lo spazio concesso ad altri: forse alle potentissime Porsche, non di certo a quella coppia di italiani ricchi di talento ma evidentemente penalizzati da una macchina troppo vecchia, troppo pesante e troppo poco potente.
La possibilità di una loro vittoria con quella piccola Fulvia HF rossa e nera, con il numero 14 sulle portiere, era semplicemente catalogata tra le cose impossibili da fare e tra i sogni destinati a rimanere tali. Mai e poi mai il suo muso, con la scritta Lancia-Italia sul cofano, avrebbe potuto arrivare per primo sul lungomare del Principato di Monaco. La passerella d’onore sarebbe stata certamente riservata all’Invincibile armata, come era stata ribattezzata la Squadra ufficiale delle Alpine.
Sandro e Mario si erano ritrovati con accanto gli avversari più pericolosi già alla partenza: Andruet-Pagani, Andersson-Davenport, Darniche-Mahe. Il Rally di Montecarlo partiva dalle più disparate città: Almeria, Atene, Francoforte, Glasgow, Lisbona, Marrakech, Montecarlo, Oslo, Reims e Varsavia. Ma gli equipaggi più forti della casa francese avevano scelto, proprio come Sandro e Mario, Almeria. E adesso bisognava fare i conti con loro fin dal lunghissimo percorso di avvicinamento: quasi 3.500 chilometri da volare tutti d’un fiato per arrivare al percorso finale che avrebbe deciso la classifica e incoronato i Re del Monte. Anche quella non sarebbe stata una passeggiata, con oltre 2.000 chilometri complessivi scanditi da 32 frazioni e 15 prove speciali cronometrate.
Quello che i francesi non sapevano era che Sandro e Mario, soprannominati Il Drago e Il Maestro (e già questo avrebbe dovuto metterli in allarme) non avevano alcuna intenzione di fare da comprimari. Avevano preparato quel Montecarlo fin dai minimi particolari, con un lavoro iniziato a tavolino molto prima di presentarsi ad Almeria: gomme, motore, carburatori, strategia di gara, assistenza, nulla era stato lasciato al caso. La vecchia Fulvia era sempre vecchia, ma era la migliore che fosse mai partita per una competizione di quel livello: indistruttibile, inarrestabile. Che ci provassero gli altri a tenere il suo ritmo, se ne erano capaci, perché Sandro e Mario non avrebbero mollato nemmeno per un millimetro.
E Sandro e Mario non mollarono, mai: volarono nelle prove di velocità pura, contrastando metro su metro le Porsche che avevano il doppio dei cavalli. Passarono come un raggio di luce nella bufera di neve sul Burzet, bucando il muro bianco che tentava invano di fermarli e lasciandosi tutti alle spalle. Chi racconta il Montecarlo del 1972 come una sorta di miracolo, o peggio come un colpo di fortuna, dimentica che Sandro e Mario sono rimasti in testa alla classifica generale più di chiunque altro.








