Munari e Mannucci sbancano il Montecarlo del 1972 e la Fulvia diventa leggenda
Contro ogni pronostico arriva un successo che obbliga la Fiat, per le forti richieste dei clienti, a riaprire le linee di produzione del modello
di Mattia Losi
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All’inizio di quel lontano 1972 c’era parecchio nervosismo, ai piani alti della Fiat. Una decisione andava presa, e molto in fretta, perché le lettere con cui si comunicava ai dipendenti la decisione di chiudere le linee di montaggio della Fulvia erano già state spedite: cassa integrazione, fino a tempi migliori. Che però erano arrivati, improvvisi e inattesi, all’alba del 28 gennaio quando Sandro Munari e Mario Mannucci, la coppia regina del rallysmo italiano, avevano sbancato il Montecarlo e portato la vecchia Fulvia HF 1.6 in cima alla classifica finale, contro tutti i pronostici.
Dal giorno successivo gli ordini avevano iniziato ad arrivare come un fiume in piena. Tutti volevano una Fulvia. E tutti l’avrebbero avuta, perché la Fiat cambiò i suoi piani e riaprì le linee di produzione: dalla cassa integrazione si passò, come per incanto, a cinque anni di lavoro garantito . E la leggenda della Fulvia non avrebbe più avuto fine.
Sandro Munari, Il Drago, è orgoglioso di questo risultato, anche più di quanto lo sia stato della vittoria nel Rally dei Rally, una sorta di campionato del mondo in gara singola. Perché l’aver ridato lavoro e speranza a centinaia di famiglie per lui ha sempre avuto più valore di una coppa. Certo, di Montecarlo ne avrebbe vinti altri, negli anni successivi, aggiungendo al primo successo una fantastica tripletta al volante della Stratos. Ma quello del 1972 è sempre stato considerato da tutti, a pieno titolo, la più grande impresa mai compiuta nella storia dei rally.
Mario Mannucci era il logico completamento di una coppia irripetibile: il miglior navigatore, messo a fianco del miglior pilota. Il Drago e Il Maestro: per chi mai avesse avuto dubbi sulla qualità di quei due fenomeni, i soprannomi dicevano tutto. Eppure anche due fenomeni come loro, con una macchina ormai arrivata al culmine di ogni possibile sviluppo, pesante e con pochi cavalli a disposizione, nulla potevano contro le rivali destinate alla vittoria finale: le Porsche e le Alpine. Che negli abitacoli mettevano a loro volta fior di campioni: Waldeggard - Thorszelius, Larrousse - Perramond, Therier - Roure, Darniche - Mahe, Andersson - Davenport, Andruet - Pagani.
Su quella fantastica impresa sono stati versati fiumi di inchiostro: si è parlato di miracolo, ma la verità è diversa. La vittoria non è stata né un miracolo, né un colpo di fortuna come ha sostenuto qualcuno, soprattutto in Francia. Quello del 1972 è stato un trionfo costruito curando con attenzione i più piccoli particolari, a partire dalla fase di preparazione.


