L’emergenza

Mpox, l’Africa ha bisogno di 10 milioni di vaccini entro il 2025. La Ue ne donerà (forse) il 5%

L’autorità sanitaria del Continente stima un fabbisogno crescente di dosi per arginare l’emergenza. Le donazioni in arrivo da Bruxelles e altri partner occidentali sono modeste

di Alberto Magnani (Sole 24 Ore, Italia), György Folk (EUrologus / HVG, Ungheria ) . Contributo di Ieva Kniukštienė (Delfi)

FILE PHOTO: Doses of Bavarian Nordic's Imvanex vaccine, used to protect against mpox virus, at the Edison municipal vaccination centre in Paris, France July 27, 2022. Alain Jocard/Pool via REUTERS/File Photo

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Il déjà-vu più inevitabile è con la pandemia di Covid: l’appello per i vaccini dei governi africani, i ritardi di quelli occidentali e la ritrosia sulla liberalizzazione dei brevetti. All’epoca l’«egoismo» imputato a Bruxelles e Washington aveva aperto una frattura con i leader del Continente, culminato nelle scintille del vertice fra Unione europea e Unione africana a fine 2022. Ora lo scenario rischia di replicarsi con l’epidemia di Monkeypox, il vaiolo delle scimmie che è tornato a propagarsi a maggiore intensità nel 2024 “grazie” alla propulsione di Clade 1: un ceppo del virus più contagioso e letale del Clade 2 che aveva dominato l’epidemia del 2022. Ue e Usa sono stati fra i primi attori ad attivarsi nella consegna di dosi, ma i quantitativi consegnati - e promessi - sono una frazione minima rispetto a portata dell’emergenza e fabbisogno di farmaci.

Secondo il bollettino del 10 settembre dell’Africa center for disease control and prevention, l’agenzia sanitaria dell’Unione africana, nel Continente si sono registrati oltre 24mila casi sospetti di Mpox dall’inizio del 2024, con 5.549 contagi confermati e 643 vittime in 14 Paesi del Continente: Burundi, Camerun, Costa d’Avorio, Congo Brazzaville, Gabon, Guinea, Kenya, Liberia, Nigeria, Rwanda, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sudafrica, Uganda. Nella sola Repubblica democratica del Congo si sono registrati da inizio 2023 oltre 27mila casi e 1.300 decessi accertati, l’epicentro di una crisi che è stata classificata come emergenza globale dell’Organizzazione mondiale sanitaria. L’Africa Cdc stima un fabbisogno di «almeno» 10 milioni di dosi entro il 2025 per arginare la proliferazione del virus, in vista di una campagna di somministrazioni che si aprirà nelle Repubblica democratica del Congo il 2 ottobre.

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L’apporto dei partner occidentali si ferma, per ora, su valori più modesti: gli Usa hanno consegnato circa 60mila dosi a Nigeria e Repubblica democratica del Congo, il Canada ne ha promesse 200mila, la Ue ha donato ed effettuato il recapito di una prima quota di altre 200mila dosi in due tranche. Bruxelles ha annunciato complessivamente circa mezzo milione di dosi a beneficio dei governi africani fra acquisti della Commissione e Stati singoli, ma non è chiaro quando verranno eseguite le consegne. Al suo massimo, le donazioni annunciate da Bruxelles inciderebbero su circa il 19% dei 3 milioni di dosi necessarie alla sola Repubblica democratica del Congo e sul 5% dei 10 milioni ambiti su scala africana entro l’anno prossimo.

La dotazione vaccinale di Bruxelles e le dosi per l’Africa

Nel 2022, ai tempi della prima emergenza Mpox, Bruxelles si era già attrezzata per scorte vaccinali adeguata alla protezione dei suoi cittadini. La Health Preparedness and Response Authority (Hera), il servizio sanitario della Commissione europea, si è assicurata un contratto con l’azienda danese Bavarian Nordic per la fornitura di due milioni di dosi del suo vaccino MVA-BN fra 2023 e 2024.

In una nota, l’esecutivo comunitario ha sottolineato che il suo impegno si è poi «ulteriormente esteso» all’assistenza dell’Africa Cdc nel contrasto all’emergenza. Il vaccino MVA-BN, conosciuto col nome commerciale di Jynneos, è classificato come quello che può offrire la «miglior protezione» agli occhi delle autorità sanitarie statunitensi ed è l’unico ad aver incassato il via libera sia dalla Food and Drug Administration (Fda) che dall’European Medicines Agency (Ema). Uno studio pubblicato di recente dal British Medical Journal, una rivista scientifica, ne attesta il grado di efficacia al 58%.

La giapponese KM Biologics produce il LC16, già commerciato su scala internazionale ma autorizzato solo da Tokyo e «in via emergenziale» dalla stessa Repubblica democratica del Congo. Il terzo è ACAM200, prodotto dalla multinazionale del Maryland Emergent Biosolutions e autorizzato solo dalla Fda statunitense. L’Africa Cdc e la Bavarian Nordic hanno raggiunto un’intesa per irrobustire le capacità vaccinali del Continente, con l’impegno dell’azienda a fornire a due milioni di dosi entro l’anno prossimo e a favorire il trasferimento delle capacità manifatturiere nei Paesi africani. Nell’attesa, la campagna vaccinale è appesa alla collaborazione di economie ricche come quella della (e nella) Ue.

Nel complesso Bruxelles ha dichiarato di aver messo sul piatto un totale di 566.500 dosi del farmaco a beneficio dei Paesi africani, spartite fra circa 215mila vaccini «donati» dalla Commissione europea e una qu0ta di 351.500 vaccini in arrivo da Paesi Ue, in risposta all’appello lanciato dalla c0mmissaria alla Salute Stella Kyriakides. In una lettera, la commissaria ha chiesto ai ministri di collaborare alla campagna di approvvigionamento delle dosi di vaccino.

«La Commissione europea ha ordinato e pagato 200mila dosi iniziali di vaccino, ma non ha intenzione di acquistare ulteriori capacità di riserva in quanto è a carico degli Stati membri» fa sapere un portavoce della Commissione europea responsabile per le questioni relative ai vaccini, aggiungendo che la Ue si è sobbarcata «10mila trattamenti Mpox per coloro che hanno già contratto il virus». Al tempo stesso, ricorda il portavoce, la «sanità è principalmente di competenza degli Stati membri, la Commissione ha poca voce in capitolo nel campo dei vaccini, al di là del coordinamento e della condivisione delle informazioni, come è avvenuto anche durante l’epidemia di Covid».

Da qui l’esortazione di Kyriakides e le prime risposte dei Paesi europei allo sforzo di donazione. Bruxelles non specifica nella sua nota le quote previste dai singoli Stati membri, ma il pacchetto di oltre 350mila vaccini “offerti” dagli Stati membri è costituito dalle dosi provenienti da un totale di 9 Stati membri su 27: Francia, Germania, Spagna, Malta, Portogallo, Lussemburgo, Croazia, Austria e Polonia. La maggioranza dello stock sembra riconducibile a Francia, Germania e Spagna: Parigi e Berlino hanno annunciato l’equivalente di circa 100mila dosi ciascuna, Madrid si era spinta a parlare di un blocco di 500mila vaccini, ma non è chiaro in quali tempi possano essere recapitati e se rientrino nel perimetro delle donazioni comunitarie. Altri governi, come quelli di Paesi Bassi e Lituania, sono in possesso di scorte ma hanno deciso di astenersi dalla donazione.

Lo (scarso) coordinamento e l’ostacolo del prezzo

La riluttanza esibita da alcuni governi europei è tutt’altro che isolata, anche fra partner che vanterebbero riserve ben maggiori di quelle vantate su scala europea o fra i singoli Stati membri. Il Giappone sta discutendo una donazione dai 2 ai 3 milioni di dosi del “suo” L 16, a fronte di una dotazione complessiva stimata da Reuters a 200 milioni di dosi. Il Canada ha acconsentito a circa 200mila dosi su totale di due milioni, sempre secondo la ricostruzione dell’agenzia britannica. Gli Usa non hanno divulgato le forniture attuali, ma si parla di circa 100 milioni di dosi del solo vaccino Emergent BioSolutions in aggiunta alle scorte - imprecisate - di Bavarian Nordic. Secondo Think Global Health, un centro studi che mappa la distribuzione del farmaco, l’esito è un bilancio totale che oscilla fra i 2,7 milioni ai 3,7 milioni circa di dosi «promesse» ai governi africani. Dall’Africa Cdc arriva una conferma della stima.

Il quantitativo potrebbe crescere ancora con gli ultimi obiettivi pubblicizzati dalla stessa Bavarian Nordic. L’azienda ha comunicato in una nota l’intenzione di aumentare la sua fornitura ad almeno «13 milioni di dosi entro il 2025», con due milioni di dosi attese già entro l’anno in corso. In caso del via libera delle autorità regolatorie ad altre «misure», la società pronostica rialzi produttivi fino a picchi di 50 milioni di dosi.

La portata dell’exploit si ridimensiona di fronte a uno degli ostacoli maggiori, il prezzo. Anche se Bavarian ha parlato di un accesso «equo» al farmaco, i suoi costi di mercato vengono ritenuti inaccessibili a buona parte dei governi subsahariani. Secondo le stime diffuse dall’agenzia di stampa Bloomberg, il prezzo per dose potrebbe oscillare fra i 100 e i 140 dollari circa a dose: un’asticella di che ne rende l’acquisto «equo» solo o soprattutto per le economie ad alto reddito. Le stesse che ne sono già in possesso delle dosi e dovrebbero, o potrebbero, condividerle con quelle subsahariane.

*Questo articolo rientra nel progetto Pulse ed è stato scritto da Alberto Magnani (Sole 24 Ore, Italia), György Folk (EUrologus / HVG), Lithuania. Contributo di Ieva Kniukštienė (Delfi)

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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