L’addio di Cingolani: «Nato difficile da smantellare, ma l’Europa si rafforzi»
di Celestina Dominelli
di Alberto Magnani (Sole 24 Ore, Italia), György Folk (EUrologus / HVG, Ungheria ) . Contributo di Ieva Kniukštienė (Delfi)
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Il déjà-vu più inevitabile è con la pandemia di Covid: l’appello per i vaccini dei governi africani, i ritardi di quelli occidentali e la ritrosia sulla liberalizzazione dei brevetti. All’epoca l’«egoismo» imputato a Bruxelles e Washington aveva aperto una frattura con i leader del Continente, culminato nelle scintille del vertice fra Unione europea e Unione africana a fine 2022. Ora lo scenario rischia di replicarsi con l’epidemia di Monkeypox, il vaiolo delle scimmie che è tornato a propagarsi a maggiore intensità nel 2024 “grazie” alla propulsione di Clade 1: un ceppo del virus più contagioso e letale del Clade 2 che aveva dominato l’epidemia del 2022. Ue e Usa sono stati fra i primi attori ad attivarsi nella consegna di dosi, ma i quantitativi consegnati - e promessi - sono una frazione minima rispetto a portata dell’emergenza e fabbisogno di farmaci.
Secondo il bollettino del 10 settembre dell’Africa center for disease control and prevention, l’agenzia sanitaria dell’Unione africana, nel Continente si sono registrati oltre 24mila casi sospetti di Mpox dall’inizio del 2024, con 5.549 contagi confermati e 643 vittime in 14 Paesi del Continente: Burundi, Camerun, Costa d’Avorio, Congo Brazzaville, Gabon, Guinea, Kenya, Liberia, Nigeria, Rwanda, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sudafrica, Uganda. Nella sola Repubblica democratica del Congo si sono registrati da inizio 2023 oltre 27mila casi e 1.300 decessi accertati, l’epicentro di una crisi che è stata classificata come emergenza globale dell’Organizzazione mondiale sanitaria. L’Africa Cdc stima un fabbisogno di «almeno» 10 milioni di dosi entro il 2025 per arginare la proliferazione del virus, in vista di una campagna di somministrazioni che si aprirà nelle Repubblica democratica del Congo il 2 ottobre.
L’apporto dei partner occidentali si ferma, per ora, su valori più modesti: gli Usa hanno consegnato circa 60mila dosi a Nigeria e Repubblica democratica del Congo, il Canada ne ha promesse 200mila, la Ue ha donato ed effettuato il recapito di una prima quota di altre 200mila dosi in due tranche. Bruxelles ha annunciato complessivamente circa mezzo milione di dosi a beneficio dei governi africani fra acquisti della Commissione e Stati singoli, ma non è chiaro quando verranno eseguite le consegne. Al suo massimo, le donazioni annunciate da Bruxelles inciderebbero su circa il 19% dei 3 milioni di dosi necessarie alla sola Repubblica democratica del Congo e sul 5% dei 10 milioni ambiti su scala africana entro l’anno prossimo.
Nel 2022, ai tempi della prima emergenza Mpox, Bruxelles si era già attrezzata per scorte vaccinali adeguata alla protezione dei suoi cittadini. La Health Preparedness and Response Authority (Hera), il servizio sanitario della Commissione europea, si è assicurata un contratto con l’azienda danese Bavarian Nordic per la fornitura di due milioni di dosi del suo vaccino MVA-BN fra 2023 e 2024.
In una nota, l’esecutivo comunitario ha sottolineato che il suo impegno si è poi «ulteriormente esteso» all’assistenza dell’Africa Cdc nel contrasto all’emergenza. Il vaccino MVA-BN, conosciuto col nome commerciale di Jynneos, è classificato come quello che può offrire la «miglior protezione» agli occhi delle autorità sanitarie statunitensi ed è l’unico ad aver incassato il via libera sia dalla Food and Drug Administration (Fda) che dall’European Medicines Agency (Ema). Uno studio pubblicato di recente dal British Medical Journal, una rivista scientifica, ne attesta il grado di efficacia al 58%.