Aveva 83 anni

Morto Bob Wilson, regista e artista totale

Bob Wilson è stato il più radicale protagonista della scena contemporanea. Libero, indipendente, forte di uno stile senza parentele e immediatamente riconoscibile

di Carla Moreni

 Bob Wilson. (LaPresse)

3' di lettura

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Non passava inosservato, con quegli stivaletti a punta e le camicie disinvolte scozzesi, mentre sedeva in platea alla Scala, quando negli anni Ottanta iniziarono le prime folgoranti collaborazioni registiche con il Teatro milanese: subito lo chiamarono “il texano”, perché di Waco, nel Texas, erano le sue radici: Bob Wilson ci ha lasciato oggi, 31 luglio. Aveva 83 anni.

È morto a Water Mill, nella contea di Suffolk, nello stato di New York. Legato per sempre a quel mondo nuovo, che gli aveva permesso di leggere con occhi nuovi i grandi capolavori della vecchia Europa. È stato il più radicale protagonista della scena contemporanea. Libero, indipendente, forte di uno stile senza parentele e immediatamente riconoscibile.

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Approccio freddo, gesti radicalmente misurati, predilezione per le posture di profilo, adorazione totale per la cultura orientale: questi erano gli ingredienti costanti del suo lavoro, sia che firmasse il Seicento di uno dei titoli della trilogia di Claudio Monteverdi, sia che proponesse un’opera contemporanea, come “Einstein on the Beach” di Philip Glass.

La sua sempre era una visione totale, che avvolgeva interamente lo spettacolo, dalla drammaturgia alle scene, dai costumi alle luci, immancabilmente protagoniste, fondamentali, studiate per arrivare a una definizione esatta, oggettiva di ogni personaggio. Apparentemente il tutto poteva sembrare di una perfezione immacolata, quasi asettica, lontana da qualsivoglia coinvolgimento emotivo o sentimentale. In realtà, proprio questa cornice che rifuggiva dall’espressività finiva per scavare più a fondo nel gioco le teatro, scoprendone le ragioni assolute, la dimensione fuori dal tempo, la permanente verità.

Anche la vita e la formazione culturale di Robert, detto subito Bob, Wilson erano state particolari. Amava raccontarle. Perché terminati gli studi all’Università del Texas, poco più che ventenne, nel 1962, e già avviato a una carriera nel campo dell’economia e del business, ebbe un incontro con il teatro e i bambini disabili, e da lì decise che la propria vita sarebbe andata nel mondo dell’arte. Così si trasferisce a Brooklyn e nel giro di tre anni si laurea in architettura.

Intanto forma una propria compagnia di teatro sperimentale, intitolandola alla insegnante di danza che gli aveva permesso di vincere la balbuzie attraverso un controllo misurato dei gesti del corpo. Sarà questa “slow motion” a permeare l’estetica che rimarrà in lui costante, misura di qualsiasi azione.

La prima affermazione, con la quale cattura le attenzioni del mondo, sarà in coppia con un altro “outsider”, il caposcuola del minimalismo Philip Glass: il gusto per la ricerca dell’essenziale, del gesto più minuto, in partitura e in scena li accomuna. “Einstein on the Beach” diventa il capolavoro che li afferma, con loro inizia un linguaggio mai prima sperimentato.

È il 1976, al Festival di Avignone, luogo iconico per il teatro e la sperimentazione. Il libretto porta la firma a quattro mani di compositore e regista, la durata di cinque ore, senza interruzione, si impone come gesto radicale, di coinvolgimento del pubblico. Amburgo, Parigi, Belgrado, La Fenice di Venezia, Bruxelles, il Metropolitan di New York chiedono a gran voce di avere lo spettacolo.

Ma nel frattempo Wilson progetta un altro esperimento di teatro di enormi dimensioni, destinato alle Olimpiadi del 1984: dodici ore di performance, poi cancellate per mancanza di fondi. La costruzione di una nuova estetica sembra vacillare, quando è proprio la Scala a chiamare il regista per una sfida di grande impegno: si tratta di portare in scena il “Doctor Faustus” di Giacomo Manzoni. È il 1989 e ancora una volta il forte carattere visivo e totale del regista texano, ormai europeo, conquista un altro luogo simbolico della produzione artistica contemporanea. Il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 1993, per una installazione di scultura, ne completa l’affermazione, è il tassello finale: l’avanguardia sperimentale di Bob Wilson è diventata linguaggio acquisito.

Negli anni seguenti le sue attività si dividono tra teatro di prosa, dove affronta nota testo di Brecht, Dostoevskij, Heiner Müller, e ritorni costanti ai capisaldi del teatro in musica: “Madama Butterfly” solletica la sua predilezione per il Giappone, “Aida” il piacere dei mondi arcaici, “Le trouvère” la sfida al melodramma, espunto da qualsiasi connotato romantico. Ma saranno i tre titoli monteverdiani alla Scala a rimanere specchio ideale del suo nuovo mondo: in “Orfeo”, “Ritorno di Ulisse in patria” e “Incoronazione di Poppea” l’estetica tanto definita di Bob Wilson, il suo oggettivo senso del bello, diventeranno lo specchio ideale dei primi esperimenti di opera barocca. L’avanguardia e l’antico osavano incontrarsi, e si scoprirono uguali. Il geniale texano aveva vinto la scommessa più ardita.

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