«Monitorare gli appalti per evitare le infiltrazioni delle cosche mafiose»
Giuseppe Marciante. Vescovo della Diocesi di Cefalù
di Nino Amadore
4' di lettura
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Iniziative per sostenere le imprese dei giovani, un monitoraggio puntuale sugli appalti per evitare infiltrazioni mafiose, una gestione più trasparente dei beni confiscati alla mafia, una sorta di piano d’azione per lo sviluppo che si muova sulle direttrici delle risorse già presenti sulle Madonie. Sta tutto qui in sintesi il senso delle parole di monsignor Giuseppe Marciante, catanese, vescovo
della Diocesi di Cefalù.
Partiamo da quello che è stato definito l’anatema contro i piromani. Una situazione che si ripete ogni anno. Cosa fare?
Individuare i piromani non è sempre facile. Assieme alle forze dell’ordine stiamo promuovendo l'uso di un’app per registrare i movimenti sospetto nelle zone più interessate dagli incendi. Abbiamo già fatto degli incontri con i sindaci del territorio e, al contempo, stiamo pensando a degli incontri diocesani con le forze dell’ordine per sensibilizzare la cittadinanza su una vigilanza attenta del fenomeno. Chi può avere interesse a creare un incendio? È molto difficile da capire. A me viene un sospetto, è solo un sospetto: il fuoco, gli incendi possono procurare denaro per cui credo che lo Stato debba fornirsi di mezzi propri per spegnere gli incendi senza doversi rivolgere ai privati, perché l’interesse del privato è che vi siano incendi perché ci guadagna. E poi la mala gestione dei forestali stagionali.
Sembra che sulle Madonie vi sia apparente ricchezza.
Lei che dice?
Bisogna distinguere tra la zona costiera e le zone interne. Nella prima si arricchisce soprattutto chi ha attività di tipo turistico; nella seconda chi ha in mano la produzione agricola e gli allevamenti con la produzione di latticini e carne. Non credo però si possa parlare di tanta ricchezza se non apparente. So che le parrocchie delle aree interne, anche se molto frequentate, sono povere perché non possono contare su molte offerte.
Negli ultimi vent’anni 11mila persone hanno lasciato l’area e solo i paesi della costa hanno recuperato abitanti. I giovani se ne vanno e non vogliono tornare. Perché?
Io ho due osservatori di riferimento. Il primo è la parrocchia San Romano Martire a Roma accanto all'università La Sapienza in cui sono stato parroco: giovani del Sud che, dopo essersi laureati, rimangono a Roma perché offre più possibilità di futuro. Nella diocesi di Cefalù, sia nelle aree interne, ma anche in quelle costiere, ho incontrato i nostri giovani emigrare con la differenza che anni addietro partivano con la valigia di cartone oggi col tablet: sono persone ben attrezzate culturalmente perché abbiamo investito su di loro. Ma questo investimento
lo regaliamo al Nord.
Il problema è dare prospettive di futuro dando la possibilità di lavoro. Mi sembra purtroppo che non vi siano politiche del lavoro concrete per trattenere i giovani. Il lavoro oggi bisogna inventarlo: sarebbe necessaria una scuola per giovani imprenditori e fare in modo di sviluppare una politica industriale su misura dei giovani e del nostro territorio. Ci vuole creatività. Tante volte si amministra l’ordinario, ma qui non basta: bisogna andare a creare nuove realtà. Le nostre aree interne sono ricche di natura e cultura. Se ad esse aggiungiamo le nuove tecnologie, si potrebbe ottenere un volano per nuovi di posti di lavoro per i giovani, specialmente in questo periodo in cui si parla di transizione ecologica e le nostre zone sono particolarmente adatte.


