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Moncler sempre in cerca di nuove vette porta ad Aspen la sua collezione Grenoble

Sbarca negli Stati Uniti il “world snow tour” del marchio, che punta anche a sviluppare un mercato con ancora molte potenzialità. Il ceo Ruffini: «Amiamo interpretare le diverse culture, e questa finora è la nostra collezione più bella»

di Chiara Beghelli

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Non più minatori in cerca di generose vene d’argento nelle montagne circostanti, ma le persone più ricche del mondo: l’evoluzione dell’economia di Aspen, nel cuore del Colorado, si percepisce perfettamente guardando chi entra oggi nell’edificio di mattoni rossi al 432 di East Hyman Avenue, un tempo emporio di Henry P. Cowenhoven, uno dei fondatori della città, che vendeva cibarie e attrezzature ai cercatori di metalli preziosi e che da qualche giorno ospita la nuova boutique di Moncler Grenoble. In uno dei più celebri, e certamente il più glamour, ski resort statunitense, il marchio ha inaugurato il suo secondo punto vendita, dopo quello che nel 2008 segnò lo sbarco di Moncler negli Stati Uniti e che si trova tuttora poco distante.

L’ingresso dello store Moncler Grenoble ad Aspen

Aspen è anche la terza tappa del “world snow tour” partito nel 2024 da Sankt Moritz e proseguito nel 2025 a Courchevel, con cui il marchio ha deciso di presentare la collezione Grenoble (le altre sono Genius e la main di Moncler), quella in cui l’aspetto tecnico si fonde con la moda e i luoghi scelti meglio rappresentano questo incontro: oltre 300 persone hanno seguito sabato scorso la spettacolare sfilata-show della collezione Grenoble per l’autunno-inverno 2026-27, che ha avuto come set un bosco, a oltre 2.400 metri di altitudine nei terreni del T-Lazy-7 Ranch (altro luogo storico di Aspen), e le cortecce bianche degli aspen, i particolari pioppi che danno il nome alla città, sulle quali rimbalzava la luce della luna riflessa sulla neve.

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Moncler, nei boschi di Aspen lo show della collezione Grenoble

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«Non organizziamo, come molti altri brand, otto sfilate all’anno, ma una sola, e straordinaria», racconta Remo Ruffini, ceo e presidente di Moncler, il marchio nato nel 1952 a Monestier-de-Clermont (sulle montagne di Grenoble, appunto) e che ha rilevato nel 2003, segnandone l’evoluzione da marchio di nicchia a brand globale, capofila di un gruppo - con l’arrivo di Stone Island nel 2020 - da oltre 3 miliardi di ricavi nel 2024. Siamo seduti in un salotto dell’hotel Jerome, anch’esso landmark di Aspen, fondato da un altro imprenditore-pioniere della sua storia, Jerome B. Wheeler.

Divani in pelle, luce soffusa che scende dagli antler chandelier, lampadari realizzati con corna di alce. Sulla collina alle spalle dell’hotel c’è il quartiere di Red Mountain, dove le ville milionarie si susseguono lungo la strada verso Hunter Creek. Aver scelto Aspen per lo show e per il nuovo negozio fa parte anche della strategia di sviluppo di un mercato con ancora molte potenzialità: per Moncler quella americana è la terza area per ricavi dopo Asia ed Emea, con una quota del 14%. Nel terzo trimestre 2025 però è stata l’unica a registrare un aumento (+5%), a fronte di un calo del 2% per l’Emea e di una situazione stabile in Asia, che ha portato il gruppo a chiudere i primi nove mesi in linea con il 2024 a 1,84 miliardi di ricavi.

Considerazioni politiche a parte, per la moda e il lusso gli Stati Uniti sono oggi il mercato più solido e promettente, che non sembra soffrire i dazi imposti da Trump sei mesi fa. Nel Paese che quest’anno celebra 250 anni di indipendenza, il prossimo maggio arriveranno le sfilate resort di alcuni dei marchi di punta di Lvmh e Kering, Louis Vuitton, Dior e Gucci.

Per la seconda metà dell’anno, forse già in luglio, è prevista l’apertura del flagship Moncler a New York, nel General Motors Building sulla Quinta Strada, che con oltre 2.200 mq su due piani sarà il negozio più grande al mondo del marchio. Al di là di strategie e numeri, è americana anche l’ispirazione della collezione, che per Ruffini «è la più bella mai realizzata. Abbiamo studiato l’abbigliamento da neve degli anni 50 e 60, dove si percepisce certo l’influenza del West, ma pure la sofisticatezza dell’Europa».

Nei circa 80, nuovi look di Moncler Grenoble ci sono ricami floreali, gonne che ricordano le coperte quilt, frange, cappelli e guanti da cowboy contemporaneo: «Amiamo interpretare le diverse culture e Grenoble è la collezione ideale per farlo, perché unisce alte performance tecniche a un’anima più legata al doposci e allo stile. Credo che siamo gli unici a proporre una formula del genere – aggiunge Ruffini –. Qualche anno fa abbiamo aperto una fabbrica in Romania (a Bacau, ndr) dedicata a Grenoble, perché solo lì abbiamo trovato delle tecnologie che in Europa, a causa della delocalizzazione nel Far East, non esistevano più». Così, i disegni dei paesaggi di Aspen su alcune mantelle sono stati realizzati in alta frequenza, una tecnica che permette di ottenere volumi in rilievo. Molto spazio è stato riservato ai materiali naturali, che anche l’outerwear sta progressivamente riscoprendo e valorizzando: «È la collezione con più lana di sempre – prosegue Ruffini –, con le nostre tecnologie siamo riusciti a laminarla per renderla adatta allo sci».

Quale sarà la prossima tappa di Moncler Grenoble? «Ci stiamo pensando, mi piacerebbe il Giappone, l’area di Niseko, nell’isola di Hokkaido, dove peraltro c’è una neve eccezionale (la celebre e apprezzata “Japow”, ndr), ma anche la Cina, dove lo sci si sta sviluppando velocemente».

Da sinistra, Bartolomeo Rongone e Remo Ruffini

Intanto, dopo un 2025 ricco di eventi, come l’inaugurazione della nuova sede del gruppo a Milano, il prossimo 19 febbraio sarà pubblicato il report finanziario sull’anno appena trascorso: il consensus elaborato dalle banche d’affari che seguono il titolo prevede un limitato calo, dell’1,4%. Anche se come vertice di una società quotata (dal 2012 a Milano), fino ad allora Ruffini non può rilasciare commenti a riguardo, condivide delle considerazioni sul prossimo futuro: «Prevedere il 2026 è difficile, le prospettive sono incerte, i mercati cambiati. Dopo il grande boom del post Covid oggi siamo in un new normal, che però non vuol dire crisi, e al quale dobbiamo abituarci».

Certo è che il 1° aprile Ruffini cederà il ruolo di ceo a Bartolomeo Rongone, che dal 2019 ricopriva lo stesso ruolo in Bottega Veneta, marchio del gruppo Kering: «Erano già due, tre anni che stavo pensando a un rafforzamento della nostra struttura – afferma –. Credo di aver trovato la persona giusta, con una visione molto simile alla mia, e che peraltro ha portato ottimi risultati in Bottega Veneta». “Pioniere”, d’altra parte, è chi apre la strada a chi verrà dopo.

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