Trapianti

Monaldi: imparare dalla catena degli errori anziché cercare solo un colpevole

La magistratura seguirà i suoi tempi ma la sicurezza delle cure non può attendere anni: serve subito una verifica di sistema sulla rete delle donazioni

di Riccardo Tartaglia*

 Febbraio 2026. ANSA / CIRO FUSCO

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Nel corso della mia attività professionale, prima come direttore del Centro di gestione del rischio clinico della Regione Toscana – Centro collaboratore dell’OMS – e più volte come componente dell’Unità di crisi ministeriale sugli Eventi sentinella, mi è capitato di analizzare numerosi eventi avversi gravi, sia a livello regionale sia nazionale.

Tra questi vi fu anche un caso di trapianti avvenuto nella mia regione. Era il 7 febbraio 2007: tre organi provenienti da una donatrice risultata positiva al virus HIV furono trapiantati in due ospedali toscani a causa di una catena di errori nel processo di donazione.

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Il trapianto di organi infetti da Hiv

Durante la valutazione dell’idoneità degli organi, l’esito positivo dell’esame sierologico fu erroneamente trascritto come negativo. Quel dato, privo di qualsiasi controllo incrociato, entrò nella documentazione ufficiale e il Centro Regionale Trapianti assegnò fegato e reni poi risultati infetti da HIV. Cinque giorni dopo gli interventi, durante la valutazione dei tessuti effettuata da un secondo laboratorio, emerse il risultato corretto. L’errore venne individuato e i pazienti furono immediatamente trattati con terapia antiretrovirale; fu inoltre successivamente disposto un adeguato risarcimento.

L’evento fu oggetto di un’analisi sistemica prima da parte di una commissione nazionale e poi di una regionale, alle quali partecipai. Non emerse soltanto l’errore umano nella trascrizione manuale del referto: furono individuate criticità tecnologiche – in particolare l’assenza di integrazione tra macchina di laboratorio, sistema informatico e scheda del donatore – e criticità organizzative, come la suddivisione delle verifiche tra laboratori diversi, anche per livello di competenze.

Le raccomandazioni furono chiare: automatizzare la trasmissione dei risultati, centralizzare i controlli di idoneità, revisionare tutte le procedure e rafforzare la formazione e sviluppare una cultura proattiva della sicurezza (anche i piccoli o mancati incidenti vanno segnalati e devono essere oggetto di audit).

La responsabilità individuale

Nonostante ciò, l’attenzione pubblica, allora come oggi, si concentrò quasi esclusivamente sulla responsabilità individuale dell’operatrice sanitaria che aveva materialmente commesso l’errore: una professionista stimata, probabilmente affaticata, inserita però in un sistema che consentiva – e quindi rendeva possibile – la trascrizione manuale di un dato così critico.

Si affermò così la classica “teoria della mela marcia”: individuare un colpevole e convincersi che rimuovendolo il problema sia risolto, senza interrogarsi sulle fragilità di un’organizzazione che, anche a causa di una regionalizzazione molto spinta della sanità, fatica a garantire (ancora oggi) omogeneità organizzativa e comportamentale proprio nelle funzioni più delicate.

Le organizzazioni dei trapianti sono sistemi complessi, ad alta affidabilità, ma il rischio zero non esiste. L’errore umano è inevitabile; ciò che fa la differenza è la robustezza dell’infrastruttura tecnologica e organizzativa capace di intercettarlo prima che produca danni. Anche la disponibilità di idonei contenitori per il trasporto degli organi rientra tra i requisiti essenziali.

Oggi, di fronte a nuovi casi che coinvolgono strutture diverse, vedo riemergere lo stesso schema: la ricerca immediata di responsabilità professionali. La magistratura – giustamente – seguirà i suoi tempi, ma la sicurezza delle cure non può attendere anni. Serve subito una verifica di sistema, che non può che spettare agli organismi nazionali competenti, in primo luogo al Centro Nazionale Trapianti, chiamato ad accertare procedure, controlli e requisiti autorizzativi, con la piena collaborazione dei centri regionali.

L’assenza della “just culture”

L’esperienza di allora insegnò che le criticità non erano concentrate in uno o più operatori, ma diffuse a diversi livelli dell’organizzazione. È questa l’essenza della cosiddetta “just culture”, nata nell’ambito della sicurezza delle organizzazioni ad alto rischio negli anni ’80 per superare i limiti della cultura punitiva: gli errori umani sono spesso l’ultimo anello di una catena, la punizione individuale non previene eventi futuri e il timore di sanzioni riduce la segnalazione dei problemi. In questo contesto, gli audit sugli eventi significativi – tutelati dalla legge 24/2017 sulla sicurezza delle cure – rappresentano strumenti fondamentali perché consentono analisi approfondite senza finalità punitive.

Anche i migliori chirurghi e i migliori medici, se inseriti in una rete non adeguatamente strutturata sul piano tecnologico e organizzativo, possono trovarsi esposti a rischi evitabili. Può sembrare impopolare dirlo, ma mettere in sicurezza il sistema – più che cercare subito un colpevole, compito che spetta alla magistratura – è la vera priorità per tutelare i pazienti e rafforzare la fiducia nel servizio sanitario e, in particolare, nel sistema di donazioni che rischia di venire penalizzato da questo recente evento con le gravi conseguenze che ne derivano per le tante persone in attesa di un organo.

I media dovrebbero contribuire a questo processo rendendo trasparenti ai cittadini i dati di sopravvivenza dei centri trapianti e le buone pratiche che hanno adottato per migliorare la qualità delle cure. Il confronto è uno degli strumenti più efficaci per rendere i sistemi complessi più sicuri.

*Università G. Marconi 

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