Lo studio «Future for Fashion»

Moda, il rilancio del distretto toscano può partire da terzisti e Pmi

di Silvia Pieraccini

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«Il distretto della pelletteria di Scandicci? Va riprogettato». Lo dice lo studio realizzato da Erika Andreetta, partner di PwC Italia e Emea Fashion & Luxury leader, presentato ieri al convegno Future for fashion organizzato a Firenze da Confindustria Toscana Centro e Costa e dal Centro di Firenze per la moda italiana (Cfmi) per riflettere sulle strategie di rilancio del made in Italy.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La scomparsa delle aziende di filiera: addio a 830 realtà dal 2019

L’analisi, frutto dell’elaborazione di dati di settore e delle interviste fatte a marchi, pellettieri-terzisti e sindacati, ha ricostruito lo tsunami avvenuto negli ultimi tre anni nel distretto leader mondiale nella produzione di borse di lusso, con i grandi brand-committenti che, a causa del rallentamento di mercato, hanno ridotto il ricorso alla filiera esterna e hanno (anche) deciso di internalizzare parte della produzione; e con i terzisti, spesso piccoli e poco strutturati, che hanno visto calare drasticamente le commesse dei brand.Il modello basato sui grandi volumi alimentati da marchi come Gucci, Chanel, Prada, Louis Vuitton, Saint Laurent, Ferragamo, Balenciaga, Montblanc, Cartier, Tod’s, Fendi è andato in crisi, travolgendo prima di tutto i produttori della filiera.

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Il risultato è stata la scomparsa, dal 2019 a oggi, di 830 aziende fiorentine di pelletteria (oggi sono 3.600) e di circa 4mila addetti (oggi sono 37.800), nonostante il ricorso pesante alla cassa integrazione. L’unico dato positivo è la leggera crescita dimensionale delle imprese, che hanno avviato un’integrazione verticale o orizzontale per rispondere alle sfide del mercato.Il fenomeno però riguarda soprattutto le grandi imprese (+6% gli addetti nel primo trimestre 2026), mentre le Pmi continuano a soffrire. Le aziende con meno di 10 addetti nella pelletteria fiorentina rappresentano (ancora) il 79% del totale (2.827 unità locali) e occupano il 24% degli addetti (6.286).

Spingere le aggregazioni per far ripartire il distretto

Parte proprio da qui la “ricetta” per il rilancio del distretto disegnata da Andreetta insieme col vicepresidente di Confindustria Toscana Centro e Costa, Niccolò Moschini: spingere le aggregazioni e comunicare meglio le potenzialità del distretto. «È fondamentale continuare a lavorare sulle aggregazioni perché questo favorisce le competenze, gli investimenti e l’innovazione», spiega Andreetta aggiungendo che i piccoli devono allargare il portafoglio clienti, imparando a lavorare per più brand; e devono andare a cercare marchi emergenti, interagire con i designer, guardarsi intorno alla ricerca di nuove occasioni di business. Come dire: non continuate ad aspettate le commesse del grande brand. «Bisogna tornare a fare impresa e a fare formazione, perché le competenze sono fondamentali e vanno formate sul territorio», aggiunge. È un monito per il distretto, che sulla formazione ha lavorato senza un progetto di sistema.

I profili più richiesti oggi sono quelli di “middle management”: tecnici in campo ingegneristico, tecnici dei rapporti con i mercati, tecnici della gestione dei processi produttivi, specialisti delle scienze gestionali, commerciali e bancarie. «Quello che manca – conclude Andreetta – è una visione complessiva a medio-lungo termine, che dica dove si vuole portare questo distretto nel giro di cinque anni».

La scommessa sull’export

La ripresa dell’export della pelletteria che si è vista nell’ultimo trimestre 2025 e, soprattutto, nel primo trimestre 2026 (+20% a 833 milioni a Firenze), potrebbe aiutare a far ripartire riflessione e azione. Intende provarci Confindustria Toscana Centro e Costa col progetto “Pelletteria 2030-Distretto futuro”: «Abbiamo l’obbligo di traghettare oltre la crisi questo nostro patrimonio manifatturiero di eccellenza – ha detto il presidente dell’associazione, Lapo Baroncelli – fatto di saper fare e di innovazione. Un patrimonio che ha bisogno di politiche industriali e di risposte di sistema, per reagire ai colpi sempre più duri di questi anni. L’assenza di una politica industriale di settore – anche europea – non è più tollerabile».

Pitti 110 chiude con visitatori e buyer in leggero calo

Intanto secondo un primo bilancio inviato dagli organizzatori già nella serata di giovedi 18 giugno, l’edizione estiva di Pitti Uomo che chiude oggi, dovrebbe aver registrato circa 11.000 buyer (di cui circa 5.300 esteri) e oltre 15.000 visitatori complessivi. Si è trattato di un leggero calo rispetto all’anno precedente, con alcune conferme: per esempio, il dinamismo del mercato tedesco e americano. «Se guardiamo il dato estero più in dettaglio – ha dettoa Ivano Cauli, ad di Pitti Immagine - è interessante notare l’ottimo andamento di Germania, Stati Uniti, Hong Kong e Canada; la positiva tenuta dell’area Scandinava e del sud-est asiatico (Corea, Taiwan, Singapore); l’exploit dell’Europa centro-orientale (Romania, Polonia e Ungheria, persino dell’Ucraina); i rallentamenti dei tradizionali mercati europei, con l’eccezione di Svizzera, Austria e Irlanda». Alcuni risultati poco incoraggianti sono dipesi dalla situazione globale: «Risultati poco positivi da paesi molto lontani, come per esempio l’Australia, fanno pensare a problemi di costo dei viaggi, che ovviamente devono essere pianificati con mesi di anticipo, un anticipo che cadeva nei mesi più cupi dei conflitti in corso. Aspettiamo però la conclusione del salone e domani sera potremo tirare le somme con più informazioni e report dalle nostre antenne dentro e fuori la Fortezza da Basso», ha concluso Cauli.

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